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OUTLOOK/ Macroeconomia

L’economia post Covid: al via il graduale assorbimento dello shock

Secondo l’outlook di Axa Im nel 2022 ci sarà una normalizzazione dell’offerta e un rallentamento dell’inflazione. A spiegarne le ragioni è Gilles Moec, chief economist della casa d’investimento

L’economia post Covid:  al via il graduale assorbimento dello shock

Nella foto Gilles Moec, chief economist di Axa Group

Dopo un 2020 caratterizzato da una forte compressione dell’attività economica, legata all’impatto della pandemia su scala globale, e un 2021 segnato dagli effetti di un rapido recupero della domanda, il 2022, nonostante  il riemergere di alcuni focolai Covid in varie regioni economiche del mondo, dovrebbe registrare un graduale riassorbimento dello shock e la normalizzazione della politica monetaria da parte delle banche centrali.

A guidarci in questa analisi, passando in rassegna le diversi fasi, è Gilles Moec, chief economist di Axa Group.

«Nel 2020 abbiamo rilevato un’enorme compressione dell’attività economica. Nel 2021 c’è stata una rapida decompressione: la domanda ha recuperato velocemente con la riapertura delle attività, esercitando forti pressioni sull’offerta che hanno portato a un rialzo dei prezzi al consumo come non accadeva da decenni. A prescindere dall’incertezza in cui ci troviamo in questo momento, presupponendo che la variante Omicron non costringa all’introduzione di misure sanitarie di più ampia portata, riteniamo però che nel 2022 lo shock provocato dalla pandemia verrà gradualmente assorbito. I dati sul Pil saranno meno spettacolari, dato che buona parte del recupero è già avvenuto, ma la normalizzazione dell’offerta dovrebbe consentire un rallentamento dell’inflazione».


Prezzi al consumo & mercato del lavoro

I colli di bottiglia su scala globale sono stati certamente provocati dalle continue interruzioni dell’offerta dovute all’emergenza sanitaria, ma anche la domanda, in particolare quella degli Usa, ha giocato un ruolo importante, come spiega Moec.

«I consumatori hanno spostato l’attenzione dai servizi ai beni di consumo che spesso devono attraversare catene del valore internazionali lunghe e tortuose. Il fenomeno è stato particolarmente evidente negli Stati Uniti. Nel terzo trimestre del 2021 la spesa delle famiglie per acquistare beni risulta in aumento del 15% rispetto a prima della pandemia. Per via della preponderanza del Paese nei consumi totali globali (30% in termini nominali nel 2019, ndr), tale domanda “in eccesso” ha avuto enormi conseguenze sull’offerta globale. Qualora la pandemia non provochi una nuova e diffusa compressione dei servizi, il fenomeno dovrebbe essere però ormai alle nostre spalle. I prezzi internazionali sono già in calo, per esempio per i minerali di ferro e i trasporti marittimi, e il potenziale utilizzo delle riserve strategiche sembra aver messo un limite al rialzo del prezzo del petrolio.  Occorre però capire quanto e se la riduzione delle pressioni inflazionistiche a monte farà scendere anche i prezzi al consumo; ciò dipenderà dall’interazione con gli effetti secondari che attraverseranno il mercato del lavoro”.

Lo scenario di base formulato da Axa Im presuppone infatti la normalizzazione del tasso partecipazione negli Stati Uniti (che comprende sia gli occupati, sia quanti sono alla ricerca attiva di un posto di lavoro, ndr), con la conseguente riduzione delle pressioni sui salari. «Crediamo infatti che il calo persistente dipenda in buona parte dalle problematiche correlate al Covid. In Europa, le difficoltà ad assumere sono ancora correlate a problematiche strutturali, spesso dovute alla discordanza tra le competenze richieste dalle aziende e quelle in possesso dei lavoratori ma, contrariamente a quanto avviene negli Stati Uniti, non ci sono i segnali di un’accelerazione dei salari».


