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Europa, Cina, Usa. Lo stop dell'economia è generalizzato

"Le attuali previsioni di crescita dei risultati delle aziende, pari a +8% nel 2019, rischiano di essere riviste al ribasso. È troppo presto per prevedere una vera e propria svolta monetaria"

Europa, Cina, Usa. Lo stop dell'economia è generalizzato

“L’inizio dell’anno fornisce un buon esempio di come una tendenza di fondo ancora poco definita, giustificata da fondamentali economici e monetari che continuano a deteriorarsi, possa nascondere delle sfumature nel corso del suo sviluppo. Tali movimenti intermedi possono anche risultare abbastanza importanti da essere colti da una gestione attiva, a patto che non si perda di vista l’obiettivo”. Lo scrive Didier Saint-Georges, managing director e membro del comitato di investimenti della società di asset management Carmignac

Il rallentamento economico globale che sta caratterizzando l’anno del nuovo anno è ormai un dato oggettivo. “Anche gli economisti più ottimisti devono finalmente riconoscere che il fenomeno del rallentamento congiunturale è qualcosa di generalizzato”, commenta Saint-Georges che continua fornendo dati a supporto di questa tesi. “A dicembre l’indice Pmi globale di J.P. Morgan è calato di 0,5 punti attestandosi a 51,5, e tutte le principali aree geografiche mondiali stanno contribuendo a questo rallentamento. Infatti pur restando elevato in termini assoluti, l’indice Ism manifatturiero statunitense del mese di dicembre è fortemente crollato da 59,3 a 54,1, mentre lo stesso indice per l’attività dei servizi è calato da 60,7 a 57,6”. 

Nell’altra metà del modo le cose non cambiano di molto. “In Cina, dopo aver continuato a registrare flessioni da un anno a questa parte per attestarsi alla fine al di sotto del livello 50 (49,7), l’indice Pmi Markit-Caixin ha confermato l’ingresso degli indicatori dell’attività manifatturiera del paese nell’area di recessione. Parallelamente, l’indice Pmi manifatturiero della Germania ha anch’esso confermato il calo su dodici mesi, attestandosi a fine anno a 51,5, dopo avere iniziato l’anno a 63,3”. 

La congiuntura che l'economia sta vivendo ha effetti negativi su tutti gli asset (il 2018 insegna). Gli effetti sono evidenti anche in   Europa dove “questa tendenza ha trovato conferma in Francia dove le proteste dei gilet gialli hanno contribuito al crollo dello stesso indice manifatturiero sotto la soglia dei 50 (49,7), e in Italia, dove l’indice Pmi ha continuato a indicare una recessione (49,2)”.

Insomma per Didier Saint-Georges “le attuali previsioni di crescita dei risultati delle aziende, pari a +8% nel 2019, rischiano di essere riviste al ribasso. È troppo presto per prevedere una vera e propria svolta monetaria”. Davanti al rallentamento generale delle economie, per il momento, c’ è ben poco da fare. “In Europa è difficile che nel beve termine la Banca Centrale Europea possa intervenire in soccorso della crescita, proprio nel momento in cui ha appena portato a termine il piano di acquisto titoli. Per quanto riguarda il gettito fiscale, non sono ovviamente gli scostamenti più o meno significativi, ormai già previsti in Italia e in Francia, che ne aumenteranno il volume”, scrive  il membro del comitato di investimenti di Carmignac. 

“Anche in Cina i margini di manovra del governo sono ridotti. Quest’ultimo ha sicuramente già adottato una serie di misure a sostegno dell’attività, tra cui recentemente un forte abbassamento dei tassi sulle riserve obbligatorie degli istituti di credito. Tuttavia le restrizioni all’adozione di maggiori stimoli sono  diventate molto significative. Infatti attualmente la priorità dichiarata è quella di sgonfiare la bolla del credito (va rammentato che ad oggi il rapporto debito/PIL del paese si attesta al 270%). Inoltre la Cina non dispone più di surplus delle partite correnti. Di conseguenza uno squilibrio di bilancio eccessivo non solo sarebbe contraddittorio rispetto alla volontà strategica di ridurre gli squilibri, ma innescherebbe rapidamente anche delle pressioni sulla valuta, e ciò aumenterebbe immediatamente le divergenze con l’amministrazione Trump nelle trattative sui dazi doganali”.

Gli Usa, intanto, sono alle prese con la guerra fredda in corso tra il presidente Donald Trump e la nuova maggioranza democratica al Congresso. Lo stallo nel finanziamento delle spese operative ordinarie del governo federale ne è una delle conseguenze. “L’unica speranza resta quindi quella dell’allentamento della politica monetaria della Fed”

La Federal reserve, per Didier Saint-Georges, proseguirà con la sua strategia di flessibilità che l’ha portata rivedere le previsioni sulle dimensioni che la recessione assumerà nelle prossime settimane. Il presidente Jay Powell “invece di presentare la riduzione del bilancio della Fed come un processo ben avviato e non negoziabile, si è dimostrato disponibile a variarne il ritmo. Più in generale ha fatto riferimento all’impatto dei rischi di mercato sulla correttezza della propria analisi della politica monetaria. Ciò è bastato ai mercati per trovarvi un’analogia con l’inizio del 2016, peraltro non smentita da Powell, quando la Fed di fronte all’inasprimento delle condizioni finanziarie, a sua volta alimentato dalla debolezza dei mercati, aveva alla fine abbassato gli obiettivi di stretta monetaria contribuendo così a un forte rimbalzo dei mercati”. 

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