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Scenari | Gamma Capital Markets

Stagflazione? Rischio serio ma solo per l'Europa

«Gli Stati Uniti infatti sono abbastanza indipendenti dal punto di vista del petrolio, sono abili negli armamenti, avanti nella transizione energetica, pionieri della tecnologia e della robotica per cui riescono a contenere meglio l’effetto spillover della guerra. Stessa cosa la Cina, che può vantare una forte domanda interna. L’Europa, in contesti di prezzi alti delle materie prime e dollaro forte, potrebbe andare in stagflazione». Il commento di Carlo De Luca

La guerra si combatte con la finanza

Le sanzioni che Ue e Stati Uniti hanno varato nei confronti della Russia rappresentano un’operazione chirurgica finanziaria senza precedenti, ed hanno come obiettivo quello di privare gradualmente il sistema economico russo dell'accesso alla liquidità internazionale (in dollari ed euro). Tra le principali misure adottate, la sospensione di Swift, il sistema di comunicazione internazionale tra le banche. Un blocco del sistema che non va quindi a colpire la Russia come Paese, ma i singoli istituti finanziari, o meglio, solo una selezione di questi, per non arrecare danno eccessivo ai cittadini russi colpendo selettivamente il mercato finanziario. Nello specifico, stando a quanto riportato da Ansa, le banche escluse dal circuito sono Vtb, Rossiya, Otkritie, Novikombank, Promsvyazbank, Sovcombank e Veb.rf.

«C’è poi il congelamento degli attivi internazionali della Banca centrale russa, pari a circa il 40% del totale degli attivi», aggiunge Carlo De Luca, responsabile dell’asset management di Gamma Capital Markets. «Questo limita i margini di manovra della Banca Centrale per intervenire sulla sua valuta in caso di svalutazioni, o per banche e istituti di credito che dovessero rischiare default data l'impossibilità di accedere ai finanziamenti in valuta. Anche gli asset stranieri di Putin e degli oligarchi suoi fedelissimi, nonché dei beni dei principali ministri (Lavrov e Shoigu) e dei capi dell’Esercito russo, sono stati congelati».

Pesanti sanzioni riguardano anche le aziende russe. Alle imprese europee è stato fatto divieto di esportare tecnologia e di fare affari con alcune aziende statali russe. Nel mirino delle sanzioni anche le aziende strategiche russe, quelle produttrici di gas e petrolio. Nonostante le sanzioni impartite alla Russia, l’avanzata in Ucraina continua anche in queste ore. La più importante conseguenza derivante dalle sanzioni è quella del crollo del sistema finanziario: il valore del rublo continua a sprofondare rispetto al dollaro (-42% YTD). «Un altro rischio elevato», dice De Luca, «è il fallimento delle banche russe, e questo è ben chiaro ai cittadini russi che fanno la fila ai bancomat spaventati dall’idea di poter perdere tutti i propri risparmi. Inoltre, i titoli azionari russi continuano a precipitare in borsa».

Per quanto le sanzioni applicate dall’Occidente sino pertanto di natura finanziaria, e non economica e abbiano l’obiettivo di asfissiare il nemico, potrebbero tuttavia rivelarsi un “boomerang” data la fragilità dell’economia europea, già fortemente dipendente dall’estero. Basti pensare che l’Europa importa circa il 40% di gas dalla Russia. «La crisi in atto ha scatenato una speculazione di tipo finanziario sulle principali commodities, non solo sui classici beni di rifugio (come l’oro) ma anche sulle materie prime di tipo agricolo e industriale», dice l’esperto. «Per citare un esempio, il prezzo del nickel è raddoppiato sul mercato dei futures al London Metal Exchange. È possibile che ciò sia imputabile maggiormente a motivazioni tecniche, piuttosto che fondamentali, poiché il forte movimento al rialzo del prezzo potrebbe essere originato dalla chiusura forzata di posizioni corte a seguito di margin calls. Il nickel ha superato la soglia record dei 100.000 dollari a tonnellata in una gigantesca stretta che ha messo in difficoltà, per la prima volta, una grande banca statale di Pechino (CCBI Global Markets) al London Metal Exchange (fa parte del gruppo cinese HKEX), così come riportato da Bloomberg: la banca non è riuscita a pagare centinaia di milioni di dollari in più di margin call a causa della fiammata del nickel. Il London Metal Exchange, visto i movimenti estremi dei prezzi, ha anche deciso di consentire un ritardo nella consegna fisica delle commodities, una decisione senza precedenti nella storia di questa piazza finanziaria».

