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La guerra in Europa pesa anche in Giappone

«Il fatto che lo yen, solitamente considerato una valuta rifugio, non si sia apprezzato - almeno rispetto al dollaro - in risposta al conflitto, è probabilmente dovuto al deflusso compensativo di valuta dal Paese per pagare il petrolio e il gas più costosi». Il commento di Dan Carter e Mitesh Patel

La guerra in Europa pesa anche in Giappone

L'esposizione economica diretta del Giappone verso la Russia è limitata, e le esportazioni verso il Paese nel 2021 sono ammontate a 862 miliardi di yen, appena l'1% del totale, e circa un ventesimo del livello delle vendite alla Cina. Un export rappresentato per lo più da veicoli a motore, componenti e macchinari. Le importazioni dalla Russia in Giappone sono invece più consistenti, 1,5 miliardi di yen, di cui circa il 60% è costituito da idrocarburi, con metalli, prodotti chimici e pesce a seguire.

«Chiaramente, un periodo di autosufficienza in Russia non rappresenta una minaccia sistemica per il Giappone», commentano Dan Carter (nella foto a lato) e Mitesh Patel, fund manager di Jupiter Am. «Naturalmente, il livello di esposizione alla Russia delle aziende giapponesi può essere molto più consistente, ma anche in questo caso è difficile trovarne esempi nel mercato giapponese. Japan Tobacco è probabilmente il caso più lampante, in quanto genera circa il 15% delle sue vendite nell'area CIS+ (formata da 9 delle ex repubbliche sovietiche con l’aggiunta di Turkmenintan e Georgia) con una quota del 38% del mercato delle sigarette in Russia. Altrove nel mercato, produttori di macchinari come Komatsu, Makita e Yokogawa generano tra il cinque e il dieci per cento delle loro vendite e profitti per le loro operazioni in Russia. Le automobili giapponesi, nonostante siano il più grande settore di esportazione, sono esposte in minima parte: la Russia rappresenta il tre per cento delle vendite della Mitsubishi Motors, il due per cento della Mazda e ancora meno per le compagnie più grandi come la Toyota».

Per le aziende che vendono in Russia, gli affari sono appena diventati (e sembrano destinati a rimanere) estremamente difficili su base pratica, legale e politica. Quest'ultima dimensione non è banale; il retailer fast fashion Uniqlo aveva inizialmente annunciato che avrebbe continuato a gestire i suoi negozi in Russia per poi invertire la rotta, ma solo il tempo dirà se subirà qualche contraccolpo reputazionale. «Anche se queste sfide possono essere superate», dicono i due esperti, «il deprezzamento del rublo serve a diminuire il valore del business estero in corso in Russia».

Finora, l'impatto della crisi non ha riguardato solo le aziende più legate alla Russia, ha colpito anche altri nomi generalmente considerati "Europe players". DMG Mori, la società di macchine utensili nata quando la giapponese Mori Seiki ha acquisito la tedesca Gildemeister, è un esempio di questo genere. Le azioni della società sono crollate del 30% da inizio anno, più del doppio del calo del settore dei macchinari, un fatto che molti attribuiscono al peso relativo delle vendite europee.

«Le presunte certezze sulla sicurezza europea vengono ora messe in discussione», spiegano, «ma la probabilità di ripercussioni nel settore militare in Germania - dove DMG Mori realizza quasi tutte le sue vendite europee - resta sicuramente un rischio di coda nel peggiore dei casi. Gli investitori ottimisti interpreteranno questo come un'opportunità – il selloff indiscriminato ha offerto un punto d'ingresso per acquistare aziende attraenti a valutazioni molto economiche. In alcuni casi, questa tipologia di investitori avrà ragione. Una visione alternativa vede le implicazioni commerciali e di investimento dell'invasione russa dell'Ucraina come la punta di un iceberg, con gli effetti diretti che rappresentano solo la parte visibile, mentre gli effetti indiretti più grandi e pericolosi si trovano sotto la superficie. Questo è il punto di partenza. L’effetto indiretto più ovvio di questa crisi, è l'impennata del prezzo del petrolio».

