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Outlook 2022

La lowflation giunge al termine

«La nuova fase vedrà governi più interventisti, un’ascesa del populismo che metterà più enfasi sul lavoro e meno sul capitale, e una maggiore attenzione alle questioni ambientali». Il commento di David Riley

La lowflation giunge al termine

II 2021 è stato l’anno delle campagne vaccinali e delle riaperture, ma anche dell’aumento generalizzato dell’inflazione, spinta da una domanda che eccedeva l’offerta (peraltro già ostacolata dai colli di bottiglia nelle catene di approvvigionamento. Ora il 2022 dovrebbe vedere, secondo gli esperti, una crescita globale superiore al trend, grazie a maggiori investimenti e domanda.

«Ci aspettiamo che l’inflazione – pur rimandendo al di sopra dei livelli di target delle banche centrali – si attenuerà, con i consumatori che si sposteranno dai beni ai servizi e le disruption sul lato dell’offerta che dovrebbero diminuire», dice David Riley, chief investment strategist di BlueBay Asset Management (nella foto a lato). «Quello che ci attende è un cambio di passo, con la fine della ‘lowflation’, l’era di bassa crescita, bassa inflazione e bassi tassi di interesse che ha caratterizzato l’ultimo decennio. La nuova fase vedrà governi più interventisti, un’ascesa del populismo che metterà più enfasi sul lavoro e meno sul capitale, e una maggiore attenzione alle questioni ambientali, come cambiamento climatico e decarbonizzazione».
Le pressioni inflazionistiche si sono moltiplicate rapidamente a causa dell’insolita natura della ripresa, con un picco nella domanda di beni che supera la capacità di offerta nel sistema produttivo globale, tuttora vittima di interferenze legate al Covid. Uno sfasamento tra offerta e domanda che è palese anche nel mercato del lavoro, con livelli record di posti vacanti rispetto ai tassi di disoccupazione pre-pandemia e una forza lavoro ridotta.

«Le pressioni inflazionistiche sui beni si modereranno nel 2022 man mano che la domanda dei consumatori si sposterà verso i servizi e si attenueranno i vincoli sull’offerta», continua Riley. «Ma con l’economia statunitense che si sta scaldando, il tasso di disoccupazione che rischia di scendere sotto il 4% e l’aumento nei costi di produzione (compresi gli stipendi), le pressioni inflazionistiche negli Usa si estenderanno e resteranno elevate. Prevediamo che l’inflazione core negli Usa si attesterà in media sopra il 4% nel 2022. La nostra previsione è significativamente superiore rispetto al consensus, che si attesta intorno al 3,5% per l’inflazione IPC».

Mentre i disallineamenti tra domanda e offerta sono meno acuti nelle altre economie principali, i prezzi più alti di energia e materie prime, nonché una solida crescita, faranno sì che l’inflazione resterà al di sopra dei target delle banche centrali. La maggiore inflazione derivante da questi disallineamenti diminuirà man mano che il virus da pandemico diventerà endemico. Ma la deglobalizzazione, una maggior concentrazione su catene produttive più “resilienti” (localizzate), e cambiamenti politici e demografici che favoriscono il lavoro rispetto al capitale sono tendenze che sono state accelerate dalla pandemia e dalle successive reazioni politiche.

«La tecnologia si conferma come potente forza disinflazionistica», spiega l’esperto, «ma il sentiment pubblico e politico inizia a prendere le distanze da un’innovazione illimitata percepita come una minaccia all’occupazione e come fattore di aumento delle iniquità sociali. Gli eventi atmosferici sempre più estremi e la transizione ad un’economia ad impatto zero saranno altrettante fonti di volatilità inflazionistica e prezzi più alti. Siamo dell’opinione che la crisi del Covid-19 abbia segnato la fine del regime di "lowflation” dell’ultimo decennio».

Un’inflazione costantemente sopra ai target e soggetta a previsioni di ulteriori aumenti mette alla prova la narrativa transitoria che sottende le indicazioni future delle banche centrali, che intendono muoversi in modo molto graduale nel loro inasprimento monetario. «La volatilità nei mercati dei tassi d’interesse a breve termine è aumentata e dovrebbe restare a livelli elevati nel 2022», prosegue Riley, «con il calo dei programmi di acquisto titoli delle banche centrali».

Le pressioni inflazionistiche sottostanti nell’area euro non sono acute come negli Usa e nel Regno Unito, malgrado il recente picco nell’inflazione principale. «Ci aspettiamo», dice l’esperto, «che la Bce compensi la fine del PEPP a marzo 2022 con almeno un raddoppio degli acquisti di obbligazioni in base all’Asset Purchase Programme (APP) fino a 40 miliardi di euro al mese, con modesti rialzi nei tassi non prima della metà del 2023».

L’attuale percorso di tassi della Fed invece, ipotizzato dal mercato, prevede un “decollo” nella seconda metà del 2022. «Siamo dell’opinione», conclude Riley, «che con l’inflazione ben al di sopra del 4% per tutto il 2022 e il tasso di disoccupazione sotto al 4%, quando la Fed inizierà a rialzare i tassi d’interesse lo farà più rapidamente e spingendosi più in là di quanto non abbiano scontato i mercati e i rendimenti dei Treasury».

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