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Shock economici, pandemia e guerra mettono in crisi la globalizzazione

“In svariati Paesi di tutto il mondo sono in corso degli sforzi volti a incoraggiare le imprese a ripensare alla collocazione dei propri impianti di produzione e a creare un contesto normativo che favorisca la rilocalizzazione delle linee di produzione. Si tratterà, a nostro avviso, di una priorità strategica di molti governi”, dichiara David Polak, equity investment director

Il Coronavirus frenerà ùma non fermerà la globalizzazione

Nell’attuale periodo la globalizzazione è sottoposta a notevoli sfide. Negli anni a venire quindi è molto più probabile una sua riconfigurazione. A illustrare come potrà evolvere il nuovo paradigma, e come impatterà il mondo degli investimenti, è David Polak, equity investment director.

 “La globalizzazione è un processo che consiste nella sempre maggiore interdipendenza delle economie a livello globale, misurata dai flussi commerciali, finanziari, informativi e migratori transfrontalieri. Storicamente il fenomeno ha sperimentato alti e bassi, ma in generale il trend è stato di crescita. Tale tendenza complessivamente positiva è stata favorita dalla rivoluzione industriale, dai radicali miglioramenti delle modalità di trasporto delle merci e dalla rivoluzione globale di internet. Ad aumentare è stata anche la velocità di trasmissione dei beni e delle idee, mentre la relativa curva dei costi è discesa. Ciò ha determinato dei progressi sul fronte dell’efficienza e una crescita economica generalizzata.

Guerre e conflitti, chiaramente, non sono un bene per la globalizzazione, specialmente quando i rischi si estendono fino a incidere sulle catene di approvvigionamento. L’“iper-globalizzazione” ha raggiunto il proprio picco prima della Grande crisi finanziaria e, da allora, è arretrata. Tale arretramento può essere misurato in termini di commercio, prodotto interno lordo globale e flussi finanziari, i cui livelli non si sono mai ripresi fino a raggiungere nuovamente i propri massimi registrati nel 2007. Se la crisi ha rappresentato il primo shock sistemico in grado di provocare forti turbolenze, la pandemia di Covid-19 e, ora, la guerra in Ucraina hanno provocato altri traumi che hanno messo ulteriormente in discussione la priorità dei mercati globali rispetto alla sicurezza nazionale.

Nell’attuale periodo la globalizzazione è sottoposta a notevoli sfide, che tuttavia non ne segnano affatto la fine. Negli anni a venire, a nostro parere, è molto più probabile una sua riconfigurazione. La pandemia e la guerra hanno indotto i diversi Paesi a riconsiderare la resistenza delle proprie catene di approvvigionamento. Sussiste una crescente pressione alla loro localizzazione o regionalizzazione allo scopo di ridurre alcuni dei rischi associati alla dipendenza da un solo Paese o da una sola area geografica come fonte di produzione.

È inoltre importante riconoscere che la risposta alla pandemia, specialmente per quanto riguarda lo sviluppo dei vaccini, ha mostrato i vantaggi pratici della globalizzazione. La comunità globale costituita dagli scienziati che hanno lavorato freneticamente allo sviluppo del vaccino non sarebbe stata possibile senza la globalizzazione delle idee e della scienza.

Quella a cui stiamo ancora assistendo è una riconfigurazione della globalizzazione. La controversia tra Cina e Stati Uniti ha sollevato dei problemi in merito ai rischi. Le imprese, pertanto, stanno passando da catene di approvvigionamento mono-provenienza, con forniture derivanti solamente dal delta del fiume delle Perle, in Cina, a un modello multi-provenienza. Aziende come Nike e Adidas sono alla ricerca di nuovi luoghi dove poter fabbricare le proprie scarpe; si tratta di un processo che ha rappresentato una vera e propria manna per Paesi come Vietnam, Indonesia e Messico. Molte società stanno inoltre spostando le proprie linee di assemblaggio affinché non risultino concentrate in un’unica area; aziende come Taiwan Semiconductor stanno ad esempio costruendo degli impianti di produzione in Giappone e in Arizona. L’obiettivo è ridurre la propria dipendenza da un singolo Paese, specialmente se situato in aree interessate da rischi geopolitici.

La pandemia, per giunta, ha causato interruzioni delle catene di approvvigionamento tra le due sponde del Pacifico, provocando mutamenti nelle modalità di orientamento di filiere e sistemi di assemblaggio. Da tali cambiamenti potrebbero emergere delle opportunità; pensiamo ad esempio alle aziende che costruiscono impianti di produzione o che sviluppano le soluzioni di automazione adottate nelle nuove linee di assemblaggio.

