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Scenari | Generali Investments 

Timori per i Paesi a reddito basso nel 2022

«Nuove misure di supporto e programmi di ristrutturazione del debito e riforme economiche sotto l’egida del Fondo Monetario Internazionale e altri istituti sovranazionali dovranno costituire il salvagente per traghettare gli Stati più fragili fuori dalla crisi». Il commento di Filippo Casagrande

Timori per i Paesi a reddito basso nel 2022

Sono aumentate le pressioni sul debito dei Paesi emergenti più fragili, con gli spread dei bond in dollari, emessi da Paesi emergenti con un rating “High Yield”, tornati sopra i 600 punti base, in aumento di 150 punti base dai livelli di metà 2021. C’è da dire però, che per contro i Paesi emergenti con fondamentali più solidi – e rating in territorio “Investment Grade” – hanno mostrato aumenti di spread molto più contenute, con un aumento di soli 30 punti base a quota 140.

«Ci sono vari fattori che concorrono a spiegare questo aumento della rischiosità percepita dai mercati», spiega Filippo Casagrande, head of insurance investment solutions di Generali Assets & Wealth Management. «In primis, viene immediato pensare all’impatto negativo della pandemia di Covid-19, dati i livelli generalmente più bassi di vaccinazione nei Paesi a basso reddito. In questi Paesi, infatti, il tasso di vaccinazione con due dosi si ferma al 5%, salendo ad un ancora molto modesto 36% nei Paesi a reddito medio-basso. Sebbene la mortalità nei Paesi più poveri sia inferiore, soprattutto grazie all’età media della popolazione molto bassa, non vanno trascurati gli impatti sull’economia. Molti Paesi dipendenti dal turismo sono entrati in profonda crisi, venendo a mancare la fonte principale di entrate statali e di valuta forte. In base alle ultime stime dell’Organizzazione Mondiale del Turismo (UNWTO), gli arrivi di turisti internazionali segnano ancora un meno 70-75% rispetto ai livelli del 2019».

Secondo l’esperto, il fattore più preoccupante e che rischia di aggravarsi nel corso del 2022, è la combinazione tra aumento generalizzato dei prezzi alla produzione e al consumo, e la stretta delle politiche monetarie da parte delle banche centrali. «Per fare un esempio», dice Casagrande, «il prezzo dei prodotti agricoli monitorati dalle Nazioni Unite ha segnato un aumento del 43.4% da giugno 2020, avvicinando i picchi storici visti durante il 2008 e il 2011. Anche i prezzi dell’energia segnano forti aumenti, e mentre i Paesi produttori possono averne un beneficio, ciò si traduce per molti Paesi in difficoltà nel servire la bolletta energetica».

Tali aumenti dei prezzi hanno spinto molte banche centrali nei Paesi emergenti ad aumentare in misura molto significativa i tassi di politica monetaria. Sebbene questa mossa abbia il beneficio di medio-lungo termine di ridurre il perpetrarsi di pericolosi squilibri economici (ed in particolare crisi di bilancia dei pagamenti), l’impatto sulla crescita economica e sulla coesione sociale nel breve termine appare tutt’altro che positivo.

Bassa crescita, tensioni sociali e costo del debito in rialzo sono una combinazione pericolosa per la sostenibilità del debito. A ciò si aggiunge un punto di partenza meno favorevole in passato per quanto riguarda i livelli iniziali di indebitamento pubblico, oggi ai massimi degli ultimi 20 anni almeno. «Riteniamo», commenta l’esperto, «che nei prossimi trimestri e anni gli episodi di ristrutturazione nei Paesi emergenti più fragili siano destinati a crescere, anche in ragione delle previste riduzioni della liquidità da parte delle banche centrali nei Paesi sviluppati, Federal Reserve in primis. Questa minore liquidità ridurrà, infatti, il supporto degli investitori in questi mercati, riducendo le fonti di rifinanziamento».

Per rendere meno gravoso questo scenario, il ruolo delle organizzazioni sovranazionali sarà cruciale. «Negli ultimi anni abbiamo assistito a numeri programmi volti a ridurre il costo di servizio del debito per i Paesi più fragili, seppur con esiti non sempre soddisfacenti», conclude. «Nuove misure di supporto e programmi di ristrutturazione del debito e riforme economiche sotto l’egida del Fondo Monetario Internazionale e altri istituti sovranazionali dovranno costituire il salvagente per traghettare i Paesi più fragili fuori dalla crisi».

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