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Scenari | T. Rowe Price

Come proteggersi dall’inflazione, transitoria o meno

«Abbiamo una visione negativa sui titoli di Stato a interesse fisso nei nostri portafogli multi-asset, perché il loro valore potrebbe risentire pesantemente in un contesto in cui gli investitori dovessero alzare le aspettative sull'aumento dei prezzi». Il commento di Yoram Lustig e Michael Walsh

Come proteggersi dall’inflazione, transitoria o meno

Domanda sostenuta per la forte ripresa economica, offerta impreparata ad un recupero del genere, e carenze generalizzate su prodotti, trasporti, manodopera ed energia: non un momentum economico del tutto roseo. In tutto ciò, si aggiungono le politiche delle principali banche centrali, che hanno lanciato programmi di acquisto di asset, e i debiti dei governi che hanno raggiunto quantità mastodontiche. Si dice col tempo tutti questi fattori dovrebbero attenuarsi, in quanto caratteri transitori destinati a non gravare più sul contesto inflativo.

Eppure, ci sono altri quattro fenomeni che sembrerebbero invece costituire potenziali driver strutturali a lungo termine dell’inflazione: disruption tecnologiche, come gli aumenti di produttività e l’automazione; invecchiamento demografico, con cambiamenti nei consumi e nei comportamenti; globalizzazione, che potrebbe prendere una direzione diversa nei prossimi anni, avendo la pandemia evidenziato le fragilità delle catene di fornitura globali; e transizione globale, dai combustibili fossili all’energia rinnovabile.

«La transitorietà o la persistenza dell’inflazione sono tuttora oggetto di un dibattito che vede chiare prese di posizione da entrambe le parti», commentano Yoram Lustig (nella foto a lato) e Michael Walsh, head of multi-asset solutions EMEA & Latam  e solutions strategist di T. Rowe Price. «In effetti, alcune economie sviluppate, come l’Europa e il Giappone, accoglierebbero con favore un’inflazione moderatamente più alta dopo un decennio di bassa inflazione, nonostante i grandi sforzi fatti dalle banche centrali per implementare pressione sui prezzi. Vista la possibilità per le banche centrali di azzerare le aspettative di inflazione dopo anni di mancato raggiungimento del loro obiettivo di prezzo, è possibile prevedere che la politica monetaria rimanga accomodante nel 2022 e anche oltre».

«Ci aspettiamo», dicono, «che l’inflazione sia persistentemente transitoria – è probabile che rimanga elevata fino al 2022 – tuttavia, poiché alcuni dei driver ciclici dell’inflazione si attenuano con il tempo, riteniamo sia probabile che scenda nel corso del prossimo anno. Dobbiamo comunque ricordare che c'è un rischio insito nelle aspettative, di conseguenza l’inflazione potrebbe rimanere più alta per un periodo più lungo. Per esempio, alcune grandi banche centrali, come la Federal Reserve degli Stati Uniti e la Bce, potrebbero fare un passo falso, rimanendo colombe per troppo tempo e permettendo così all’inflazione di accelerare. Se ciò accadesse, i consumatori potrebbero consumare di più ora o chiedere salari più alti per paura di aumenti inflattivi , portando ad una spirale inflazionistica viziosa».

I mercati obbligazionari invece sembrano ancora essere tranquilli rispetto alla probabilità che ciò avvenga, con tassi di interesse che rimangono vicini ai minimi storici. Una prospettiva che secondo gli esperti diventerà sempre più rischiosa, qualora i prezzi rimangano elevati. «Per questo», spiegano, «abbiamo una visione negativa sui titoli di Stato a interesse fisso nei nostri portafogli multi-asset. Il valore di queste obbligazioni, che pagano cedole che rimangono fisse in termini monetari, potrebbe risentire pesantemente in un contesto in cui gli investitori dovessero alzare le aspettative di inflazione».