La pandemia ha provocato un forte shock sul fronte dell’offerta; l’ondata di lockdown ha infatti causato gravi perturbazioni delle catene di approvvigionamento in tutto il mondo. Tali perturbazioni persistono ancora oggi, inducendo molti politici e autorità a mettere in discussione i limiti di un modello basato su una catena di approvvigionamento integrata a livello globale ottimizzata per essere più efficiente che resistente.

Vi è inoltre il desiderio di proteggersi dagli shock esterni e di dotarsi di una maggiore autonomia e resilienza in un’ampia gamma di aree, tra cui i minerali e i materiali come i semiconduttori, la difesa, il digitale e la salute. In svariati Paesi di tutto il mondo sono in corso degli sforzi volti a incoraggiare le imprese a ripensare alla collocazione dei propri impianti di produzione e a creare un contesto normativo che favorisca la rilocalizzazione delle linee di produzione. Si tratterà, a nostro avviso, di una priorità strategica di molti governi.

La globalizzazione influenza l’inflazione tramite diversi canali. Nel corso del periodo della globalizzazione a cui abbiamo assistito, ad esempio, abbiamo osservato una riduzione del costo delle importazioni, un aumento dell’offerta di lavoro e della concorrenza e, in generale, una maggiore integrazione delle catene di approvvigionamento globali, con effetti positivi isolati nel tempo sul livello dei prezzi. Se le imprese continueranno a trasferire la produzione nei rispettivi Paesi o non lontano da essi, ciò avrà un effetto isolato nel tempo sul livello dei prezzi, determinando probabilmente un aumento dell’inflazione, con ripercussioni più durature sul versante delle aspettative inflazionistiche. Si tratta di un fenomeno che impensierisce le autorità di molte economie sviluppate. L’Europa, gli Stati Uniti e diversi altri mercati sviluppati iniziano ad osservare un aumento delle pressioni inflazionistiche nel mercato del lavoro, con effetti sui costi di produzione e possibili ripercussioni negative su tali Paesi.

L’altra faccia della medaglia è che, verosimilmente, si assisterà a un aumento dell’automazione e quindi anche della produttività. Se gli impianti di produzione prima situati nelle economie emergenti facevano affidamento su un basso costo del lavoro, una volta rilocalizzati e fortemente automatizzati potrebbero verificarsi dei forti progressi sul fronte dell’efficienza. L’equilibrio nel tempo tra questi fattori è difficile da prevedere. Nel breve periodo, tuttavia, la rilocalizzazione avrà sicuramente effetti inflazionistici.

A nostro avviso la possibilità di investire a livello globale, piuttosto che locale, offre ancora dei vantaggi significativi. Moltissime aziende in tutto il mondo continuano a trarre una porzione significativa dei propri ricavi e profitti dai mercati esteri, nonostante il mutamento della globalizzazione a cui stiamo assistendo. Il mondo è divenuto più piccolo. Circa un terzo dei ricavi delle grandi imprese europee proviene dai mercati emergenti, soprattutto dalla Cina. Un altro terzo viene dal Nord America, principalmente dagli Stati Uniti, e il rimanente terzo dall’Europa.

L’altro vantaggio legato al fatto di investire a livello globale è la maggiore scelta. Non serve acquistare le azioni di un produttore di condizionatori in Europa, in Giappone e negli Stati Uniti nell’ambito di tre portafogli regionali. È sufficiente investire in quello che si ritiene il produttore di condizionatori migliore e con la valutazione più interessante al mondo. Coloro che credono che ci sarà un rimbalzo nel comparto aerospaziale e che investono negli Stati Uniti sono fissati con Boeing, che di recente ha sperimentato delle difficoltà, tra cui alcuni problemi legati alla consegna del modello 787 Dreamliner, laddove invece la francese Airbus se la cava sempre meglio. Gli investitori globali hanno una maggiore flessibilità che consente loro di scegliere il modo migliore di sfruttare una particolare opportunità. La scelta è sempre importante quando si tratta di gestione attiva.

Se è vero che il mondo è alle prese con dei forti cambiamenti, questi danno spesso luogo a grandi opportunità, che le aziende saranno in grado di sfruttare indipendentemente da dove si trovi la propria sede. Molti di questi cambiamenti richiederanno del tempo: a poter vedere i loro effetti saranno coloro che investono in un’ottica di lungo periodo. Scovate un’opportunità quando il mercato non vi presta attenzione. Sfruttate le valutazioni disponibili in quel momento e quindi guardate l’investimento crescere e generare rendimenti nel lungo periodo".

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