intervista

Il Nobel Thaler benedice la Mifid 2

Il premio Nobel per l’Economia, papà della finanza comportamentale, spiega a Investire le caratteristiche del buon consulente finanziario e si sofferma sul potenziale conflitto d’interesse interno al sistema di remunerazione degli advisor. Ma per lui il vero nodo è la trasparenza nei costi

Il Nobel Thaler benedice la Mifid 2

Il caporedattore di Investire Marco Muffato con il premio Nobel per l'Economia Richard Thaler

Richard Thaler, il premio Nobel per l’Economia del 2017 è in Italia, per un incontro con i consulenti finanziari italiani all’interno del PFExpo. Investire gli ha posto alcune domande al termine di una conferenza stampa in un hotel in pieno centro di Milano. Thaler conosce perfettamente i meccanismi del risparmio gestito avendo fondato nel 1993, insieme ad altri soci, la Fuller & Thaler Asset Management, convinto che i risparmiatori investano in base a condizionamenti cognitivi quali l'effetto sovvenzione (endowment effect), l'avversione alle perdite (loss aversion ) e il condizionamento dello status quo (status quo bias). Giusto quindi chiedergli un’opinione sul lavoro dei consulenti finanziari.
 
Thaler, quali caratteristiche deve possedere a suo giudizio il buon financial advisor? “Non c’è dubbio che una parte del lavoro del buon financial advisor è quello della psicologia clinica”, esordisce il Nobel. “L’advisor è lì per capire e comprendere le esigenze del cliente. Se poi c’è una famiglia, ovviamente l’assistenza comprende più di una persona, il marito e la moglie con obiettivi diversi e i figli che hanno esigenze e obiettivi diversi dai genitori e quindi l’advisor deve comprendere tutti i membri della famiglia”.
 
Il sistema di remunerazione dei financial advisor può condizionare la capacità di dare consigli indipendenti al proprio cliente?  “E’ un’ottima domanda”, continua Thaler. “Se un advisor fa più soldi vendendo un prodotto A o un prodotto B, sarebbe sorprendente se non vendessero più i prodotti A o B. In un sistema ideale gli advisor verrebbero pagati lo stesso a prescindere dal prodotto che si vende. Non c’è un sistema ideale e mi spiego: negli Stati Uniti ci sono diversi advisor che vengono pagati su una percentuale dei beni che gestiscono, che sembra una soluzione migliore ma in realtà va ad introdurre degli altri incentivi per esempio quello di includere più beni possibili nel portafoglio che gestisce. Quindi se io ho dei risparmi per la pensione, per esempio dalla mia Università per quando finirò di lavorare, potrei lasciarli lì o darli al mio advisor, il quale ha un incentivo e potrebbe convincermi ad affidarglieli e così facendo aumenterebbe il costo del servizio. Io penso che la cosa più importante sia la trasparenza: i clienti devono conoscere quello che stanno pagando. Quindi il mandato deve essere trasparente e il lavoro dell’advisor pure, inizia tutto da qui”. L’opinione del Nobel di fatto avvalora gli obiettivi della Mifid 2 di ottenere una maggiore trasparenza agli operatori, a partire dei costi, verso il grande pubblico dei risparmiatori.

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