E nel lungo periodo invece? «Sul lungo termine, ci aspettiamo che l’inflazione ritorni verso i livelli che hanno prevalso per gran parte del secolo attuale», dicono. «Crediamo che le forze strutturali deflazionistiche avranno probabilmente il sopravvento nel medio termine su quelle inflazionistiche».

Secondo i due esperti, l’attuale situazione dovrebbe ricordare agli investitori di assicurarsi che i loro portafogli possano essere resistenti a una serie di possibili ambienti di mercato. I bond a interesse fisso di alta qualità, ad esempio, sono tipicamente detenuti per mitigare il downside risk quando le azioni scendono. I rendimenti azionari e obbligazionari tendono a diventare più correlati in un ambiente altamente inflazionistico, quindi gli investitori potrebbero voler considerare di “diversificare i diversificatori” per includere altri potenziali beni rifugio, come le obbligazioni legate all'inflazione, asset liquid alternative e programmi di protezione da correzioni di mercato.

«A nostro avviso», proseguono Lustig e Walsh, «la scelta tra copertura strategica e tattica dell’inflazione è fortemente influenzata dagli obiettivi e dai requisiti di ciascun investitore. Ad esempio, è probabile che le compagnie assicurative vogliano dimostrare una copertura esplicita delle passività legate all’inflazione ai fini della gestione del capitale. Laddove gli investitori hanno una maggiore flessibilità in termini di approccio, sono tre i parametri principali presi in considerazione nella scelta delle coperture dell’inflazione».

Il primo parametro è l’efficacia della copertura nello svolgere la sua funzione. Questo dipende fortemente da due dimensioni: l’orizzonte temporale e il fatto che l’inflazione sia attesa o inattesa. «Per esempio, nel breve termine, le coperture più efficaci sono i contanti e i titoli legati all’inflazione a breve termine», dicono. «Il loro rendimento o il loro prezzo possono muoversi rapidamente con le variazioni dei tassi a breve (contanti) o dei tassi d’inflazione (titoli legati all’inflazione). Nel lungo periodo, asset come le azioni hanno spesso mostrato un’alta correlazione con l’inflazione. Ma sull’altra dimensione, le azioni e le obbligazioni nominali non performano bene quando l’inflazione aumenta inaspettatamente. Tuttavia, un’inflazione attesa più alta può avvantaggiare le azioni e danneggiare le obbligazioni nominali a lunga scadenza».

Vi sono poi i costi da tenere presente. «Investire in attività diverse comporta costi diversi. I costi includono non solo i pagamenti in contanti, come le commissioni, ma anche i costi di governance per l’investitore», spiegano. «Pagare i costi può valere la pena a seconda del ruolo dell’asset nel portafoglio e da quanto tempo è probabile che esso venga mantenuto. Più alto è il rendimento atteso e più a lungo si prevede di detenere l’asset, più alti sono i costi giustificabili. Se ci si aspetta che l’inflazione sia transitoria, gli investitori dovrebbero cercare di pagare meno per asset il cui ruolo è proteggere dall’inflazione. Se ci si aspetta che l’inflazione sia più persistente, possono essere giustificati costi più elevati, ad esempio investendo in beni direttamente collegati all’inflazione. Questo è uno dei motivi per cui preferiamo gli asset che non sono troppo costosi, ma che ci aspettiamo forniscano un rendimento accettabile sia in condizioni inflazionistiche che meno inflazionistiche».

Infine, bisogna tenere in considerazione la liquidità. Il regime d’inflazione è incerto perché le forze inflazionistiche e deflazionistiche sia cicliche che strutturali sono dinamiche. È difficile prevedere se vincerà l’inflazione o la deflazione. La liquidità permette dunque la flessibilità di cambiare il portafoglio in base alle circostanze che cambiano o se le aspettative si rivelano sbagliate.

«L’approccio migliore a nostro avviso – a seconda delle circostanze che riguardano ogni investitore – consiste nell'unire in portafoglio diverse attività liquide sensibili all'inflazione», concludono.

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