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il caso Maire tecnimont

Decarbonizzare e creare valore un’equazione risolta dalla scienza

Intervista con Fabrizio Di Amato, fondatore e presidente del gruppo che sta innovando a tappe forzate sulla filiera dell’energia e dei materiali plastici più innovativi

Decarbonizzare e creare valore un’equazione risolta dalla scienza

Fabrizio Di Amato

«Noi vogliamo anticipare i bisogni dei nostri clienti connessi alla transizione ecologica: sulla decarbonizzazione, riconversione e differenziazione dei processi, sviluppo di nuovi prodotti e nuovi mercati siamo pronti ad affiancarli. E al contempo vogliamo continuare ad essere punto di riferimento per le tecnologie tradizionali, che comunque avranno grazie a noi performance migliori dal punto di vista energetico e ambientale». Un vasto programma, si commenterebbe a voler parafrasare De Gaulle, ma se queste parole le pronuncia Fabrizio Di Amato, il fondatore e presidente del gruppo Maire Tecnimont, ecco che il vasto programma diventa un programma di lavoro concreto e un traguardo perseguibile.

Presidente, parliamo della vostra “Strategia di sostenibilità”. Segna l’avvenuta metamorfosi da azienda di ingegneria al servizio dell’energia e della chimica tradizionali – mercati già ben maturi alla fondazione di Maire Tecnimont, nel 2005 – ad azienda promotrice della transizione ecologica, come se foste una startup, sia pure grandissima. Come si sente a guidare una tale metamorfosi?

E’ una grande permanente scommessa, una sfida su un playground mondiale, con la certezza di rappresentare l’eccellenza dell’ingegneria italiana al servizio della transizione energetica. Si riparte ogni volta, nelle nuove sfide, da una storia di successo che ci rende felici. Da radici profonde, dalla storia della Tecnimont. Il progetto originario tendeva a mettere insieme tante competenze convergenti e ce  l’abbiamo fatta, con successo. All’inizio eravamo meno di 2000, oggi siamo oltre 10 mila; eravamo in 20 Paesi oggi siamo in 45… 

Parliamo di questo fervore ambientalista che oggi sembra attraversare il mondo. Incrocia opportunismo imprenditoriale e convinzioni autentiche. Nel vostro caso, quanto sente l’urgenza dell’intervento a tutela dell’ambiente?

Per noi, intervenire a tutela dell’ambiente significa molte cose: significa lavorare per la sostenibilità economica del nostro Gruppo nei decenni a venire, significa ridurre i rischi, a partire da quelli che derivano dai cambiamenti climatici, significa mettere le nostre competenze al servizio di una causa più ‘alta’, oltre che di un business dalle potenzialità enormi. Il nostro paradigma è: realizziamo impianti per grandi investitori industriali - le grandi oil company, i big della chimica. Li realizziamo sostenibili. Per ridurre le emissioni di CO2. Abbiamo preso le migliori teste pensanti all’interno del gruppo, tutte disponibili a mettersi in discussione e…eccoci qua. Siamo gli interlocutori giusti per l’imprenditore che decida di non “sedersi” ma di rimettersi in discussione. Ovviamente la transizione non è un pronti-via… E’ un percorso lungo e complesso. Ma cinque anni fa l’attenzione del settore oil&gas nei confronti della sostenibilita’ non era quella di oggi.

«Il nostro Distretto Circolare Verde è un modello industriale con cui abbiamo ritrovato lo spirito di Giulio Natta, la vera innovazione»

Qualunque evoluzione tecnologica schiude straordinarie e nuove opportunità ma chiude sempre alcune vecchie e confortevoli pratiche. Ciò rischia di comportare un forte sacrificio di capitale investito. Come state gestendo in casa Maire Tecnimont quest’inevitabile trade-off?

Cerchiamo di seguire e di anticipare il mercato, a livello mondiale. Le diverse geografie stanno reagendo alle pressioni della rivoluzione verde a diverse velocità, ma tutte, dico tutte, stanno andando in questa direzione. Per noi non vediamo il rischio di alcuna distruzione di capitale investito. Ci inseriamo sulla fase a valle del ciclo produttivo, sulla trasformazione. Quindi abbiamo un carico di lavoro che semmai sta aumentando. Oggi, per esempio, anche chi come core-business continua prevalentemente a raffinare, vuole anche additivare e fare biocarburanti, e dunque per noi il lavoro è aumentato anche sul filone tradizionale…che non è più tradizionale! Anche quell’impianto tradizionale che sembrerebbe da abbandonare, se ben riconvertito serve per la transizione… E poi c’è un’altra verità poco detta…

Quale?

Se noi volessimo raggiungere i parametri europei fissati per il 2030 con le attuali procedure di rilascio delle rinnovabili ci vorrebbero troppi anni… Invece dobbiamo cambiare, dobbiamo accelerare. Bisogna avviare subito i nuovi processi, insieme con un’economia circolare a chilometro zero. E ancora: dobbiamo moltiplicare le iniziative di riconversione green di raffinerie e impianti petrolchimici esistenti.

