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Scenari | Flossbach von Storch

Inflazione: neanche la Cina ne è immune

«Le politiche di Pechino probabilmente esaspereranno i già noti problemi di approvvigionamento, con possibili ricadute su altri settori, mettendo in moto un circolo vizioso di aumento dei prezzi e aggravamento delle forniture, che a loro volta porteranno a ulteriori aumenti dei prezzi». Il commento di Agnieszka Gehringer

Inflazione: neanche la Cina n’è immune

Stimoli fiscali e monetari senza precedenti stanno spingendo la ripresa economica, ma questa corsa inaspettata sta a sua volta spingendo l’inflazione. Le reazioni dei Paesi sono differenti: chi ha già adottato misure concrete di politica monetaria, chi sta ancora aspettando per vedere se l’economia si assesterà. La Federal Reserve Bank della Nuova Zelanda e le banche centrali di Brasile, Polonia e Repubblica Ceca hanno recentemente aumentato i tassi d'interesse, mentre la Fed ha annunciato che ridurrà i propri acquisti di obbligazioni. In tutto ciò, la Cina sembra essere una mosca bianca, con l’inflazione che è rimasta bassa, nonostante fosse temporaneamente salita al 5,4% all'inizio della pandemia nel gennaio 2020.

Uno sguardo più attento ai recenti sviluppi dei prezzi in Cina nelle principali categorie di beni rivela tuttavia un quadro differenziato. «Dalla metà del 2020, una certa pressione inflazionistica si è accumulata nei prezzi delle abitazioni (affitto e alloggio), che contribuiscono per il 25% al valore complessivo dell’inflazione», spiega Agnieszka Gehringer, senior research analyst del Flossbach von Storch Research Institute. «Una tendenza simile è evidente anche in alcune altre categorie come trasporti e comunicazioni (contributo all’inflazione del 15,4%), tempo libero e istruzione (contributo dell'8%), calzature e abbigliamento (contributo del 6,3%) e articoli e servizi domestici (contributo del 5,2%)».

Allo stesso tempo, l'andamento dell'inflazione nella categoria più importante, cioè i prodotti alimentari (contributo del 29%) non ha finora mostrato alcuna decisa tendenza al rialzo. «Questo quadro potrebbe però invertirsi a breve, per almeno due ragioni», continua l’esperta. «In primo luogo, a livello aggregato, l'inflazione dei prezzi alla produzione in Cina è passata da un minimo di -3,6% a giugno 2020 a un recente massimo del 10,7% a settembre 2021. Con poche eccezioni, i prezzi alla produzione e al consumo hanno storicamente avuto la tendenza a muoversi in tandem, il che implica che prezzi alla produzione più alti potrebbero alla fine portare a prezzi al consumo più alti».

Valutando i dati in modo ancor più disaggregato, sembrerebbe inoltre che una dinamica dei prezzi più rapida sia già in corso, specialmente per alcune categorie alimentari come cetrioli, spinaci e broccoli, ma anche per salsa di soia, lievito e birra. Ciò potrebbe essere amplificato dalla recente direttiva del governo cinese che chiede alle famiglie di conservare scorte di cibo per le emergenze. «I consumatori», spiega Gehringer, «hanno già aumentato la propria domanda non solo di biscotti e noodles istantanei, ma anche di elettrodomestici, specialmente radio e torce. Queste misure politiche probabilmente esaspereranno i già noti problemi di approvvigionamento, con possibili ricadute su altri settori, mettendo in moto un circolo vizioso di aumento dei prezzi e aggravamento delle forniture, che a loro volta porteranno a ulteriori aumenti dei prezzi».

Nella maggior parte dei paesi sviluppati, le banche centrali hanno il mandato esplicito di mantenere l'inflazione bassa e stabile. A questo scopo, usano vari strumenti di politica monetaria convenzionali (tassi d'interesse) e non convenzionali (ad esempio, acquisti di asset). L'autorità di politica monetaria cinese, la People's Bank of China, ha anche l'obiettivo formale di “mantenere la stabilità del valore della moneta”.  Il Partito Comunista ha sempre l'ultima parola sulle decisioni di politica economica rilevanti, ad esempio sul controllo dell'andamento dei prezzi.

Questa peculiare struttura di politica economica ha il vantaggio di rendere più immediate le decisioni amministrative, ad esempio per combattere l’aumento dei prezzi, rispetto a una normale struttura di politica monetaria con lunghi e complessi canali di trasmissione. I prezzi amministrati, come i limiti massimi di prezzo, possono essere infatti introdotti con una norma ed essere immediatamente efficaci.

Non mancano però gli aspetti negativi, poiché qualsiasi intervento pubblico interferisce con il meccanismo del libero mercato e causa inefficienze e perdite di benessere. «Queste perdite possono essere avvertite con un certo ritardo o persino dopo la revoca dell’intervento politico sottostante», dice l’esperta. «Questo scenario si verificò durante gli ultimi picchi di inflazione in Cina negli anni ‘80, in occasione del processo di aggiustamento dei prezzi e di liberalizzazione. Dopo che le autorità ebbero abbassato i prezzi amministrati, l'inflazione salì poiché i prezzi amministrati erano inferiori ai prezzi di equilibrio del mercato».

Le recenti dinamiche dei prezzi in alcuni settori rilevanti dell'economia cinese suggeriscono che l'inflazione dei prezzi al consumo potrebbe guadagnare slancio nei prossimi mesi. «Se l'aumento dell'inflazione dovesse richiedere un intervento politico decisivo per combatterla, il quadro di politica economica in Cina sembra offrire una certa flessibilità aggiuntiva nel processo decisionale e nell’attuazione», conclude Gehringer. «Tuttavia, gestire l’inflazione è sempre stato un difficile atto di bilanciamento e questa volta la Cina non farà eccezione».

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