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Col fintech che avanza servono davvero nuove regole

Col fintech che avanza servono davvero nuove regole

Le autorità finanziarie di tutti i principali Paesi hanno rotto finalmente gli indugi e sembrano in procinto di intervenire per indirizzare la tumultuosa crescita del Fintech entro precisi confini regolamentari. Va detto che le attese non sono frutto solo di ignavia: semplicemente l’innovazione tecnologica agisce in grandissima parte all’esterno di paletti fondamentali di uno stato di diritto come la giurisdizione territoriale e il concetto di valore mobiliare. E la rivoluzione tecnologica ha prodotto operatori (vedi Binance) che esistono solo sul web e quindi non hanno una sede sociale o uno straccio di recapito in un paradiso fiscale. Ha prodotto criptovalute che sono un genus totalmente nuovo e quindi per definizione non riconducibile a quelli esistenti come i valori mobiliari e quindi disciplinate.  

Ciò detto è anche vero che la situazione sta diventando insostenibile: la vecchia regola dei regolatori di lasciare che la grande festa dell’innovazione arrivi al suo culmine anche con qualche eccesso per poi intervenire e spazzare i cocci, non tiene più perché i fenomeni sono letteralmente esplosi. Il presidente della Consob Paolo Savona ha detto che esistono ormai più di 500 forme di stablecoins e l’esperienza ci ha già mostrato come la stabilità evocata nel nome possa essere un puro atto di fede. Non basta perché c’è anche un problema più ampio. L’innovazione è sempre un bene perché sollecita le energie imprenditoriali nei mercati ed è il sale della crescita economica. Ma la teoria economica, soprattutto dopo la lunga crisi iniziata nel 2008, ha riconosciuto che l’innovazione finanziaria può anche essere priva di utilità (per esempio risolversi in un gioco a somma zero tra operatori del settore senza guadagni per il consumatore finale) oppure – peggio ancora -  direttamente nociva, perché anche nel gioco a somma zero dei guadagni e delle perdite, le seconde vanno ai soliti noti, cioè ai risparmiatori, quindi si accrescono le disuguaglianze. Sul piano macro, si sottraggono risorse (soprattutto capitale umano) ad altri usi e in particolare a quelli che possono aumentare la produttività nel lungo periodo e quindi il benessere generale. 

In altre parole, c’è un’innovazione finanziaria “buona” e una “cattiva” e mai come in questo momento, dopo due crisi economiche gravissime che si sono succedute in poco più di un decennio, abbiamo bisogno della prima per rilanciare crescita e fermare la deriva verso la disuguaglianza che sta diventando un problema sempre più grave.

Tutte le regole tradizionali della finanza in materia di protezione dell’investitore devono quindi essere applicate anche agli strumenti innovativi come le criptovalute e alle varie piattaforme che agiscono nelle varie fasi del mercato dei titoli, quotati o no. Lo stesso vale per tutta la normativa che assicura la legalità, come l’antiriciclaggio, il trattamento dei dati o la sicurezza informatica. La giurisdizione dovrebbe essere definita in primo luogo dalla nazionalità dell’investitore, come da sempre hanno fatto gli Stati Uniti per i titoli tradizionali. La leva della “sollecitazione del risparmio” è infatti più potente di quella riferita al tipo di investimento, se valore mobiliare o altro. 

Si tratta del minimo sindacale per attività così delicate; soprattutto in questo modo si possono raggiungere subito due risultati importanti. In primo luogo assicurare poteri ispettivi agli organi di vigilanza dei vari Paesi che ovviamente dovranno coordinarsi tra loro e in Europa l’Esma dovrà trasformarsi nel pivot di questa azione e potenziare il suo ruolo. In secondo luogo si livella un po’ il terreno competitivo tra vecchia e nuova finanza e quindi si consente agli operatori della prima quando operano nei nuovi territori del Fintech di non sentirsi come un pugile costretto a combattere con una mano legata dietro la schiena.

Il che suscita alla fine una riflessione birichina: qualcuno ha fatto un conto di quanto costa la compliance di ogni singolo servizio di consulenza reso a un cliente grazie (si fa per dire) alle nobilissime ma complicatissime regole della nostra Mifid? Lo scalino che comunque rimarrà rispetto ai prodotti del Fintech non è ancora eccessivo? Comunque vada a finire, Fintech ha davvero rivoluzionato il mondo della finanza, imponendo nuovi strumenti e nuove procedure, frammentando e ricomponendo le singole componenti di ogni servizio, accelerando fino al parossismo i tempi. Se nuove regole sono necessarie non possiamo pretendere di avere due piani di regolamentazione: uno per la finanza tradizionale e uno per la nuova. Occorre procedere a tappe forzate per nuove discipline generali: abbiamo bisogno di Testi unici della finanza anche perché sono un’occasione da non perdere per una manutenzione straordinaria di leggi (e la Mifid e una tra queste) che trasformano in pachidermi gli operatori tradizionali, sempre più circondati dai nuovi player che si muovono come gazzelle. Insomma bisogna rispettare un principio aureo che i regolatori spesso rispettano solo a parole; proporzionalità. Oggi significa disegnare nuove regole per la nuova finanza, ma anche ripensare criticamente quelle per la vecchia.

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