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Usa-Cina, guerra commerciale o gioco delle parti?

"A scatenare i nuovi dazi sarebbe stato il passo in dietro cinese su tecnologia, proprietà intellettuale e mercati finanziari". L'analisi di L’analisi di Olivier De Berranger, chief investment officer

Usa-Cina, guerra commerciale o gioco delle parti?

Una scena della nuova stagione di Game of Thrones (credits: MondoFox)

“L'ultimo episodio della serie di successo Game of Thrones sembra aver deluso il pubblico. Tuttavia, gli appassionati di intrighi e suspense geopolitici avranno trovato di che consolarsi con le nuove entusiasmanti puntate della saga iniziata lo scorso anno: la guerra commerciale”. L’analisi di Olivier De Berranger, chief investment officer di La Financière de l’Echiquier.
 

Pechino avrebbe infatti rinviato a Washington una versione modificata e annacquata della bozza di accordo commerciale

Gli investitori avevano “comprato” la distensione tra Stati Uniti e Cina dato l’avvicinarsi di un accordo commerciale tra le due superpotenze. Invece, Donald Trump ha fatto vacillare questa bellissima ventata di ottimismo.

In un tweet pubblicato di recente, il presidente americano ha minacciato di aumentare i dazi doganali dal 10 al 25% su 200 miliardi di dollari di prodotti cinesi importati. Ha poi aggiunto che 325 miliardi di dollari di prodotti aggiuntivi potrebbero anch’essi essere tassati al 25% in un secondo momento.
 
A scatenare la reazione sarebbe stata la retromarcia fatta dalla Cina. Pechino avrebbe infatti rinviato a Washington una versione modificata e annacquata della bozza di accordo commerciale, cancellando tra l’altro ogni impegno a legiferare contro il trasferimento forzoso di tecnologia, il furto di proprietà intellettuale, l'accesso ai mercati finanziari o gli interventi sulla valuta, che sono un insieme di punti cruciali sui quali vertevano i negoziati da qualche mese ormai.
 
Dopo essere rimaste sul vago circa la loro partecipazione, le autorità cinesi hanno finalmente deciso di recarsi a Washington giovedì e venerdì scorsi, precisando che non avrebbero fatto alcuna concessione. Mercoledì scorso, in un raduno elettorale in Florida, Donald Trump aveva ribadito le sue minacce, accusando la Cina di "aver rotto l'accordo".
 
Nello stesso tempo, il ministero cinese del Commercio indicava che sarebbero state adottate delle contromisure nel caso di un aumento dei dazi americani. E’ seguita giovedì una serie di dichiarazioni sia in un senso che nell’altro: Donald Trump ha spiegato che gli era stata presentata una "eccellente alternativa" alla bozza di accordo e che si sarebbe probabilmente incontrato a breve con il suo omologo Xi Jinping, prima di annunciare anche che sono iniziati i lavori in vista di un’ulteriore applicazione dei dazi ad altri 325 miliardi di dollari di importazioni cinesi.
 
Infine, venerdì scorso l'amministrazione statunitense ha ufficialmente portato i dazi dal 10 al 25% su 200 miliardi di dollari di prodotti cinesi. Le autorità cinesi hanno dichiarato che avrebbero adottato delle misure di ritorsione. Sono seguite altre trattative che non si sono concretizzate in un accordo e sono state rimandate a data da destinarsi.
 
Nel week-end, Donald Trump ha reiterato le sue minacce incitando la Cina a fare di tutto per giungere a un accordo e spiegando che sarebbe “molto peggio” cercare di farlo dopo il 2020 (ovvero dopo una sua rielezione eventuale). In breve, attraverso il portavoce del ministero del Commercio la Cina si è accontentata di dire che non intende “subire alcuna pressione”. Il rischio, in questa vicenda, sembra oggi asimmetrico. Lo scenario di un accordo tra le due parti era effettivamente scontato nei prezzi e, nonostante la flessione subita dai mercati la settimana scorsa, si assiste a una certa compiacenza nei confronti della situazione.
 
Tuttavia, il rischio che i negoziati si arrenino e la possibilità che il deal si allontani non è pari a zero. In un caso estremo, la situazione potrebbe addirittura generare nuovi timori per la crescita globale in quanto il miglioramento delle prospettive di crescita per la seconda metà dell’anno sono in parte basate su una tregua a livello di rischi geopolitici.
 
Poiché i mercati si stanno muovendo su livelli alti dopo l’importante rally di inizio anno, ci sembra opportuno agire con cautela e rimanere diffidenti. Abbiamo quindi preso delle coperture significative sui nostri portafogli, in particolare nel caso dei fondi di allocazione e diversificati.

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