Quello che è accaduto sul nickel riporta al caso del petrolio del 2020, in cui, dopo le tensioni tra Stati Uniti e Iran che hanno portato il prezzo a livelli elevati, c’è stato lo shock della domanda causata dal covid-19. Questa crisi sanitaria ha avuto un impatto virulento sul mercato del petrolio greggio, in quanto la domanda a livello globale è stata drasticamente ridotta a causa delle varie misure di contenimento e delle restrizioni adottate dai diversi governi, portando l'Agenzia Internazionale per l'Energia a descrivere il 2020 come il peggior anno nella storia del petrolio. Alla luce di questa situazione, a marzo 2020 l'OPEC ha deciso di convocare una riunione d'emergenza, ma il risultato non è stato soddisfacente in quanto, dopo non essere riusciti a raggiungere un accordo con la Russia, è scoppiata una guerra dei prezzi che ha trascinato il prezzo del petrolio ancora più in basso, indebolendo ulteriormente un settore che ha risentito molto dell'allora situazione di mercato.

Nonostante le misure intraprese dall’OPEC, il prezzo del petrolio non ha mostrato segni di ripresa. «Tutte queste tensioni», spiega De Luca, «hanno causato un forte crollo del mercato a causa della scadenza del contratto a termine, facendo precipitare i contratti WTI in area di prezzo negativa, trascinando con esso anche il future in scadenza a giugno. Questa situazione può essere spiegata dal fatto che, a causa della bassa domanda di greggio a livello mondiale, le riserve di petrolio era al loro massimo, rendendo quasi impossibile immagazzinarne di nuove a causa del loro costo elevato».

Se nel 2020 si trattava di un problema economico, qui si tratta di una tematica squisitamente finanziaria. Ci sono infatti speculatori che, a causa del conflitto bellico tra Russia e Ucraina, prevedono che i prezzi delle principali materie prime (in particolare quelle esportate dai due Stati in questione) possano subire i maggiori rialzi a causa dei blocchi degli export. Tutto ciò potrebbe generare l’effetto opposto, definito backwardation, in cui il prezzo del contratto future diventa inferiore rispetto al prezzo spot dell’attività sottostante. Casistica che potrebbe verificarsi nel caso di risoluzione repentina dei conflitti in cui la volatilità dibreve diventa maggiore della volatilità di lungo, creando forti disallineamenti tra i prezzi spot e i prezzi dei future. Problematiche del genere potrebbero far saltare ETC/ETF/ETN/ETP con sottostanti in future.

«In termini macro la storia ci insegna che con elevata inflazione, dollaro forte, materie prime in rialzo ed economia in difficoltà è possibile che si generi stagflazione, che però in questo caso potrebbe essere temporanea, localizzata e non globale», dice l’esperto. «Il worst case scenario più probabile potrebbe materializzarsi in Europa. Gli Stati Uniti infatti sono abbastanza indipendenti dal punto di vista del petrolio, sono abili negli armamenti, avanti nella transizione energetica, pionieri della tecnologia e della robotica per cui riescono a contenere meglio l’effetto spillover della guerra. Stessa cosa la Cina, che può vantare una forte domanda interna. L’Europa, invece, in contesti di prezzi alti delle materie prime e dollaro forte, potrebbe andare in stagflazione».

Sarà importante adesso osservare le prossime mosse delle banche centrali: i mercati hanno completamente scontato un aumento ridotto dei tassi alla riunione del 15-16 marzo (aumento di 0.25% anziché 0.50%), ma dall’inizio della guerra in Ucraina, secondo i dati del gruppo CME, hanno diminuito le aspettative per il resto dell’anno. I trader stanno ora valutando aumenti di cinque quarti di punto percentuale che porterebbero il tasso di benchmark sui Fed Funds dall’attuale gamma di 0%-0,25% a 1,25%-1,5%. È interessante capire come la Fed si comporterà sull’andamento del Quantitative Easing e se la tabella di marcia del tapering verrà rispettata o subirà dei cambiamenti dovuti al conflitto bellico. Il flattening è diminuito: gli investitori stranieri hanno iniziato a comprare Treasury bond con scadenza a 2 anni e 20 anni per posizionarsi su asset più sicuri. La curva dei rendimenti ha infatti iniziato a irrigidirsi sulle principali scadenze rispetto a un mese fa.

«Vediamo ben posizionati i titoli della difesa militare, cyber security con un maggior focus sul settore bellico: gli armamenti ci saranno, ormai, sia che il conflitto si risolva in maniera veloce sia che si protragga», continua De Luca. «Allo stesso tempo, anche i titoli delle energie alternative potrebbero performare, in particolare i settori dell’idrogeno, solare ed eolico. Dovendo fare poi i conti con un ritorno alla carbonizzazione e riaccensione degli impianti nucleare in vecchio stile, faranno bene anche i titoli old style energy».

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