Le tempistiche per un rialzo dei tassi

Secondo Axa Im, nelle economie avanzate le politiche resteranno accomodanti anche se i nuovi pacchetti fiscali, soprattutto negli Stati Uniti, sono già  assai più limitati rispetto agli ultimi due anni.

«Le banche centrali stanno iniziando a ridurre gli stimoli in linea con la nostra previsione di graduale convergenza dell’inflazione verso il target, dopo i dati ancora alti su base annua nel 1° semestre del 2022», sottolinea Moec. «Il primo rialzo dei tassi negli Stati Uniti dovrebbe avvenire solamente alla fine del 2022, considerato l’impegno della Federal Reserve a tollerare, in certa misura, il superamento del target inflazionistico. Nell’Eurozona crediamo che ci vorrà più tempo  e non ci aspettiamo un rialzo dei tassi da parte della Banca centrale europea prima del 2023. La Bce probabilmente è più orientata alla riduzione del Quantitative Easing che a un intervento sui tassi. Nel nostro scenario di base, il piano di acquisto d’emergenza per la pandemia (Pepp, ndr) terminerà a marzo 2022, tuttavia sarà in parte compensato da una correzione del piano di acquisto di titoli (App, ndr) che passerà a 40 miliardi di euro al mese “almeno” fino alla fine del 2022».


Domanda cinese sottotono

Nel corso dell’anno però i mercati, in particolare quelli emergenti, si troveranno di fronte a una domanda cinese insolitamente sottotono.

«Rispetto alla maggior parte delle economie avanzate, i mercati emergenti dovranno affrontare un altro ostacolo, ovvero il calo della domanda cinese, a cui sono più vulnerabili», aggiunge Moec. «Pechino sta affrontando le conseguenze di anni di eccessi nel settore immobiliare, e ciò rallenterà la crescita del Pil, mentre la politica della “tolleranza zero” contro il Covid potrebbe costare molto alla ripresa. La Cina non costituirà quindi il “motore di crescita globale”:  anche se la crescita del Pil verosimilmente non scenderà al di sotto del 5%, l’economia mondiale si troverà di fronte a una domanda cinese insolitamente sottotono».

Lo scenario di base formulato da Axa Im tiene anche conto di possibili nuovi focolai di contagi da Covid19 in varie regioni economiche del mondo. «Ogni nuova ondata della pandemia sembra già oggi essere meno dannosa della precedente per l’attività economica. In particolare nell’Unione Europea crediamo che il modello franco-italiano, che consente di partecipare a determinate attività solo se vaccinati, sarà adottato anche da altri stati membri, inizialmente scettici, allo scopo di tutelare l’economia dai lockdown totali e spingere i cittadini più titubanti a vaccinarsi».


L’impatto della lotta al climate change

Secondo Axa Im a incidere sulle prospettive macroeconomiche saranno anche le ripercussioni della lotta ai cambiamenti climatici per quanto la Cop 26 non abbia dato esiti di vasta portata.

«A eccezione dell’accordo sul metano, nessuno degli annunci di Glasgow avrà un impatto tangibile sul comportamento delle imprese e, di conseguenza, sull’attività economica», ribadisce Moec. «La mancanza più grave è stata l’assenza di progressi verso un sistema di attribuzione di un costo alle emissioni di gas serra. Investitori e aziende hanno invece bisogno di chiarezza sulla traiettoria futura del costo delle emissioni di CO2. D’altra parte non sarebbe corretto credere che la lotta ai cambiamenti climatici non abbia ancora prodotto alcun impatto sull’economia. Una componente essenziale di tale processo, ad esempio, è la ridistribuzione dei capitali a favore di settori e imprese che si stanno preparando all’azzeramento delle emissioni nette. Ma ciò che conta per il Pil sono gli investimenti lordi. E gli investimenti necessari per l’azzeramento delle emissioni saranno enormi. Grazie al programma Ue Next Generation, che destina il 30% dei fondi alla transizione verde, oltre ad altre iniziative nazionali, nei principali Paesi dell’Eurozona tra oggi e il 2026 circa il 2-6% del Pil sarà destinato alla lotta contro i cambiamenti climatici». 

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