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Scenari | Union Bancaire Privée    

Fatta la Cop26, bisogna concretizzare

Superato il summit delle Nazioni Unite, è arrivato il momento di presentare progetti tangibili per combattere il cambiamento climatico e raggiungere emissioni net-zero». Il commento di Rupert Welchman

Fatta la Cop26, bisogna concretizzare

Dalla CoP26 risulta ormai chiaro che i Paesi di tutto il mondo riconoscono la necessità di agire con più decisione per combattere la crisi climatica. Ora è arrivato il momento di andare oltre la riunione delle Nazioni Unite e concretizzare i punti discussi a Glasgow, per esempio con dei progressi tangibili sui Contributi determinati a livello nazionale (Ndc), stabiliti nell'accordo di Parigi, o con la pubblicazione di piani più dettagliati sugli obiettivi 2030 e sul loro raggiungimento.

«I Paesi del G20 sono responsabili di tre quarti delle emissioni globali di gas serra, ma la maggior parte dei piani climatici annunciati sono solo "miglioramenti" agli Ndc già esistenti, e spesso soggetti a peculiarità nazionali», spiega Rupert Welchman, impact equity portfolio manager di Union Bancaire Privée (nella foto a lato). «Al momento, entro il 2030 le emissioni che ne derivano aumenterebbero ancora del 43% rispetto al 2010, un dato lontanissimo dalla riduzione del 45% necessaria per raggiungere l'obiettivo di 1,5°C. Inoltre, resta da capire come si raggiungerà questo traguardo».

Ugualmente auspicabile sarebbe che il numero delle entità ad alte emissioni (come Paesi e industrie) impegnate nel raggiungere emissioni net-zero aumentasse. Finora, gli obiettivi aziendali e non governativi hanno usato metodologie diverse per raggiungere scopi differenti, ma adesso è giunto il momento di una maggiore standardizzazione, anche tramite obiettivi scientifici. «Vorremmo che le aziende fissassero più obiettivi, fornendo anche i dettagli su come raggiungerli», continua Welchman. «Inoltre, restano interrogativi su alcuni dei responsabili delle emissioni maggiori. L'India, responsabile del 7% delle emissioni globali, si è impegnata a rispettare la scadenza del 2070, ma non ha un obiettivo sull’anno di picco delle emissioni, rendendo difficile valutare e prevedere i suoi progressi. Anche se accogliamo con favore i progressi dell'industria automobilistica, in altri settori chiave non vi sono sforzi. Le iniziative per stimolare la domanda di beni a basse emissioni di carbonio e per decarbonizzare le supply chain di acciaio, cemento e calcestruzzo sono state insufficienti. Quattro Paesi hanno svelato progetti in questa direzione, ma producono solo l'8% dei prodotti finiti in acciaio».

Ma andare oltre la Cop26 significa anche dare il giusto sostegno finanziario ai Paesi meno ricchi per la transizione delle infrastrutture energetiche. Gran parte della responsabilità ricade sui Paesi più ricchi, che consumano di più. Incentivi e aiuti agli investimenti aiuteranno i Paesi a basso reddito a intraprendere il cammino verso la decarbonizzazione, evitando perdite di posti di lavoro che potrebbero invece verificarsi senza un sostegno finanziario.

«L'obiettivo di 100 miliardi di dollari non è stato raggiunto e il totale per quest'anno sarà probabilmente più vicino a 85 miliardi», spiega l’esperto. «Dopo più di un decennio dal primo impegno, l'importo mancante sembra marginale rispetto agli obiettivi ancora più ambiziosi che tali risorse potrebbero stimolare per le economie meno sviluppate e in più rapida crescita. È imperativo che i Paesi ricchi e le alleanze facciano il proprio dovere in quest’ambito».

Essenziale sarà poi l’ampliamento dei meccanismi di carbon pricing e trading, che comporteranno un costo nelle supply per chi non riesce a decarbonizzare le economie globali. Il prezzo attuale del carbonio nel mercato più grande del mondo (l'Ets dell'Ue) è pari a circa €60/tonnellata, ma l'Aie ha concluso che per arrivare a uno scenario “net zero” entro il 2050 il prezzo dovrà salire a $250/tonnellata nei Paesi sviluppati e di $200/tonnellata in Cina, Brasile e Russia. «La COP26 ha definito il quadro che regolerà la cooperazione internazionale e il prezzo del carbonio. Esso delinea le regole che formano il sistema di contabilità che previene il conteggio doppio delle riduzioni delle emissioni e apre la strada alla sua implementazione», prosegue il manager. «Tuttavia, a parte Regno Unito, Francia, Germania e Italia, pochissimi governi hanno adottato politiche per garantire una corretta divulgazione dei dati. Per quanto riguarda il carbon pricing, solo dieci dei 60 mercati del carbonio attivi hanno prezzi abbastanza alti per raggiungere gli obiettivi dell'Accordo di Parigi, e quei dieci mercati coprono solo il 4% delle emissioni globali di gas serra».

L’auspicio generale è dunque che i politici possano superare gli interessi nazionali pregressi e la protezione dello status quo, evitando di confondere il rapporto tra combustibili fossili, agricoltura e cambiamento climatico. «Gli Stati Uniti e la Cina hanno emesso una dichiarazione congiunta sul "rafforzamento dell'azione sul clima nei prossimi dieci anni", ma nel documento non ci sono impegni concreti sulla dismissione delle centrali a carbone e sulla riduzione delle emissioni», nota Welchman. «Allo stesso modo, un certo numero di Paesi in via di sviluppo continua a parametrare le iniziative sul clima agli incentivi economici, fino a quando i Paesi sviluppati non assicureranno la giusta quantità di finanziamenti. Un'area sempre più sotto esame è quella delle lobby. Più di 100 aziende di combustibili fossili hanno inviato oltre 500 lobbisti alla CoP26, su un totale di circa 40mila delegati. Mentre alcune aziende stanno chiaramente abbracciando la transizione verso l'energia pulita, rimane il sospetto che gran parte di queste lobby mirino a rallentare il ritmo del cambiamento e a preservare lo status quo».

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