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l'intervista | Janus Henderson

Greg Jones: "Il Sud America è l'Europa di 25 anni fa. L'Asia? Un mercato senza paragoni"

Dal livello dei servizi di consulenza, all'attenzione crescente per i livelli di rischio oltre che per i rendimenti. Il manager di Janus Henderson offre un identikit degli investitori dei mercati emergenti

Greg Jones, responsabile della distribuzione Emea e America Latina di Janus Henderson

Greg Jones, responsabile della distribuzione Emea e America Latina di Janus Henderson

Greg Jones è il responsabile della distribuzione Emea, Asia e America Latina di Janus Henderson. Il compito del manager americano è quello di curare gli affari del gruppo al di fuori degli Stati Uniti. Ex membro del comitato esecutivo di Henderson, Jones è entrato in azienda nel 2009 attraverso l'acquisizione di New Star Asset Management, in cui è stato amministratore di New Star International Investment Funds.

In viaggio di lavoro in Italia, lo abbiamo incontrato nella sede milanese dell'azienda in compagnia del country head per l'Italia Federico Pons, per chiedergli la descrizione degli "investitori tipo" dei paesi di cui si occupa: Asia, America Latina, Africa e Australia. 

Negli Emergenti il livello della consulenza è ormai elevato. La maggior parte dei professionisti che gestiscono questi portafogli sono certificati CFA o certificati localmente. Spesso ics e private banker hanno esperienze pregresse all'estero

Qual è la strategia di Janus Henderson nei mercati emergenti? 

La catena decisionale di Janus è un sistema complesso.

Non esiste un'unica persona che decide quale sia la linea di investimenti globale, soprattutto per questioni importanti come può essere la gestione degli effetti del braccio di ferro tra la Cina e Stati Uniti.

La nostra struttura presenta diversi gestori, ognuno con una propria visione. Il confronto tra diversi punti di vista nella fase di analisi e pianificazione delle strategie consente alla società di mantenere indipendenza e libertà di pensiero nella gestione del denaro degli investitori. 

Qual è il livello dei servizi di consulenza finanziaria nei paesi in via di sviluppo?

Il livello è ormai elevato. La maggior parte dei professionisti che gestiscono questi portafogli sono certificati CFA (Chartered Financial Analyst, ndr.) o certificati localmente, oppure laureati in una delle università nazionali o europee, oppure statunitensi. Spesso si tratta di professionisti con un'esperienza pregressa all'estero presso gestori di fondi.  

In Sud America, come dicevo, è molto sviluppata l'area bancaria privata. La strategia dei private banker punta a portafogli comprendenti fondi comuni di investimento dedicati alle valute, strategie alternative, un po' hedge fund, private equity, e debito privato. 

Partiamo dall'Asia. 

Parliamo di un mercato che per noi è molto importante sia per dimensioni che per velocità di crescita. I rapporti annuali certificano che, a livello globale, nessuno sta crescendo come l'Asia. Il nostro lavoro consiste nel capire come sfruttare questa crescita. 

Siamo ovviamente molto presenti negli Stati Uniti e abbiamo avviato il nostro business anche in Cina attraverso alcuni investitori istituzionali. Più in generale, in Asia siamo presenti in Giappone con un ufficio a Tokyo; ma anche a Singapore, a Hong Kong e in Australia. Questi mercati ci conoscono anche per la linea di soluzioni per la sicurezza dei dati, BIO. 

Seguiamo con interesse l'evoluzione delle normative cinesi, come la recente autorizzazione per le società di investimento a entrare nella maggioranza di aziende cinesi e a avviare joint venture

La Cina è al centro del dibattito per svariate ragioni, tra cui il potenziale ancora inespresso del suo mercato retail e il suo scontro con gli Stati Uniti. Come siete posizionati in questo grande paese? 

È in corso una riflessione interna sul da farsi per decidere se aprire una sede fisica. Seguiamo con interesse l'evoluzione delle normative del paese come la recente autorizzazione per le società di investimento a entrare nella maggioranza di aziende cinesi e a avviare joint venture. Fino ad oggi abbiamo avuto ottime esperienze con partner del settore del global banking.

