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 Inflazione: aspettative da rivedere?

«Temo che dovremmo abituarci a vedere il Cpi stabilmente sopra il 2%, così come ci eravamo quasi abituati a vederlo sotto il 2% dopo la Grande Crisi Finanziaria». Il commento di Alessandro Tentori

 Inflazione: aspettative da rivedere?

L’Indice dei prezzi al consumo statunitense registrava un 6.8% a novembre: viene da chiedersi se non sia il caso di rivedere le aspettative di inflazione. Lontane dall’essere un mero gioco di scommesse finanziarie, le cosiddette ‘expectation’ hanno un ruolo non indifferente nell’economia di tutti i giorni. Banalmente, se tutti si aspettano che i prezzi del latte cresceranno, ecco che gli scaffali saranno assaliti da consumatori che preferiscono comprarlo oggi piuttosto che domani. Con tutte le ricadute del caso su domanda inaspettata, offerta presa alla sprovvista e conseguenze sui prezzi che andranno inevitabilmente a salire.

Tuttavia, questo è vero anche al contrario. «Lo sappiamo dalla storia economica del Giappone», spiega Alessandro Tentori, cio Axa Investment Managers Italia (nella foto a lato), «la deflazione è innanzitutto frutto delle aspettative di prezzi in discesa, aspettative che alimentano la discesa dei prezzi che a sua volta alimenta le aspettative per un ulteriore posticipazione dei piani di consumo».

Si pone a questo punto il problema della misurazione delle aspettative, che dovrebbe essere il più possibile accurata. Ciò tuttavia non è semplice, e il tema rimane spinoso, privo di una visione unanime sia tra i singoli economisti e investitori che tra le istituzioni delle banche centrali.  

«Focalizzandoci sugli Stati Uniti», spiega Tentori, «potremmo guardare agli swap indicizzati all’inflazione. Per esempio, l’inflazione annua prezzata dal mercato tra un anno (il CPI a un anno, un anno forward per intenderci) vale attualmente 2.9%, mentre l’inflazione a partire da due anni nel futuro è prezzata a 2.75%. Purtroppo, qui ci sono tre complicazioni: innanzitutto si tratta delle aspettative sulla dinamica di un indice di prezzi di una ristretta cerchia di dealers e di investitori finali, non certo delle aspettative aggregate di inflazione della popolazione statunitense; inoltre, come gli strumenti di tasso nominali, così anche gli strumenti indicizzati all’inflazione comprendono un premio a rischio, che riflette l’incertezza sull’inflazione futura; Infine, la Fed non basa le proprie scelte di politica monetaria sul CPI ma sul deflatore PCE. Se filtrassimo le aspettative basate sugli swap indicizzati al CPI statunitense dal premio a rischio (45 punti base) e dal differenziale tra CPI e PCE (30 punti base), allora noteremmo come il mercato si attende un’inflazione esattamente sul target del 2% per il 2023».

Sarebbe utile a questo punto un passaggio sui sondaggi, strumento essenziale per armonizzare le aspettative di mercato sul CPI con quelle più generiche della popolazione sull’inflazione. «Dei tanti sondaggi che vengono condotti, sono due quelli che godono a mio avviso di una ottima reputazione: il Survey of Professional Forecasters e il sondaggio della University of Michigan », prosegue l’esperto. «Per quanto riguarda le aspettative di lungo periodo – diciamo a partire da cinque anni – entrambi i sondaggi segnalano una inflazione attesa di 2.75%-3%, in netto rialzo da una aspettativa di 2%-2.5% solamente 12 mesi fa. Faccio anche notare che il tema delle aspettative basate sui sondaggi rispetto a quelle basate sugli strumenti finanziari è molto sentito non solo dalla Fed, ma anche dalla Bce che in passato condusse (grazie a Benoit Coeure) uno studio dettagliato delle aspettative dei consumatori per meglio comprendere l’inflazione e il comportamento delle famiglie».

«Temo», conclude Tentori, «che le aspettative di inflazione sottostimino il rischio di una inflazione meno “transitoria”, cioè legata più a dinamiche strutturali e meno a effetti di base piuttosto che a colli di bottiglia temporanei. Forse dovremmo abituarci a vedere il CPI stabilmente sopra il 2%, così come ci eravamo quasi abituati a vederlo sotto il 2% dopo la Grande Crisi Finanziaria».

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