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Contro la volatilità dell'azionario di fine ciclo investiamo in infrastrutture

"Agli attuali tassi di crescita economica, circa 3,3 trilioni di dollari dovranno essere spesi in asset infrastrutturali ogni anno da qui al 2030". L'analisi di Nick Langley

Contro la volatilità dell'azionario di fine ciclo investiamo in infrastrutture

"L’attuale fase espansiva globale dura da molto tempo, ed è stata caratterizzata da una crescita relativamente modesta, da un’inflazione molto contenuta e da rendimenti obbligazionari bassi. Più il ciclo avanza, più è lecito aspettarsi l’arrivo di maggior volatilità sui mercati azionari". L'analisi di Nick Langley, co-ceo, Rare Infrastructure (Legg Mason).

In questo scenario, l’investimento infrastrutturale potrà offrire protezione dalla volatilità azionaria

Individuare il momento giusto per una rotazione verso i settori difensivi sarà dunque cruciale nel 2019, con l’avvicinarsi della fine di quello che sarà ricordato come il più lungo ciclo rialzista della storia recente.

In questo scenario, l’investimento infrastrutturale potrà offrire protezione dalla volatilità azionaria, poiché storicamente i maggiori indici infrastrutturali tendono a performare difensivamente rispetto all’azionario globale.

Le infrastrutture rappresentano inoltre un importante trend secolare: il McKinsey Global Institute ha stimato nel suo report del 2016 “Bridging Global Infrastructure Gaps” che – agli attuali tassi di crescita economica - circa 3,3 trilioni di dollari dovranno essere spesi in asset infrastrutturali ogni anno da qui al 2030.

Vista la mole di spesa necessaria, è probabile che una percentuale crescente di essa verrà finanziata dal settore privato, soprattutto in paesi con debito sovrano molto alto.

Noi di Rare dividiamo le infrastrutture in 4 categorie: infrastrutture comunitarie e sociali; asset regolamentati; asset “user pays” (in cui l’utente paga quando ne fa uso); asset concorrenziali.

Noi di Rare dividiamo le infrastrutture in 4 categorie: infrastrutture comunitarie e sociali, asset regolamentati, asset “user pays” (in cui l’utente paga quando ne fa uso), asset concorrenziali.

La prima categoria non è molto rappresentata nei mercati azionari ed è molto sensibile ai rendimenti dei bond, motivo per cui non vi investiamo.

Evitiamo anche gli asset concorrenziali – compagnie energetiche retail, logistiche, di esplorazione e produzione – perché troppo rischiose e con flussi di cassa troppo volatili. Dunque, gran parte delle nostre idee di investimento si concentra sugli asset regolamentati e “user pays”.

Nel primo caso si tratta di infrastrutture fisiche (tubature, cavi, pali) che connettono gli edifici alle reti; in questo settore, il regolatore garantisce alle società i ritorni in base agli asset che possiedono. Più questi crescono, più aumentano gli utili, i flussi di cassa e di conseguenza i dividendi.

Questa categoria rappresenta dunque il volto più difensivo dell’investimento infrastrutturale: è caratterizzata da una crescita relativamente bassa, ma fornisce un buon reddito e i rendimenti sono protetti dall’inflazione.

Nei nostri investimenti combiniamo le infrastrutture fisiche con una categoria costituita perlopiù da asset che muovono persone e merci: strade, ferrovie, porti, aeroporti

La combiniamo con le infrastrutture “user-pays”, una categoria costituita perlopiù da asset che muovono persone e merci: strade, ferrovie, porti, aeroporti.

Il loro modello di business prevede in genere prezzi regolamentati, ma è comunque dipendente dal volume di traffico, dunque in qualche modo questi asset sono sensibili al ciclo economico.

Per questo motivo, bilanciamo la nostra esposizione agli asset regolamentati e a quelli “user pays” sulla base della nostra visione dell’andamento del ciclo economico.

Inoltre, nel costruire i nostri portafogli cerchiamo di includere solo le aziende che garantiscono il miglior ritorno sul capitale adeguato al rischio (“Risk Adjusted Return on Equity”, da cui la sigla “Rare”), utilizzando un approccio unconstrained: questo significa che non ci basiamo su alcun benchmark, e siamo dunque liberi di investire solo lì dove individuiamo le migliori opportunità.

Applicando una metodologia di valutazione proprietaria, selezioniamo una gamma di investimento formata da 200 aziende sugli oltre 700 titoli che a livello globale si occupano di infrastrutture. Per fare ciò, guardiamo a due fattori: che percentuale degli asset della società rientrano nella categoria infrastrutturale – la percentuale minima è il 60% - e in seguito consideriamo la qualità di questi asset, intendendo con questo termine quanto stabili e prevedibili siano i flussi di cassa.

Dal nostro universo, Rare 200, selezioniamo poi 35-40 aziende da inserire in portafoglio, con le 10 maggiori partecipazioni che in genere rappresentano ciascuna il 4-5% dell’allocazione, per assicurarci che il portafoglio non sia troppo concentrato.

Questo approccio unico ci permette di ottenere rendimenti stabili sul lungo termine, protezione dell’inflazione e minor correlazione all’azionario globale, consentendo agli investitori di avere accesso a un’asset class che rappresenterà anche un reale e importante tema di crescita secolare.

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