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Crisi finanza è di passaggio, il vero pericolo è il debito sovrano

Le guerre commerciali, lo scarso supporto da parte delle banche centrali e il rallentamento della crescita economica, sono tra i fattori che hanno fatto perdere interesse per gli asset più rischiosi, come quelli dedicati alle azioni. L'analisi di Azad Zangana ( Schroders) e di Martin Skanberg (fondo Schroder Isf Euro Equity)

Crisi finanziaria globale di passaggio, il vero pericolo arriva dal  debito sovrano

Le guerre commerciali, lo scarso supporto da parte delle banche centrali e il rallentamento della crescita economica sono tra i fattori che hanno fatto perdere interesse per gli asset più rischiosi, come le azioni. Lo dimostra l’affaticamento di tutto l’azionario europeo nel corso del 2018, con l’indice di riferimento Msci Europe, che ha perso oltre il 10,6%.

Azad Zangana, senior european economist & strategist di Schroders e il collega Martin Skanberg, gestore del fondo Schroder Isf Euro Equity commentano l’andamento del settore delle equity nel Vecchio Continente. “Nonostante il difficile contesto globale l’economia dell’Eurozona ha continuato ad espandersi nel 2018, sebbene la crescita trimestrale sia scesa allo 0,2% negli ultimi due trimestri dell’anno. Tuttavia alcune valutazioni dell’azionario europeo sono crollate raggiungendo livelli che implicano una recessione già in corso”.

Nonostante le valutazioni (basate sull’andamento di molti Paesi e sull’indice pan-europeo) siano al di sopra dei livelli raggiunti durante le ultime due recessioni (crisi finanziaria globale e crisi del debito sovrano). “Tuttavia vi sono delle eccezioni”, commentano i due analisti. “In Italia l’incertezza politica e le continue preoccupazioni sulla solidità del sistema bancario hanno fatto sprofondare le valutazioni del Ftse Mib al di sotto dei livelli raggiunti durante la crisi del debito sovrano nel 2012-2013. Un’altra eccezione è la Germania, paese in cui le valutazioni attuali del Dax sono inferiori a quelle toccate nel corso della crisi finanziaria globale del 2008-2009”.

Per Zangana “bisogna considerare che la crisi finanziaria globale è un evento che probabilmente può ripetersi al massimo una volta ogni 100 anni. Al contrario di una crisi del debito sovrano europeo, invece, potrebbe sicuramente verificarsi di nuovo”. Il senior european economist & strategist nota come la Bce, consapevole di questo rischio abbia “adottato varie misure da parte della Bce e degli enti regolatori per scongiurare questa eventualità. Se l’Europa fosse attualmente in recessione, si tratterebbe probabilmente di una recessione meno profonda e più breve delle due precedenti. Ciononostante, il rapporto prezzo-utili dell’indice Dax tedesco è di appena 12,3: al di sotto di quello raggiunto durante la crisi finanziaria globale. Questo suggerisce che l’azionario tedesco stia prezzando uno scenario estremamente negativo”.

“A cosa può essere dovuta questa situazione? L’orientamento all’export dell’economia tedesca la rende sensibile ai timori legati alle tensioni commerciali”. Il riferimento è alle minacce di dazi da parte del presidente Trump che riguardano non solo la Cina ma anche ai beni europei. “In aggiunta”, prosegue l’analista di Schroders le supply chain globali sono talmente intrecciate che una disruption avrebbe ripercussioni ben al di là dei due antagonisti principali. Le tensioni commerciali potrebbero avere un impatto sulla domanda della Cina, così come la Brexit potrebbe avere un effetto disruptive nel Regno Unito, un altro importante mercato di esportazione per la Germania”.

Poi un focus sulla Germania che con la contrazione dello 0,2% nel terzo trimestre del 2018 ha deluso le aspettative di crescita. Perché questo calo? “Ciò è stato provocato principalmente da fattori temporanei, tra cui la disruption dell’offerta nell’industria automobilistica dovuta all’introduzione di nuovi test sulle emissioni dei veicoli, ma anche ai bassi livelli di acqua del fiume Reno che hanno ostacolato la fornitura di materie prime alle fabbriche. Stimiamo che la disruption nel settore automobilistico da sola abbia avuto un impatto dello 0,5% sulla crescita trimestrale”.

Nonostante ciò per Azad Zangana non è possibile parlare di una imminente recessione del guidato da Merkel e più in generale nell’Eurozona. “Secondo le nostre stime, infatti, l’Eurozona crescerà dell’1,6% nel 2019 e dell’1,7% nel 2020, mentre la Germania rispettivamente dell’1,4% e dell’1,6%”.

Martin Skanberg, gestore del fondo Schroder ISF Euro Equity, Schroders, interviene concentrandosi sull’azionariato europeo. “Alcune aree sono state vendute in modo eccessivo alla fine del 2018. In particolare, alcuni settori sensibili al ciclo economico scambiano con rapporti prezzo-utili molto bassi, mentre molti titoli difensivi hanno raggiunto valutazioni record. I prezzi delle azioni di molte aziende in settori come automotive e packaging al momento sembrano riflettere uno scenario estremamente pessimistico. Queste sono quindi le aree che a nostro avviso potrebbero avere le performance migliori se il sentiment migliorasse”.

Primo tra tutti il settore delle automobili e dei componenti che “attualmente scambia con un rapporto prezzo/utili di 6,7x, ben diverso dal rapporto di 22,2x per il settore delle bevande, che è spesso percepito come un safe haven difensivo per gli investitori nelle fasi economiche più difficili”.

La crescita economica complessiva non è l’unico driver che influenza il prezzo dei titoli. “Vi sono anche le ristrutturazioni, cioè le iniziative intraprese dalle aziende stesse per aumentare la propria crescita o il prezzo delle proprie azioni indipendentemente dall’ambiente di mercato. Tali iniziative, come il taglio dei costi, il miglioramento dei rendimenti per gli azionisti e la semplificazione del business, possono essere strumenti efficaci per generare valore per gli azionisti”, continua Skanberg. “Come sempre, anche quando i prezzi delle azioni sembrano molto bassi, è impossibile sapere con certezza se il mercato inizierà ad attribuire loro un valore maggiore. L’attenzione dei mercati nell’immediato sarà rivolta alla Brexit e alle guerre commerciali. Questi e altri fattori potrebbero continuare ad essere disruptive per i mercati azionari, ma è altresì possibile che tale disruption sia già stata prezzata.”

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