Editoriale

Tim, davvero tutti d’accordo sulla fusione con Open Fiber?

Tim, davvero tutti d’accordo sulla fusione con Open Fiber?

Luigi Gubitosi, ad e dg di Telecom Italia

Diceva Gramsci che l’Italia soffre, contemporaneamente, dei mali del capitalismo e dei mali del suo incompleto sviluppo. Tralasciando il dibattito ante-Muro sul tema della nocività del capitalismo, l’Italia delle incompiute è anche l’Italia dello Stato esitante e cacadubbi. E risalta nella vicenda di Tim-Telecom e della rete telefonica, culminata ieri nell’apertura di Vivendi, primo azionista della società ma non a capo della gestione grazie alla vittoria assembleare del fondo azionista Elliott, sul progetto di fusione con la rete di Open Fiber.

Riepiloghiamo la faccenda, perché la fusione è l’unica mossa che può dare un futuro a Telecom, futuro del quale è legittimo ritenere che Vivendi ed Elliott se ne strabattano perché fanno mestieri diversi, mentre non se ne strabattono i soci di minoranza, i dipendenti, i clienti dell’azienda e non dovrebbe strabattersene i politici.

Dunque: senza la fusione con una rete a larghissima banda come quella interamente in fibra ottica che Open Fiber ha già mezzo costruita con investimenti pubblici (niente scandali, è così che si fa anche nelle roccaforti del liberismo come gli Stati Uniti, togliete gli investimenti pubblici agli Usa e avreste tolto, per capirci, Internet al mondo) la rete di Tim non può che declinare e perdere, se non ovunque in mezza Italia, l’appuntamento con il 5G, il nuovo standard di telefonia mobile che viaggia molto su fibra prima di irradiarsi via antennine.

Ora, al punto in cui siamo arrivati la questione è semplice. In rapida retrospettiva: sin dal 2001, con la relazione Chirichigno voluta dall’allora ministro delle Poste Cardinale, i governi si sono interrogati sull’opportunità di rinazionalizzare la rete telefonica. Le varie gestioni private che si sono succedute ai comandi di Telecom – Colaninno, Pirelli, Telefonica e ora Vivendi – da quest’orecchio non hanno mai voluto sentirci. Convinte (in buona fede i primi due, in malafede i secondi due) che cedere l’esclusività della rete facesse sfiorire il business. Avevano ragione perché, a dispetto dell’Autorithy di controllo, il fatto che il principale gestore del servizio fosse anche proprietario della rete e dunque decidesse lui quando e come affittare tratti di rete propria ai concorrenti… be’, era un bel vantaggio.

Peccato che dovendo pagare gli enormi interessi sul debito scellerato creato in Telecom dalla scalata dei cosiddetti capitani coraggiosi dalemiani, l’azienda non ha mai avuto i soldi necessari per fare gli investimenti di sviluppo che la Rete avrebbe richiesto. Miracolosamente, merito onestamente anche del per altri versi devastante governo Renzi, attraverso Open Fiber lo Stato s’è mosso, creando una rete parallela di primissimo ordine, con i soldi di Cassa depositi e prestiti ed Enel, cioè i soldi nostri. Ma ben venga, perché per il futuro dei nostri figli una rete del genere è più importante delle autostrade.

Solo che l’asino di Open Fiber inciampa sui lavori per arrivare fin dentro le case degli italiani con la fibra ottica. Se sei come Telecom, che in quelle case già ci arriva col filo di rame, sfilare il rame e metterci la fibra è facile. Se sei Open Fiber e nelle case non arrivi, arrivarci da zero è più difficile. In quest’evidenza c’è l’interesse di Open Fiber a utilizzare la rete Telecom, mentre nel fatto che Open Fiber ha soldi e ha già fatto investimenti freschi e ottimali che Telecom nè ha né potrà avere sta l’interesse di Telecom a cedere la proprietà univoca della sua rete.

Tutto bene, dunque, ora che dopo Elliot anche Vivendi ha accettato l’idea di vendere? Manco per niente. “Timeo Danaos et dona ferentes”, diceva Laocoonte ai suoi concittadini troiani pregandoli di non tirar dentro il Cavallo greco nelle mura cittadine. Tradotto: non possiamo fidarci di Elliott e Vivendi neanche quando, finalmente, entrambi addivengono all’ovvia soluzione di fondere le due reti. Perché non possiamo fidarci?

Elliott e Vivendi sono palesemente accomunate da un fatto. A nessuna delle due gliene frega niente di Telecom. Del futuro strategico di Telecom. Zero. Elliott di mestiere compra e vende. Vivendi era venuta in Telecom tre mesi dopo aver venduto tutte le sue altre partecipazioni telefoniche, tanto per capire quanto gliene fregasse del settore. Ma gliel’aveva offerta Telefonica, a due lire, come saldo in natura del pagamento in denaro delle sue partecipazioni in Sudamerica…e le era sembrato (sbagliando!) conveniente prenderla. Poi l’idea malaugurata di tentare di scalare Mediaset, tradendo un patto ventennale con Berlusconi e un fritto misto di regolamenti e normative italiane: idea andata a bagno anch’essa. Da allora in Italia Vivendi è bloccata, in Francia il business  langue…capirai in queste condizioni che gliene frega di Telecom. Vogliono solo ricavarci il massimo.

E qui c’è il problema: per far la fusione bisogna fare delle stime sui valori in campo. E anche Bertoldo, quando chiese al Re come ultima volontà quella di poter scegliere l’albero cui essere impiccato, stimò che nel regno nessun albero fosse adatto. Dunque prepariamoci a una trattativa levantina ed estenuante sul prezzo. Elliott e Vivendi torneranno in perfetto accordo dopo essersele date di santa ragione per un anno nel chiedere un prezzo stellare. A meno che lo Stato non si ricordi di esserlo e metta sulla scrivania del negoziato la pistola carica che ha in tasca: la regolamentazione. Far capire alle controparti private che o mollano l’osso a condizioni corrette o avranno vita durissima nel continuare a fare quel che Telecom ha sempre fatto, cioè fingere di usare la rete in modo neutro e usarla invece a proprio vantaggio e a detrimento dei concorrenti.

 

 

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