L'impatto dell'aumento dei prezzi del petrolio e del gas si sentirà ovviamente a livello mondiale, ma il Giappone è un'economia integrata a livello globale, con circa il 60% degli utili generati all'estero, principalmente nel settore manifatturiero. Auto, macchinari ed elettronica sono tutti comparti importanti, popolati da alcune delle aziende più famose del Giappone. Solo un numero limitato di aziende, tra cui Inpex la più grande società di esplorazione e produzione di petrolio del Paese, ha un’esposizione positiva ai prezzi di petrolio e gas. Tra queste anche le principali società commerciali del Paese Mitsubishi Corp e Mitsui, ma considerando tutte le loro attività (non solo il petrolio), esse rappresentano meno del tre per cento della capitalizzazione del Topix. Chiaramente, una recessione da shock petrolifero è tutt'altro che una buona notizia per il Giappone.

«Per le aziende che consumano petrolio, il potere dei prezzi sarà la chiave», dicono gli esperti. «In generale, più il prodotto è trasformato in commodity, più sarà difficile imporre ai clienti costi maggiori legati al petrolio. I produttori di prodotti petrolchimici o di prodotti di base ad alta intensità energetica potrebbero avere difficoltà. I fabbricanti di prodotti a valore aggiunto, come la società di pneumatici Bridgestone, potrebbero cavarsela meglio, ma il ritardo del trasferimento dell’aumento dei prezzi sui costi potrebbe essere ancora critico».

Il mix di produzione di energia elettrica in Giappone si è spostato dal nucleare verso il gas, il carbone e il petrolio, sulla scia del terremoto del 2011 e del disastro nucleare di Fukushima. «Ciò significa», continuano, «che gli utenti di elettricità, sia famiglie che aziende, possono aspettarsi bollette più elevate. Alcuni sostengono che qualsiasi segno di inflazione in Giappone stimolerà consumi, poiché la mentalità deflazionistica cede il passo alla paura di prezzi più alti se gli acquisti delle famiglie vengono ritardati. Noi non siamo così sicuri di questo, dato che l’aumento dei costi non discrezionali potrebbe portare a stringere la cinghia. Fortunatamente per il Giappone, la maggior parte della sua capacità di energia nucleare può essere riaccesa rapidamente. La posizione pro-nucleare del primo ministro Kishida  sarà solo incoraggiata dagli eventi attuali, un ritorno verso una maggiore generazione nucleare sembra possibile».

Fino a quando non si verificherà un tale riorientamento, è probabile che il Giappone paghi di più per il petrolio e il gas. «A gennaio», spiegano i due manager, «il disavanzo commerciale del Paese è balzato a un massimo di otto anni, poiché le consuete oscillazioni stagionali nelle importazioni e nelle esportazioni sono state esacerbate dai prezzi più alti delle materie prime. Il fatto che lo yen, solitamente considerato una valuta rifugio, non si sia apprezzato - almeno rispetto al dollaro - in risposta al conflitto è probabilmente dovuto al deflusso compensativo di valuta dal paese per pagare il petrolio e il gas più costosi».

Oltre agli idrocarburi, la fornitura di altre materie prime come il neon e il palladio è in serio pericolo. Il neon è cruciale per la produzione di microchip in silicio e metà dell'offerta globale è concentrata in Ucraina. Quando la Russia ha annesso la Crimea nel 2014, i prezzi del neon e di altri gas rari hanno subito un'impennata. «Pagare di più per i fattori produttivi», commentano, «è una cosa, una totale assenza di fornitura è un'altra. Per l’industria dei chip, che sta già faticando a soddisfare la domanda, questa ulteriore scossa rappresenta più di una preoccupazione».

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