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Scenari | KraneShares

Titoli cinesi quotati negli Usa: implicazioni per gli investitori

«Crediamo che i regolatori di entrambi i Paesi siano propensi a permettere alle aziende cinesi di quotarsi negli Stati Uniti, ma abbiano allo stesso tempo un desiderio reciproco di assicurare che ci sia trasparenza e che queste aziende rispettino le rispettive regolamentazioni». Il commento degli analisti di KraneShares

Titoli cinesi quotati negli Usa: implicazioni per gli investitori

Poco dopo l’Ipo di Didi Global negli Stati Uniti, Pechino ha lanciato una revisione sulla cybersecurity, e molti investitori si sono chiesti se le aziende cinesi quotate negli States fossero state prese di mira. Secondo il team di KraneShares, non è così. Ciò che sta accadendo a Didi sarebbe una questione a parte, simile a quando il governo ha fermato l'Iipo di Ant Group nel novembre 2020. La differenza chiave, starebbe nel fatto che, per Ant, i regolatori avevano potuto impedire la quotazione a Hong Kong: il prospetto dell'Ipo di Ant includeva dati finanziari compilati prima dell'introduzione delle nuove norme sul fin-tech, e se Ant fosse stata quotata prima dell'annuncio di questi nuovi regolamenti, ci sarebbe probabilmente stato un impatto negativo sul titolo.  Quello che, per l’appunto, è successo a Didi.

«Sebbene i regolatori cinesi avessero chiesto a Didi di non procedere con l’Ipo prima dell’entrata in vigore delle nuove leggi sulla sicurezza informatica, la società lo ha fatto comunque», commentano gli analisti di KraneShares. «Per poter continuare a operare in Cina, Didi deve rispettare tali norme, di conseguenza ha recentemente annunciato che effettuerà un delisting dalla Borsa di New York e avvierà una nuova quotazione a Hong Kong».

Dopo lo shock iniziale, ora è chiaro che la China Security Regulatory Commission sta lavorando attivamente con le aziende cinesi quotate negli Stati Uniti per migliorarne la conformità alla regolamentazione statunitense. Ad agosto la Csrc ha ribadito il sostegno alle quotazioni negli Usa, affermando che le aziende cinesi dovrebbero essere libere di quotarsi ovunque vogliano, nel rispetto delle leggi di entrambe le giurisdizioni. «Crediamo», dice il team, «che i regolatori di entrambi i Paesi siano propensi a permettere alle aziende cinesi di quotarsi negli Stati Uniti, ma abbiano allo stesso tempo un desiderio reciproco di assicurare che ci sia trasparenza e che queste aziende rispettino le rispettive regolamentazioni».

A dicembre 2020, il Congresso degli Stati Uniti ha approvato il Foreign Companies Accountable Act, che prevede che le società estere quotate sulle Borse degli Usa permettano al PCAOB (il regolatore delle società di auditing) di ispezionarne i libri contabili, e richiede che le aziende dichiarino se sono possedute o controllate da governi stranieri. Non ottemperare a questi obblighi potrebbe portare al delisting delle società cinesi dalle Borse statunitensi.

«Va tenuto presente», precisano gli analisti», che la strada è ancora lunga prima che queste regolamentazioni possano diventare vere fonti di preoccupazione. La legge attuale, infatti, prevede che le aziende coinvolte abbiano una finestra di tre anni per diventare compliant. A settembre, attraverso un articolo a firma sul Financial Times, il Presidente della Sec Gary Gensler ha indicato il 2021 come anno di partenza per i tre anni. Le aziende hanno l’opportunità di ottemperare all’interno dei bilanci per gli anni fiscali 2022, 2023 e 2024. Eventuali delisting si verificheranno solo nel 2025. Recentemente, il Senato ha approvato l’“Accelerating Holding Foreign Companies Accountable Act”, che dovrebbe ridurre la finestra di compliance a soli due anni, disegno di legge che non è stato però ancora accolto dalla Camera. La finestra temporale è pertanto abbastanza ampia, e riteniamo che un maggior coordinamento tra Sec e Csrc sia possibile, viste le recenti dichiarazioni. Il 17 Dicembre la Csrc ha affermato che è in corso un dialogo con i regolatori Usa, che sta facendo progressi significativi, e che ritiene sarà possibile trovare una soluzione che soddisfi le esigenze di entrambe le parti, nell’interesse degli investitori globali e dello sviluppo sano dei mercati dei capitali di entrambi i paesi».  

Per quanto riguarda l’audit da parte della PCAOB, la Sec ha proposto una soluzione secondo cui potrebbe essere ammessa una co-audit in cui revisori americani e aziende cinesi quotate negli Usa validerebbero l’operato delle controllate in Cina continentale. Tuttavia, gli investitori istituzionali possono prepararsi analizzando le possibili strade da percorrere in caso di un delisting dai mercati Usa. «L’opzione principale è la conversione delle posizioni in titoli quotati negli Stati Uniti con i loro omologhi quotati a Hong Kong», spiega il team. «Per esempio, per quanto riguarda il portafoglio Etf KraneShares KWEB, le società Alibaba, JD.com, NetEase, Baozun, Baidu, Autohome, Bilibili e Trip.com hanno tutte quotazioni secondarie presso la Hong Kong Stock Exchange (HKSE) e sono già stati effettuati dei test di conversione con esito positivo. In questo caso specifico, quindi, se dovessimo convertire tutte le aziende quotate su due diverse piazze, ridurremmo il peso dei titoli quotati negli USA dal 64% al 24%. Inoltre, da gennaio 2022 entreranno in vigore per l’Hkse nuovi criteri di quotazione che permetteranno alle società cinesi listate a Ny di quotarsi facilmente anche a Hk, incrementando ulteriormente il numero di azioni cinesi facilmente convertibili tra le due borse».

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