In Cina lo schema generalmente seguito da realtà come la nostra è quello dello scambio tra il capitale intellettuale e il peso delle aziende nazionali sui mercati locali di riferimento. Stiamo quindi lavorando per avviare partnership di distribuzione. 

Quali sono le caratteristiche tipiche dell'investitore cinese?

Il volume degli investimenti è generalmente più elevato rispetto alle altre zone del pianeta e continua a segnare crescite a doppia cifra. Questo comporta orizzonti temporali molto lunghi per i fondi comuni. Ma la grande disponibilità di risorse alimenta anche gli investimenti di breve durata, per intenderci, quelli che puntano ad acquistare per rivendere e monetizzare il prima possibile. 

Una mentalità, quella cinese, diversa dalla occidentale. Più simile è, invece, il mercato istituzionale  concentrato su investimenti di lungo termine. Resta una tendenza generale, come anche a Singapre e Hong Kong, verso il mantenimento dei soldi all'interno dei confini nazionali. 

In Venezuela gli investitori del mercato retail, realmente preoccupati per i propri soldi, stanno portando il proprio denaro a Miami via aereo

Quanto pesa questo mercato sul vostro portafogli?

La Cina è attualmente il secondo mercato azionario più grande al mondo e non cenna a rallentare. Janus si trova a cavalcare questo trend dato che vanta collegamenti già consolidati creati in passato dai sui business statunitensi. Al momento ci rivolgiamo a questo paese attraverso il canale degli investitori istituzionali ma guardiamo con molto interesse anche al retail. 

Facciamo un salto geografico e passiamo all'America Latina. Trova qualche similitudine con l'Europa del passato?

È un continente che ospita i mercati più sostanziosi tra gli Emergenti. Esclusa l'Asia, ovviamente. L'America Latina è simile a come era l'Europa 25 anni fa. È una regione ricca di gestori patrimoniali indipendenti e portafogli familiari.

Generalmente i grandi patrimoni investiti hanno come obiettivo quello di uscire dai confini nazionali attraverso i mercati offshore. Un esempio perfetto è il Venezuela dove gli investitori del mercato retail, realmente preoccupati per i propri soldi, li trasportano materialmente a Miami in aereo. 

In Uruguay è molto forte la rete bancaria privata con molti punti di contatto proprio con Miami. I governi, come accade in Cile, ovviamente svolgono molti controlli per cercare di mantenere i capitali in patria.

Quello cileno è un altro un mercato caratterizzato dalla gestione patrimoniale e da investimenti a lungo termine, disponibilità liquide, fondi comuni e da investimenti nel debito pubblico. Trovo qualche punto di contatto con il settore degli investimenti italiano, per via di una certa esposizione proprio al mercato del debito. Come in Italia, anche in Cile il tasso di interesse è piuttosto alto e questo spinge a investire di più  nelle azioni estere che su quelle nazionali.

Ci dia qualche elemento sullo stato di salute dei fondi che operano in questi paesi.

La maggior parte dei paesi emergenti ha sviluppato sistemi pensionistici obbligatori negli ultimi 5 anni; il primo è stato proprio il Cile. L'effetto principale è che, ogni mese, l'8% dei salari va direttamente a sostenere le pensioni. 

I fondi pensione stanno diventando troppo grandi per i confini fisici in cui operano. Da qui, la loro graduale apertura all'estero. Non a caso oggi in Cile questi strumenti investono oltre la metà dei propri capitali al di fuori del paese

Facciamo un parallelo con la Polonia, dove il 90% dei fondi si è concentrato nel corso degli anni su investimenti a livello nazionale, in particolare nel fixed income e nell'azionario.

Stanno diventando troppo grandi per i confini fisici in cui operano. Da qui, una loro graduale apertura all'estero. Non a caso oggi in Cile i fondi pensione investono oltre la metà dei propri capitali al di fuori del paese. 

