Scenari | Schroders

I mercati emergenti hanno bisogno di un dollaro più debole

Il braccio di ferro tra Cina e Usa potrebbe spostarsi dall'attuale campo del trade war a quello del tech war da parte di Trump che potrebbe aggredire Pechino con il controllo sugli ordini delle esportazioni e le restrizioni sugli investimenti. Le previsioni di Craig Botham (Schroders)

"I mercati emergenti hanno bisogno di un dollaro più debole"

In questa fase di disorientamento dei mercati tra volatilità e rallentamento generale della produzione industriale, gli operatori finanziari sono alla ricerca di nuovi sbocchi di investimento. Uno di questi è di certo il mercato delle economie emergenti. Anche Shroders ha acceso i riflettori su questo settore. Ne parla Craig Botham, emerging markets economist della compagnia di investimenti globali Shroders.  

“È sempre più diffusa la convinzione che il 2019 potrebbe essere un anno migliore per gli asset dei mercati emergenti rispetto al 2018”, scrive Botham. “Dato che l’indice azionario generale ha perso più del 14% nel 2018, che quasi nessuna delle valute emergenti ha generato ritorni positivi e che l’Emerging markets bond index (Embi) ha perso il 5,3%, il livello di partenza per quest’anno è molto più basso. Nonostante ciò, quando guardiamo ai driver macro il quadro è abbastanza confuso”.

Per gli emergenti Schroders prevede un ritorno alle performance del 2017, quale effetto dell’attesa (e sperata) riduzione del valore della moneta statunitense. “Partendo dalle buone notizie, ci aspettiamo un dollaro più debole nel 2019. La fine del tightening della Fed e i deficit in aumento dovrebbero pesare sul dollaro e supportare gli emergenti. Esiste una correlazione tra il dollaro e gli asset emergenti: un dollaro più debole porta a una sovraperformance dell’azionario emergente rispetto alle controparti sviluppate ed è associato a spread inferiori per il debito emergente in hard currency. Secondo le nostre attuali previsioni, l’indice del dollaro dovrebbe indebolirsi di circa il 2% nel 2019 e di un ulteriore 2% nel 2020”.

“Un dollaro più debole non è una buona notizia soltanto per i mercati. Secondo un nostro recente studio, un numero crescente di ricerche accademiche indica che il ruolo dominante del dollaro nel commercio globale amplifica il suo impatto sui flussi internazionali di beni e credito. Soprattutto per i mercati emergenti, che tendono a dipendere maggiormente dal dollaro. In sostanza”, continua il manager, “un dollaro più debole o meno costoso, stimola il commercio e la crescita del credito, rendendoli più economici in termini di valuta locale per tutti i Paesi, eccetto per gli Usa”.

La ripresa di questi mercati, però, non arriverà prima di un anno. “Sebbene credito emergente e commercio potrebbero riprendersi nel breve termine, tale meccanismo opera tuttavia con un certo ritardo e ciò potrebbe agire da vento contrario per la crescita degli emergenti per gran parte del 2019, prima di cambiare direzione nel 2020. Ciò implica che, per una data crescita del Pil globale, i volumi del commercio mondiale vedranno un aumento inferiore nel 2019 rispetto al 2018. La situazione non è catastrofica: il moltiplicatore commerciale dovrebbe mantenersi in linea con la media post-crisi e non collassare ai livelli del 2015”.

Per Craig Botham ci attende “un periodo complesso”. Il commercio è importante per i mercati emergenti, “in quanto il volume degli scambi è un driver per la crescita del Pil reale e il valore commerciale influenza la crescita degli utili. È quindi normale che gli investitori emergenti siano preoccupati riguardo alla guerra commerciale”. I  problemi arrivano dal fronte esportazioni da oriente. “I dati sull’export delle economie emergenti asiatiche, che solitamente anticipano lo sviluppo del ciclo, sono preoccupanti”. Nè l’attuale deflazione dei prezzi delle commodity aiuta a risollevare il quadro. Una deflazione che “ricorda il 2014-15 e che traccia un outlook in contrasto con le aspettative per gli utili degli emergenti. Assumendo che i prezzi delle commodity resteranno ai livelli attuali per il resto dell’anno, ciò implicherebbe una deflazione anno su anno per l’intero 2019, situazione che in passato è stata associata a una performance degli utili debole o negativa per gli emergenti”.

È parere generale che il gigante cinese, tramite la sua politica monetaria, stia lavorando ad un livellamento dell’attuale situazione finanziaria ed economica del paese. Quindi, sottolinea Shroders, è improbabile che Pechino proceda, come nel recente passato (2016 e 2009), con ulteriori provvedimenti di stimolo al credito e alle infrastrutture. Interventi che darebbero una spinta ai prezzi delle materie prime, di cui la Cina è il principale consumatore del pianeta. Ma su cui, appunto, il mercato non può contare.

"Infine, bisogna considerare la questione trade war”, chiosa l’emerging markets economist della compagnia. “Riteniamo che l’azionario emergente ne abbia già mostrato gli effetti, dato che i mercati più esposti sono stati i peggiori performer. È possibile che si verifichi un’estensione della tregua dalla trade war e riteniamo che gli Stati Uniti, per punire la Cina, potrebbero perseguire una tech war piuttosto che ulteriori dazi, utilizzando il controllo sugli ordini delle esportazioni e le restrizioni sugli investimenti. Gli Usa in tal modo danneggerebbero meno i propri consumatori. Se la tregua durerà o meno, dipenderà dalla volontà della Cina di permettere agli Stati Uniti di monitorare le implementazioni delle protezioni sulla proprietà intellettuale”.

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