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Analisi

Bernardeschi (Ifigest): “Il destino dell’euro è nella mani della Federal Reserve”

In assenza di un nuovo corso nella politica monetaria della Banca centrale americana la moneta unica potrebbe scendere dieci punti sotto la parità a causa forza relativa degli Stati Uniti rispetto all’Europa

Marco Bernardeschi

Marco Bernardeschi, head of investment advisory, Banca Ifigest

Fino a pochi giorni fa il cross euro/dollaro sembrava a un passo dalla parità e il timore era che toccasse il minimo storico a quota 0,9860, segnato nel dicembre 2002. A sorprendere è stata anche la velocità della traiettoria negativa: a inizio anno, infatti, l’euro valeva 1,15 dollari.

Molte le cause, tra le quali spiccano la pressione sulla valuta provocata dall’approccio lento della Bce in materia di tassi d’interesse e i maggiori rischi di recessione dell’Eurozona rispetto agli Stati Uniti. Ma la moneta unica riuscirà a riprendersi? E a quali condizioni? Investire lo ha domandato a Marco Bernardeschi, head of investment advisory, Banca Ifigest.

La parità è scampata? L’euro è ora nella fase di recupero?

Non ne sono sicuro. In realtà non mi sorprenderei se la moneta unica facesse un’ulteriore gamba di ribasso verso 0,88 o anche 0,85, cioè dieci punti abbondanti al di sotto della parità.

Non è quello che si aspetta il mercato…

Lo storico dell’euro indica che questi livelli sono già stati toccati nel 2015/2016 e soprattutto agli esordi della moneta unica nel 2002.Considerato l’attuale quadro macroeconomico e politico, non mi stupirei se ritornasse ai livelli del 2002, a meno che non si verifichi un cambio nella politica monetaria della Federal Reserve, che al momento non si vede.

Ma dopo il 2015 c’è stato il recupero. Quali sono allora le differenze rispetto al 2015?

Adesso le condizioni sono molto peggiori. Sette anni fa eravamo in una situazione di rallentamento economico, ma la Fed era sulla strada del Quantitative easing, che ha portato alla sbornia monetaria degli ultimi anni. Oggi le condizioni sono molto peggiori: la situazione macroeconomica è complessa in tutto il mondo, ma la forza relativa degli Stati Uniti rispetto all’Europa è enorme. Un segnale di allarme su tutti viene dalla Germania, che ha segnato il primo deficit di bilancio dal 1991.

Quali sono le conseguenze per gli investimenti con il super dollaro?

La forza del dollaro non è positiva per l’Europa, ma neanche per gli Usa, perché un terzo delle aziende americane è esportatrice, e in ogni caso il superdollaro riesce a sollevare i prezzi di tanti asset. Il vero problema è l’Eurozona, il cui deficit di bilancio, in termini reali, peggiora perché prezzato con una valuta sempre più debole. Il deficit rispetto al Pil europeo è in media dell’80% contro il 30% di quello americano, nonostante Washington si sia adoperata in un Qe impressionante nel periodo covid. Tutto ciò si traduce in un impoverimento progressive dell’area europea che era già in atto, ma che sta subendo una fortissima accelerazione. In altre parole, l’Europa sta diventando un terreno di conquista.

Se il dollaro sale l’Eurozona importa inflazione. Se il dollaro scende i prezzi delle materie prime, correlate al dollaro, tendono a salire e di conseguenza l'Eurozona importa ancora inflazione. Come se ne esce?

Non se ne esce, perché l’errore è a monte, ed è un errore di politica economica. Per oltre venti anni abbiamo sacrificato la produzione interna europea, che è l’unico modo per affrontare il processo di deglobalizzazione in corso. Questo processo è complicato ed è lungo e purtroppo passerà da un impoverimento relativo di alcune aree geografiche.

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