Col vostro gruppo operate in tutto il mondo, comprese le aree geopolitiche più lontane, ad oggi, dalle sensibilità e dalle pratiche che stanno ispirando altri Paesi all’impegno sulla sostenibilità. Dica la verità: lei pensa che ce la faremo o che i nostri figli discuteranno di sostenibilità con i piedi nell’acqua?

È evidente che viviamo in un mondo che viaggia a diverse velocità. I Paesi ricchi, Europa e Nord America in particolare, dal trend della sostenibilità possono chiaramente trarre maggior vantaggio. Altri Paesi, meno. Noi oggi e i nostri figli, miei e suoi, saranno quelli che dovranno mettere a terra gli indirizzi che oggi giungono dalle istituzioni e dagli organismi internazionali e dall’opinione pubblica sui temi della sostenibilità a 360 gradi, dunque sia ambientali che sociali. La prossima generazione sarà quella chiave, che dovrà proseguire e consolidare le azioni concrete che noi oggi stiamo avviando, sul piano industriale, civile, dei comportamenti, di tutto quello che serve per cercare di contenere l’aumento della temperatura entro certi limiti. Se pensiamo all’Europa, conseguire l’obiettivo di Carbon Neutrality al 2050, partendo dalle basi di oggi, significa progettare una nuova economia e una radicale trasformazione del sistema industriale da attuare entro i prossimi dieci anni, realizzarla nel decennio successivo e iniziare a coglierne i frutti nel terzo decennio. I ventenni e trentenni di oggi sono quelli che dovranno ‘costruire’ il mondo che verrà, quelli che garantiranno al nostro pianeta la possibilità di mantenere un equilibrio tra le risorse disponibili e quelle consumate, un equilibrio di inclusione e riduzione delle diseguaglianze, un equilibrio di sostenibilità economica che andrà necessariamente trovata per far sì che tutto questo accada veramente. 

Cambiamo approccio alla sostenibilità: parliamo di quella sociale e della governance, la seconda e la terza lettera dell’acronimo Esg. Come vi rapportate con questi valori, nel vostro gruppo?

La componente sociale della sostenibilità è di fondamentale importanza per il nostro gruppo, a partire dalla tutela della salute, della sicurezza e del benessere delle persone che lavorano con noi e nella nostra supply chain, fino ad arrivare alla crescita e al benessere delle comunità delle geografie dove andiamo a realizzare i nostri progetti, i nostri impianti. Dedichiamo migliaia di ore alla formazione del personale, professionale e legata alla sicurezza, seguiamo i nostri fornitori accompagnandoli in un percorso di social accountability, abbiamo più di un progetto dedicato allo sviluppo di competenze e capability di aziende locali, che operano nei Paesi in cui lavoriamo, nei quali creiamo valore economico, oltre che occupazionale. Abbiamo svariati progetti di CSR, con Università, quali il Politecnico di Milano, ma anche facoltà umanistiche quali la Luiss. Centri tecnologici, Centri di ricerca, Ong. Siamo presenti quando serve nei momenti di emergenza, come è accaduto durante il picco pandemico in India. Insomma: iniziative Csr molto belle…  

E la governance?

Sì, poi c’è la G, la Governance, per noi il pilastro fondamentale su cui si regge tutta la nostra strategia di sostenibilità, che significa trasparenza, accountability, rispetto di norme, standard, accordi volontari, parità di genere nel nostro board e molto altro. Sono sempre stato convinto che la quotazione in borsa e le regole di trasparenza che ne derivano fossero un vantaggio in assoluto. Avevo ragione: la buona governance è sempre stata una dei nostri atouts.

Dovesse indicare le tre realizzazioni di cui va più orgoglioso, in questo ambito e come imprenditore, quali sarebbero?

Ho iniziato da ragazzo, nell’83, mi chiede di andare molto indietro con la memoria… Be’, una delle cose cui tengo molto, dopo la prima fase professionale tra l’83 e i primi anni del 2000 - durante la quale siamo cresciuti molto, sia per linee interne che per linee esterne - è stata l’aver fatto le operazioni con Fiat Engineering e poi Tecnimont, insomma la fase della grande espansione. È anche un motivo di orgoglio personale aver trattenuto le competenze tecniche che c’erano in Italia rispetto a offerte alternative sempre internazionali. Insomma: aver creato una piattaforma di ingegneria mondiale, che si è incrementata negli anni successivi integrando KT e Stamicarbon, e devo dire che ci siamo riusciti. Venendo all’oggi direi che il nostro concept, che poi è diventato un modello industriale, di Distretto Circolare Verde, mi piace molto. In questi nuovi distretti ritroviamo lo spirito della grande chimica italiana, l’innovazione, il futuro. Il terzo motivo di orgoglio sta nell’aver dato occasione a tanti giovani di crescere professionalmente in un’azienda come la nostra. Questo impegno per i giovani continua tutt’ora e speriamo di trovare tra loro il nuovo Giulio Natta della chimica verde.

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