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Sfida decisiva in Tim: nessun futuro senza scorporo rete

Non sarebbe all'ordine del giorno del cda previsto per oggi, ma la prospettiva di una fusione della rete in rame scorporata dal gruppo con quella in fibra ottica di Open Fiber si fa sempre più concreta

Tim, si apre la sfida decisiva: senza scorporo della rete, nessun futuro

Luigi Gubitosi, amministratore delegato di Tim

Alla riunione del consiglio d’amministrazione di Tim convocata per questa mattina pare – secondo le indiscrezioni dell’ultima ora – che non sarebbe stata posta all’ordine del giorno una decisione formale sul destino della rete. L’amministratore delegato Luigi Gubitosi non avrebbe incluso quest’opzione nel piano industriale che ha preparato.
E quindi il dibattito formale – secondo ipotesi riprese ieri dall’agenzia Radiocor – si concentrerebbe su partite relativamente minori, e in particolari alcune svalutazioni.
Peccato. Per scorporare la rete e cederla a Open Fiber non dovrebbe essere più interesse di nessuno prendere tempo.
Prendere tempo significa perderlo. L’azienda Tim, per com’è stata ridotta da vent’anni di superindebitamento, non avrebbe in sé, per quanto ben gestita potesse essere, la forza finanziaria per far fronte agli investimenti necessari per riqualificare la parte in rame, ubiquitaria ma obsoleta, con una struttura in fibra a banda larghissima. Mentre Open Fiber ha spalle finanziarie molto più larghe vista la forza dei suoi due genitori, Cassa depositi ed Enel.
Assorbendo – oggi, però! Non domani… - la rete di Telecom, Open Fiber potrebbe finalmente unificare la propria infrastruttura, a banda larghissima ma non ancora presente ovunque, accorciando i propri tempi industriali e portando la banda larghissima quasi in ogni angolo del Paese. Investendo soldi veri in cantieri, insomma producendo Pil.
Il problema è e sarà naturalmente duplice. Da una parte di tipo tecnico-finanziario, dall’altra di tipo politico.
Quello di tipo tecnico finanziario è evidente. Oggi tutta Tim capitalizza 11,3 miliardi di euro circa. Lo stesso Bollorè, la stessa Cassa depositi e prestiti ci hanno perso parecchi soldi. Com’è pensabile che la rete da sola possa essere valutata 10? Eppure sono queste le cifre che circolano, dal punto di vista della richiesta dei venditori. Che dovrebbero invece esser ben contenti di uscirne…anche a prezzi molto più bassi.
Già: perché oggi la banda o è larghissima o non è. E con il  procedere dell’infrastruttura di rete a banca ultralarga nel Paese che Open Fiber sta ben presidiando, è giusto prevedere che nel volgere di 3 o 4 anni la capillarità dell’attuale rete in rame – creata in 50 anni da governi che sapevano investire – ma che da sola sta diventando vecchia sia superata non solo dalla capilarrità della fibra ma anche dal 5G, la tecnologia wireless che potrà “cucire” con antennine quasi invisibili i “buchi” della rete fisica in fibra.
Il problema politico si articola in due sottoproblemi. Il primo si chiama Bollorè. Il finanziere bretone padrone di Canal Plus è un osso durissimo, minaccia fuoco e fiamme – anche se non sempre alle minaccie seguono i fatti – ed è entrato a piedi giunti in Italia comprando quote di maggioranza relativa in Telecom e in Mediaset. E’ stato quindi e ovviamente bloccato – ma a quali avvocati si rivolgeranno mai questi big della finanza, se non sanno dissuaderli dalle mattane? – ed è lì che non conta niente, sfoglia la margherita delle svalutazioni degli asset e prima o poi se la prendera col destino cinico e baro.
Poi c’è il fronte istituzionale. Schierando in campo la Cassa depositi e prestiti, il governo ha battuto un colpo. Oggi la cassa ha il 5% abbondante di Tim. Sta comprando ancora, in molti pensano che anche il fondo Elliot stia risalendo nel capitale Tim, per vincere nuovamente l’assemblea dei soci.
Tutto chiaro, però, nonostante questo doppio ordine di problemi: Bollorè va esplulso dal business in Italia, ed è giusto che lo Stato sostenga un’operazione che mette a fattor comune due reti oggi concorrenti. Qualsiasi accostamento con operazioni classiche di salvataggio pubblico di aziende private, leggi Alitalia, è improprio.
Sulla rete a banda larghissima si gioca il futuro dell’economia del Paese e della sicurezza di questa economia e di tutti noi; sulle ali di Alitalia volano tanti italiani e tanti stranieri, ma bisogna che qualcuno dimostri di sapersi “fare bastare” gli introiti generati dai tanti utenti.

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