Non stiamo parlando di mercati facili. Quali sono i rischi che presentano gli Emergenti?

I rischi sul mercato Emea e America Latina non mancano. Molti soldi investiti, attraverso i fondi pensione, dai risparmiatori residenti nei mercati sviluppati, stanno tornando in dietro a causa proprio dell'instabilità, che spesso caratterizza quelle zone geografiche.

In che modo si tutelano i risparmiatori di queste regioni? 

La chiave è la diversificazione. Il livello complessivo di rischio di un portafoglio cileno si riduce di un bel po' se è distribuito tra Cina, alcune parti dell'Asia e in  Europa e integri con un po' di esposizione sul reddito fisso internazionale o su un può di private equity. 

Le esigenze degli investitori degli Emergenti non sono così diverse da quelle dei clienti europei. Tutti vogliono far crescere i propri soldi attraverso una gestione capace di tenere sotto controllo il rischio

Qual è l'andamento dell'Aum in questi mercati? 

Con gli investimenti cresce ovviamente anche la massa gestita, che in Cina significa miliardi e miliardi di dollari. Non esiste confronto con il resto del mondo. Ma i miliardari di quelle parti non tendono a investire in fondi comuni e questo esclude parte dei flussi dai mandati istituzionali, settore in cui noi  siamo molto presenti insieme gli altri gestori di fondi. 

In base a quali parametri definite le vostre strategie? 

È fondamentale capire cosa sia attraente per le persone che vivono nei paesi emergenti. E devo dire che spesso le loro esigenze non sono così diverse da quelle dei clienti europei. Tutti vogliono far crescere i propri soldi attraverso una gestione capace di tenere sotto controllo il rischio. 

Da questo punto di vista i fondi comuni di investimento sono un buon veicolo; ma anche gli Etf sono ben visti. Quello che gli investitori degli Emea vogliono è l'accesso al mercato estero attraverso gli strumenti più giusti. 

Sulle piattaforme asiatiche c'è sempre una sezione dedicata al fondo più performante della settimana che può riguardare l'oro oppure il biotech. Poco importa.  Quello che interessa è il rendimento

Quali sono le differenze tra Asia e America Latina?

Il giro d'affari asiatico è decisamente più elevato. Gli investitori amano investire con ritmo costante, non si limitano a parcheggiare i soldi in attesa che crescano da soli. Questo spinge gli investimenti a breve termine.

Sulle piattaforme asiatiche noterete che c'è sempre una sezione dedicata al fondo più performante della settimana che può riguardare l'oro oppure il biotech. Poco importa. Inutile cercare un motivo specifico; quello che interessa è il rendimento.

È una questione di mentalità. Non a caso il fondo che ha ottenuto una buona raccolta nel corso degli ultimi 2-3 anni è quello che ha offerto un dividendo molto alto, pari all'8%. Chi offre una percentuale del genere in Europa? Nessuno. 

Basti pensare che in Italia dove i bond a 10 anni offrono un rendimento del 2,3% o qualcosa del genere. In Grecia, paese che non ha ancora superato rischio default, probabilmente i titoli di stato offrono in media solo il 3%. Negli Usa ci fermiamo al 2%, nel Regno Unito il 4; la media europea si ferma al 2%. 

Dulcis in fundo l'Africa.

È un continente totalmente emergente ad eccezione per il Sud Africa dove esiste una rete bancaria consolidata come in Europa.

Molti fondi sono distribuiti attraverso banche offshore: un segnale di apertura verso l'esterno iniziata con l'autorizzazione abbastanza recente del tetto massimo di 500 mila dollari per gli investimenti offshore. 

Come funziona il mercato finanziario sudafricano?

Esiste un unico prodotto fornito di collegamenti che consentono a gruppi di gestione come il nostro di accedere al mercato nazionale. 

Su cosa si orientano in particolare, gli investitori sudafricani?

Prediligono un'esposizione azionaria internazionale e investimenti nel fixed income. Gli investitori stanno cercando di ottenere il massimo possibile al di fuori dei propri confini.

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