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Processi d'investimento sempre più sofisticati contro un credito sempre più deteriorato

L'Italia svetta in Europa per l'attenzione al debito degli Emergenti e ai criteri Esg. L'indagine di Mercer sull'asset allocation nel Vecchio Continente

Processi d'investimento sempre più sofisticati contro un credito sempre più deteriorato

“Eccessiva concessione del credito” e (conseguente) “incremento del debito” da una parte, e le banche centrali nella inedita veste di “principali fornitori di liquidità per il settore bancario”, dall’altra, rendono sempre più complicato seguire strategie di investimento passive. Questa è una delle conclusioni della European Asset Allocation Survey 2019 di Mercer, indagine tra gli investitori istituzionali, fondi pensione in particolare, arrivata alla diciassettesima edizione, e presentata oggi a Milano.

In Italia l’asset allocation che svetta è l’obbligazionario (corporate e governativi) con il 37%, seguito dall’azionario (25%) e dagli alternativi (24%). Il real estate cala al 9%, la liquidità stabile al 5

Luca De Biasi, wealth business leader e il suo amministratore delegato, Marco Valerio Morelli, hanno descritto i contenuti dell’indagie che quest’anno ha coinvolto 12 Paesi europei e quasi 900 portafogli istituzionali, per un totale attività di oltre 1000 miliardi di euro.

Per fronteggiare il frammentato quadro dei mercati e le crescenti politiche protezionistiche, per Mercer “è fondamentale avere flessibilità nelle scelte di investimento”. Anche perché, l’instabilità generale ha portato il volume di debito a rendimento negativo sulla soglia dei 13 trilioni di dollari.

Cifra ben lontana dai massimi dell’anno scorso, fermi a 9 trilioni. Il private debt ne risente molto con una qualità del debito in deterioramento e una conseguente alta liquidità dei suoi titolari, anche grazie ai tassi bassi imposti dalle banche centrali.

Come si comportano gli investitori professionali davanti a tutto ciò? La survey dimostra che in Italia, l’asset allocation che svetta è l’obbligazionario (corporate e governativi) con il 37%, seguito dall’azionario (25%) e dagli alternativi (24%).

Più giù, al 9%, troviamo l’immobiliare che, pur restando tra le percentuali più alte del Vecchio Continente (la media europea è del 3%), segna un calo importante rispetto al 2018 quando il real estate rappresentava il 13% degli asset italiani.
Mentre la liquidità resta, per il terzo anno consecutivo, a quota 5%. Per Morelli e De Biasi è il segno dei tempi (“Non è più possibile non monitorare i propri investimenti”).

All’interno dell’obbligazionario (che dal 2015 a oggi ha perso 15 punti percentuali) troviamo una riduzione dei titoli di stato in favore dei governativi. Anche se i primi mantengono il primo posto superando di poco il 24% del mercato di riferimento. Su questo segmento c’è da sottolineare il ruolo del debito degli Emergenti: “L’Italia è il mercato con la media maggiore tra i paesi Ue”, ha ricordato De Biasi a riguardo.
 
La vera sorpresa sembra essere l’ascesa degli asset alternativi che, nell’arco di cinque anni, hanno guadagnato ben 18 punti percentuali. “Un dato che testimonia la maggiore complessità degli schemi di investimento di oggi”.
 

Per Casse di Previdenza e Fondazioni è fondamentale una gestione accurata del risparmio con investimenti di lungo periodo che tengano ben bilanciato l’elemento del rischio e quello del rendimento (M.V. Morelli, ad Mercer)

Tra i molti numeri forniti dall’indagine di Mercer sono interessanti quelli relativi alle scelte di Casse di Previdenza e Fondazioni. L’8% del campione intervistato è rappresentato proprio da loro.

In questa percentuale, le prime hanno un peso pari al 23%, mentre i Fondi pensione (sia negoziali che pre-esistenti) sono rappresentativi del 67% del campione interpellato. Senza dimenticare le Fondazioni di origine bancaria (con un peso pari al 10%).

Per questi soggetti, ha sottolineato Marco Valerio Morelli, “è fondamentale una gestione accurata del risparmio con investimenti di lungo periodo che tengano ben bilanciato l’elemento del rischio e quello del rendimento”. Un livello di professionalità nell’approccio all’asset allocation dovuto alla natura di Casse e fondazioni, quella di “garantire trattamenti previdenziali e investimenti su economia reale e territoriale”.   
 
Tra i protagonisti delle scelte dei grandi investitori, i criteri Esg. Il 55% degli intervistati prende in considerazione i rischi ambientali, sociali e di governance (ESG) come parte del proprio processo decisionale. Un dato in sensibile crescita rispetto al 40% del 2018.
 
L’Italia si distingue con medie più alte. L’85% del campione italiano dichiara di considerare i temi Esg nell’attività di investimento. Questo dato, in significativa crescita rispetto all’edizione precedente è superiore a quello medio europeo. “In un contesto di informazione simultanea su scala globale, nel portare a contemplare criteri ESG nelle scelte di investimento, il rischio reputazionale tende ad assumere sempre maggiore importanza, come indicato dal 55% del campione italiano”, spiega Luca De Biasi.

“Si tratta di un dato molto superiore al dato europeo, balzato anch’esso dal 18% del 2018 al 29%”, continua il . La spinta verso la sostenibilità cambia se si lascia lo Stivale. “E’ peculiare evidenziare come la pressione regolamentare – menzionata dal 56% dei rispondenti in Europa – sia nei pensieri solo del 45% del campione italiano”. Una percentuale destinata a crescere con il crescere dell’oggettiva esigenza di una regolamentazione più puntale “a seguito dell'introduzione della direttiva europea sulle pensioni (2017)”.

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