asset management

Mamma li fondi (attivisti). Intervista con Lorenzo Pietromarchi di AlixPartners

La società di consulenza ha svolto una survey tra 1.700 società europee riguardo alle principali richieste che i fondi avanzano. Dal taglio dei costi, alle ristrutturazioni, nel mirino le aree business deboli

cda

Se il nemico avanza e non ci sono piani strategici per affrontarlo, è un problema. Se poi il nemico (si fa per dire) è in casa, è ancora peggio. Chiedetelo alle società quotate alle prese coi fondi attivisti. Anche perché basta poco, diciamo meno dell’1%, per farsi sentire in assemblea. "Ogni anno circa una decina di aziende quotate italiane deve affrontare la sfida lanciata dai fondi attivisti", spiega Lorenzo Pietromarchi, managing director di AlixPartners, società di consulenza globale che ha posto l’attenzione sul fenomeno dei fondi attivisti con una survey a livello europeo.

Il fenomeno è in crescita. Su oltre 1.700 aziende prese in considerazione in Europa, la previsione è che 156 saranno prese di mira dagli attivisti nei prossimi 12-18 mesi: tra queste ultime, 12 saranno in Italia

"Il fenomeno è in crescita. Su oltre 1.700 aziende prese in considerazione in Europa, la previsione è che 156 saranno prese di mira dagli attivisti nei prossimi 12-18 mesi: tra queste ultime, 12 saranno in Italia. Del resto il peso degli investitori istituzionali nelle aziende italiane quotate è più che raddoppiato negli ultimi 20 anni, secondo i dati della Banca d’Italia". 

In Italia quali sono le quotate nel mirino?

Difficile rispondere perché non sempre “l’attacco” dei fondi attivisti diventa pubblico: i gestori possono infatti avviare una trattativa con il management che non sfocia in uno scontro plateale in assemblea. Comunque i casi recenti più noti in Italia riguardano Tim, Ansaldo STS, Retelit, Parmalat.

In generale si può dire che, come ha sottolineato la stessa Amber alla rivista Activist Insight, gli attivisti internazionali potrebbero essere attratti dalla normativa italiana a protezione degli azionisti di minoranza e dalla riduzione dell’influenza degli azionisti di controllo. Gli interventi di Elliott o di Amber sul mercato italiano hanno mostrato che l’interventismo in assemblea può portare a risultati di successo e questo può quindi incoraggiare ulteriori “incursioni” di fondi attivisti.

Non tutto l’attivismo vien per nuocere...

In generale, l’attivismo è iniziato avendo a target aziende quotate che provenivano da regimi in concessione ovvero da aziende un tempo pubbliche e che quindi erano meno abituate a inseguire efficienze nella continua ricerca della competitività. Oggi è sempre meno il caso, ma sicuramente alcun retaggi del passato di alcune tipologie di aziende continuano a frenare certe best-practice.

Quali sono i fondi più “attivi” nel nostro mercato?

Tra i più noti ci sono l’investitore statunitense Elliott, che ha sfidato Vivendi in Tim ed è entrato nell’Ansaldo; il fondo tedesco Shareholder Value Management, azionista di Retelit; il fondo Amber Capital, azionista di Caltagirone Editore e della Parmalat; Shareholder Value Management su Retelit.

Come agiscono?

Gli interventi dei fondi attivisti sono molteplici. In generale il loro obiettivo è far crescere il valore dell’azienda e migliorarne le performance in tempi abbastanza brevi. Chiedono tagli di costi e ristrutturazioni. Prendono di mira aree di business più deboli e premono per un loro miglioramento o per la vendita. Oppure tendono a chiedere più trasparenza laddove la governance è opaca. 

Uno dei primi casi risale al 2009 quando il fondo attivista Usa Knight Vinke, allora azionista dell’Eni di cui il Tesoro detiene una quota di riferimento,  sollecitò formalmente i vertici Eni a separare le attività del gas da quelle del petrolio per poi cedere il gas

Quali sono i casi “da manuale”?

Uno dei primi casi risale al 2009 quando il fondo attivista Usa Knight Vinke, allora azionista dell’Eni di cui il Tesoro detiene una quota di riferimento,  sollecitò formalmente i vertici Eni a separare le attività del gas da quelle del petrolio per poi cedere il gas. Allora Knight Vinke aveva coagulato il consenso di 700 azionisti Eni (pari al 25% del capitale). Tre anni dopo Eni ha effettivamente realizzato lo spin off di Snam uscendo dal settore del trasporto del gas e cedendone il controllo alla Cdp.

E più recentemente?

Un caso esemplare è quello di Nestlé che è stata costretta a venire a patti con il fondo Third Point Hedge: ha ceduto le attività meno redditizie per concentrarsi sui settori con margini più alti e ha modificato la composizione del consiglio di amministrazione. Nel caso di Parmalat l’attivismo di Amber ha costretto il gruppo francese Lactalis a una maggiore trasparenza. Nel caso di Tim ha fatto tornare al centro del dibattito la questione della cessione della rete: da quando, nel marzo 2018, il fondo Elliott ha rastrellato il 6% di Tim, il titolo di quest’ultima ha guadagnato terreno nelle settimane successive all’ingresso, ma poi è sceso su base annua: secondo varie indagini che hanno studiato l’impatto dei fondi attivisti sull’andamento in borsa delle aziende attaccate, sul lungo termine tale impatto è mediamente poco rilevante. 

Le società quotate come possono “difendersi”?

Intanto va ricordato, come ha rivelato la survey di AlixPartners, che il 53% delle società quotate in Europa non ha idea di come difendersi dalla eventuale “offensiva” di un fondo attivista. Bisogna tenere conto che ogni intervento di un fondo attivista è focalizzato su una o più delle “cinque C”: core vs non-core, conversion to cash, cost base, capital structure e corporate governance.

Ognuno di questi temi dovrebbe essere al centro dell’agenda del consiglio di amministrazione, per evitare di aprire un varco che l’attivista può sfruttare. Quindi il vertice aziendale dovrebbe adottare una mentalità attivista, rimuovendo gli aspetti emozionali dalle proprie deliberazioni e analizzando l’azienda con l’accuratezza di un raggio laser, proprio come fanno i gestori dei fondi. Ai consigli di amministrazione che sono già nel mirino di un investitore attivista suggerirei di non sprecare energie e sforzi per condurre una faticosa battaglia ma di chiedersi “perché?”. Il board dovrebbe rispondere a questa domanda in modo sincero, valutando sé stesso e i propri errori, e cercare di comprendere le motivazioni e le intenzioni del fondo. 

Esiste la possibilità che il fenomeno contagi anche i mercati minori, per esempio l’Aim?

In teoria è possibile. Ma una delle condizioni che rendono possibile l’intervento dei fondi attivisti è la liquidabilità del titolo. Condizione che nel caso dell’Aim non sempre è garantita. 

Come difendersi?

C’è un solo modo: essere sempre “attivi”, fare del “miglioramento continuo” una cultura aziendale e dimostrarlo. In questo senso gli activist fund vanno visti come uno stimolo in più a creare valore continuamente. 

(*intervista pubblicata sul numero di aprile di Investire)

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Economy

Caratteri rimanenti: 400

I più letti

Articolo successivo