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Esg, la Cina ne ha ancora di strada da fare. Ma il cammino è iniziato

La finanza sostenibile al centro del dibattito in Cina tra nuove regole, maggiore impegno e un graduale miglioramento della divulgazione delle informazioni. Il commento di Jerry Goh (Aberdeen Standard Investments)

Esg, la Cina ne ha ancora di strada da fare Ma il cammino è iniziato

Se il tema della sostenibilità inizia a porselo anche un paese come la Cina, forse il più energivoro del pianeta, vuol dire che le Esg, ossia i fattori ambientali, sociali e di governance sono prossimi a entrare tra gli standard produttivi universalmente riconosciuti. 

Economia, società ma anche finanza. Ogni ambito dell'agire umano è oggi processato secondo criteri di sostenibilità che anche Pechino sta accettando. Di questo parla Jerry Goh, investment analyst equities Asia di Aberdeen Standard Investments. "La Cina ha sul suo territorio alcune delle città più inquinate del mondo, compresa la capitale. Sembra dunque quasi ironico che l’Asian Corporate Governance Association (Acga) abbia scelto proprio Pechino come sede dell’ultima conferenza annuale sugli Esg. Ho partecipato anch’io all’evento", scrive il manager, "stracolmo di gestori locali ed esteri, banche, intermediari finanziari, consiglieri di amministrazione, rappresentanti di aziende e organizzazioni senza scopo di lucro. Certamente, il grado di partecipazione riflette i progressi fatti nella diffusione e nell’interesse per le tematiche Esg".

Al centro del dibattito dell'Acga: engagement e corporate governance. "L’associazione ha presentato il suo primo rapporto sulla governance dedicato alla Cina, sollevando questioni prima mai affrontate in questo Paese. Tuttavia è apparso chiaro, man mano che la conferenza prendeva forma, che investitori e asset owner cinesi devono ancora imparare molto su come integrare i fattori della sostenibilità nelle loro decisioni di investimento".

Innanzi tutto", continua Goh, "il mercato azionario locale è costituito in prevalenza da investitori retail che non sembrano interessati a impegnarsi attivamente su tali tematiche con le società in cui investono. La stessa indifferenza caratterizza i gestori istituzionali cinesi. Non sorprende, considerato che le tematiche Esg non vengono quasi mai menzionate nei numerosi forum di investitori locali. La maggior parte vive alle spalle dell’impegno attivo di un risicato gruppo di investitori, in genere società di fondi esteri long-only".

Non aiuta, in questo processo di responsabilizzazione, l'assenza di un ecosistema interno, "ovvero una cornice normativa in grado di guidare gli investitori all’integrazione dei fattori Esg nelle decisioni di investimento e che tuteli gli interessi degli azionisti di minoranza. Per molte aziende cinesi avere a che fare con il concetto di sostenibilità significa adempiere passivamente ad obblighi burocratici di compliance, mentre non viene compreso il contributo importante che può offrire il reale impegno in questo campo per esempio nella gestione del rischio o nel miglioramento della performance aziendale sul lungo periodo".

Un altro scoglio è rappresentanto dalla proprietà azionaria cinese "spesso tanto concentrata quanto complessa, con strutture di partnership e partecipazioni incrociate in cui può accadere che una società detenga azioni di un’azienda che è, a sua volta, tra i suoi azionisti, facendo sorgere non pochi dubbi sul conflitto di interessi". A livello globale, non aiuta la mancanza di dati affidabili riguardo alle principali questioni Esg, come il turnover della forza lavoro, l’intensità delle emissioni e l’utilizzo delle risorse idriche. I due principali fornitori di dati, Msci e Sustainalytics, spesso attribuiscono un punteggio Esg molto diverso a una medesima società. Gli investitori, già scettici, si interrogano dunque sull’oggettività di tali rating", aggiunge l'analista.

Ma il quadro non soltanto nero, esistono risvolti positivi. "Lo scorso aprile, la China securities regulatory commission (Csrc) ha annunciato dei cambiamenti relativamente alle regole di corporate governance", spiega l'investment analyst equities. Fra questi cambiamenti: un inasprimento delle norme sui dividendi e sull’obbligo di divulgazione delle informazioni, con maggiori protezioni per i piccoli investitori e l’attribuzione di ruoli e responsabilità più formali ai consigli di amministrazione. È incoraggiante che la Borsa valori di Shanghai abbia imposto alle società quotate l’adozione di alcune di queste pratiche ancora prima dell’annuncio ufficiale da parte della commissione".

Altri segnali positivi arrivano dalla Borsa sul fronte della corporate governance. Le concentrazion azionarie danno segnali di una contrazione. La percentuale di azioni detenute dai big player "di società quotate presso la Sse (Shanghai Stock Exchange) è diminuita costantemente negli ultimi anni, dal 40% al 30% a metà novembre: lo hanno confermato, a seguito di un’analisi interna dei dati, i rappresentanti della Borsa di Shanghai alla conferenza dell’Asian Corporate Governance Association. Nello stesso periodo è aumentato molto il numero di amministratori indipendenti nei cda delle società quotate, arrivando in media al 33% e in molti casi anche oltre. Ed è stato anche notato un miglioramento dell’esperienza internazionale e delle competenze degli amministratori indipendenti".

Migliorano, anche se lentamente, la comunicazione finanziaria e la condizione dei dipendenti delle socità quotate. Secondo i rappresentanti della SSE, circa il 60% di queste "si avvale oggi di piani di incentivazione azionaria per gli impiegati che contribuiscono ad allineare meglio gli interessi dei dirigenti con quelli dei dipendenti. Anche i dividendi hanno visto miglioramenti, con l’introduzione di politiche formali per la distribuzione dei proventi che in passato non esistevano. I rappresentanti della SSE hanno specificato che nei cinque esercizi precedenti al marzo 2017, il rapporto di distribuzione dei dividendi è arrivato al 30% e oltre per i titoli delle blue chip".

"Si tratta solo dei primi passi", conclude il manager, "ma li interpretiamo come un segnale di progresso e di buon auspicio per il futuro. Ci sembra che le aziende siano più disposte a dialogare con noi e ad ascoltare i nostri interessi di azionisti. Viene apprezzato sempre di più il fatto che non siamo presenti in Cina con un’ottica di breve periodo, il che facilita il dialogo con il management delle società in cui investiamo. Questo è un segnale tangibile dei positivi progressi fatti dal mercato".

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