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Volete liquidità? Trasferite il rischio di credito con i Cds

Christel Rendu de Lint (Ubp) consiglia l'uso dei credit default swap per approfittare della fine della stretta monetaria e per creare portafogli più equilibrati attraverso un ritorno all'esposizione ai tassi d'interesse

Volete liquidità? Trasferite il rischio di credito con i Cds

La sede della Banca Centrale Euroepa a Francoforte

“L'improvviso cambiamento di politica delle banche centrali e gli interessanti livelli di valutazione in seguito alla correzione di dicembre hanno favorito il graduale aumento dell'esposizione creditizia. Allo stesso tempo, con la fine della stretta monetaria, sta diventando interessante aumentare nuovamente l'esposizione ai tassi di interesse e quindi costruire portafogli più equilibrati”. Lo scrive Christel Rendu de Lint (in foto), head of fixed income di Union Bancaire Privée (Ubp) che, visti i rendimenti vicini al 2,5% di fine febbraio dei titoli di Stato americani a cinque anni, e vista la necessità costante di liquidità, consiglia l’uso degli indici cds.

I cds, o credit default swap, sono swap usati per trasferire il rischio di credito e vengono classificati come strumenti di copertura. I più comuni della categoria sono i derivati creditizi.

“A dicembre”, spiega Rendu de Lint, questi strumenti “hanno dimostrato ancora una volta la loro solida liquidità e hanno sovraperformato le corrispondenti obbligazioni tradizionali. In un contesto di maggiore volatilità, gli investitori dovrebbero concentrarsi su strumenti di credito liquidi, che ottengono risultati migliori in tempi di crisi”.
 
Gli elementi che spingono il responsabile del fixed income di Ubp sono l’attuale contesto economico, la fine della stretta monetaria delle banche centrali e la ripresa della volatilità.  Un contesto in cui “la gestione delle obbligazioni potrebbe beneficiare di tre approcci principali: assumere un maggior rischio di credito, aumentare la duration e ricorrere a strumenti di debito liquidi”. I cds, appunto.  
 
Per Christel Rendu de Lintè probabile che quest’anno "la crescita economica mondiale continui, tornando a livelli normali. In media, le indagini Pmi globali stanno tornando sui valori degli ultimi sei anni - tra 50 e 53 - l'unica eccezione è stata il 2017 con la cifra di 55”.

“La crescita globale del Pil dovrebbe essere del 3,4% quest'anno, anch'essa vicina alla media degli ultimi anni. In questa fase”, continua il dirigente di Ubp, “escludiamo una recessione per il 2019. È più probabile un soft landing tipico di un regime in cui la crescita si sta stabilizzando”.
 
Un “ritorno alla normalità” a livello economico, insomma, che “è stato accompagnato, nelle ultime settimane, da un vero e proprio cambiamento di politica monetaria da parte delle banche centrali. La Fed e la Bce hanno effettuato un cambio di direzione rapido e sincronizzato, adottando un atteggiamento molto più accomodante e prendendo le distanze dai precedenti inasprimenti monetari”.
 
“Inoltre, la Fed ha subordinato la sua politica monetaria all'inflazione, bloccando di fatto gli aumenti, dato che l'inflazione core statunitense è ancora ben lungi dall'aver raggiunto l'obiettivo del 2%. Secondo le proiezioni, e senza un'accelerazione di fondo, l'inflazione core potrebbe scendere all'1,6% entro la fine di quest'anno”.
 
“Le prospettive macroeconomiche sono globalmente positive, ma è improbabile che ciò risparmi i mercati finanziari da picchi di volatilità sempre più frequenti. Negli ultimi trimestri, le tensioni di mercato sono diventate eccezionalmente frequenti e gravi, simili agli shock osservati nel 2008”.
 
“Questi picchi di volatilità”, scrive in conclusione Christel Rendu de Lint,“sono il risultato di incertezze geopolitiche e politiche, tra cui il conflitto commerciale Cina-Usa, le turbolenze politiche in Italia e la saga Brexit in corso. Esse sono causate anche da una crescente carenza di liquidità, che svolge un ruolo chiave dal punto di vista tecnico e strutturale nei movimenti di mercato”.
 

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