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Scenari | La Financière de l’Echiquier

Fed con le spalle al muro, fa dietrofront

«Ora una stretta monetaria vigorosa è inevitabile, dopo due anni di misure estremamente accomodanti». Il commento di Olivier de Berranger e Alexis Bienvenu

Fed con le spalle al muro, fa dietrofront

Si trova sempre più con le spalle al muro il presidente della Federal Reserve: quasi un anno di segnali contrastanti, eppure continuava a sventolare la bandiera dell’inflazione transitoria. Ora gli indici continuano a non presentare i livelli sperati, l’inflazione si segna sempre più di caratteri permanenti, e anche l’irremovibile banca americana si è vista costretta ad ammettere che sì, effettivamente l’aggettivo utilizzato era un po’ troppo platonico. Nel mentre tutti gli operatori del settore si erano accorti già da un bel po’ che quel ‘transitoria’ era tutt’altro che sostenibile.

«Ora una stretta monetaria vigorosa è inevitabile, dopo due anni di misure estremamente accomodanti», dicono Olivier de Berranger e Alexis Bienvenu, chief investment officer e gestore di La Financière de l’Echiquier. «A questa svolta, che costituisce di per sé una prova importante visto che la stretta non deve sconvolgere la dinamica economica, si aggiungono altri quattro ostacoli. In primo luogo, l'inflazione contro cui la Fed deve lottare è interamente dovuta a fattori su cui non può esercitare una sua influenza. Il prezzo dell'energia, il costo della transizione energetica, le difficoltà di approvvigionamento di materiali elettronici o le code nei porti non sono, infatti, di sua pertinenza. Eppure, visto che queste difficoltà sono durature, finiscono per trasmettersi, in parte, ai dati sull'inflazione sottostante di cui la Fed è responsabile. Non ci può fare nulla, ma ne deve rispondere – posizione scomoda».

Secondo imponente ostacolo per la Fed è il muro del debito statunitense. Che si traduce in debito globale, dal momento che i suoi tassi influenzano l'intero pianeta. «Le varie strette monetarie che si sono succedute dagli anni ‘80 si sono svolte in un contesto in cui il volume del debito pubblico totale, rapportato al Pil, è quasi sempre aumentato», spiegano i due esperti. «Dal 30% circa nei primi anni '80, il rapporto è salito al 60% circa nei primi anni '90, per superare il 100% subito dopo la crisi del 2008 e il 120% oggi, secondo la Fed di St Louis. Ma visto che il debito è quadruplicato non se ne può aumentare l’onere allo stesso modo. Di fronte alla montagna di debito accumulata, sarebbe oggi totalmente impensabile una stretta monetaria per controllare l'inflazione come quella dei primi anni '80, quando i tassi ufficiali salirono al 20%. La Fed ha ancora un po' di margine di manovra, certamente molto più sottile che in passato, anche perché detiene essa stessa un quarto circa del debito pubblico».

A ciò si aggiunga poi il muro del Covid, la cui altezza è difficilmente stimabile all'inizio di dicembre. Per il momento, la dinamica della pandemia è molto più bassa negli Stati Uniti che in Europa, benché si possa difficilmente immaginare che l'ondata invernale della variante "Delta" risparmi gli Usa mentre si sta riversando in tutta l'Europa. Per quanto riguarda un'eventuale ondata dovuta alla variante "Omicron", è ora impossibile prevederne l’ampiezza. «Ci vorrà del tempo per capire se si tratta di un falso allarme o di un'ondata reale», dicono de Berranger e Bienvenu. «La Fed, la cui prossima riunione è prevista a breve - il 15 dicembre - dovrà correre un rischio prima di poter stimare correttamente la portata dell'ondata. Una decisione cruciale da prendere in mancanza di visibilità».

Infine, la Fed ha davanti a sé il muro del dollaro. «L'aumento dei tassi prima delle altre banche centrali, in particolare nell’Eurozona o in Cina, incoraggerebbe una tendenza rialzista del dollaro», proseguono. «Lo abbiamo già visto quest'anno. Ma un dollaro più forte aiuta a combattere l'inflazione dei beni importati, favorisce le importazioni e penalizza le esportazioni oltre che le rilocalizzazioni industriali. Aumenterebbe quindi il disavanzo commerciale, nei confronti della Cina soprattutto, da cui gli Stati Uniti stanno cercando – senza successo - di uscire».

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