politica & credito

L’eredità che i nuovi eurodeputati troveranno su banche e finanza

È difficile pensare che le orecchie degli europarlamentari neo-eletti non saranno tese al minimo rumore di motori inceppati sul mercato di fondi, gestioni e polizze

Roberto Gualtieri con Mario Draghi

Roberto Gualtieri con Mario Draghi

Uno degli ultimi atti di prima fascia dell’Europarlamento uscente, a metà dello scorso aprile, è stato il via libera a un pacchetto di nuove regole volte a ridurre i rischi di crisi bancarie nella Ue: in particolare riguardo la gestione di nuovi non performing loans, a fianco dei quelli che si sono cumulati dopo il 2008 nei bilanci delle grandi banche europee.

Strasburgo, sotto la presidenza dell’italiano Antonio Tajani (Ppe), ha approvato una bozza già discussa dai ministri Econfin, ma senza rinunciare a interventi di modifica

Strasburgo - sotto la presidenza dell’italiano Antonio Tajani (Ppe) - ha approvato una bozza già discussa dai ministri Econfin, ma senza rinunciare a interventi di modifica: con il ruolo attivo, tra l’altro, di Roberto Gualtieri, l’europarlamentare italiano del Pse che dal 2014 è stato alla guida della commissione per gli affari economici e monetari.

Nel compromesso finale è entrato un assestamento flessibile dei requisiti di accantonamento patrimoniale prudenziale in vista di future perdite su crediti. E’ stato applicato in modo più esplicito e incisivo il principio di proporzionalità, principalmente a favore delle banche minori, più esposte nel finanziamento alle Pmi.

Anche l’incoraggiamento allo sviluppo di un mercato degli Npl - utile a evitare il riformarsi di gigantesche zavorre - è stato delineato in chiave di protezione relativa dell’impresa creditrice in difficoltà rispetto ai rischi di eccessi aggressivi degli operatori finanziari.

Il tutto è stato apertamente ricondotto anche dal Parlamento Ue agli obiettivi della direttiva Brrd (bail-in): a tutela quindi non solo successiva dei contribuenti in caso di crisi bancaria; ma soprattutto di prevenzione dei dissesti e quindi di protezione ex ante dei risparmiatori-investitori.

Se il precedente europarlamento si era congedato - nella primavera di cinque anni fa - ponendo sigilli molto rigoristi alla svolta bail-in in campo finanziario, a Strasburgo i nuovi eurodeputati troveranno in eredità un avvio di revisione in progress: con un occhio diverso agli stessi obbligazionisti delle banche (severamente puniti dalla Bank recovery and  resolution directive originaria) e agli stessi depositanti.

L’aula ha fatto sentire una voce più distinguibile su un terreno di stretta competenza dei tecnocrati dopo lo scoppio della Grande Crisi e lo start dell’Unione Bancaria in Europa. Non è un caso che in soggetto come l’Associazione bancaria italiana - da anni affannata a inseguire con le proprie critiche ogni regola prodotta in Europa, lamentando la debolezza italiana a Bruxelles ma anche il ruolo marginale dei politici di Strasburgo -  abbia espresso commenti favorevoli sulla prima pietra del post-Brrd. 

Se il precedente europarlamento si era congedato ponendo sigilli molto rigoristi alla svolta bail-in in campo finanziario, la nuova aula i nuovi eurodeputati troveranno in eredità un avvio di revisione in progress

Il voto del 23-26 maggio del resto ha rimescolato com’era nelle attese la composizione dell’emiciclo. E - al di là dei nuovi equilibri numerici - il pressing di opinione pubblica per una ripresa di “politica creditizia” - in luogo di una semplice ricostruzione tecnocratica della vigilanza su scala sovrananazionale - ha avuto impatti al di là delle semplici manifestazioni di populismo antibancario.

In un’Europa formalmente unita nella moneta e nei mercati finanziari, popolata oggi di banche vigilate da Bce ed Eba (che sollecitano aggregazioni transanzionali), i meccanismi di tutela dei depositi restano ancora nazionali: ancorati a un vecchio obiettivo tendenziale di finanziamento (0,8% dei depositi bancari di uno Stato-membro).

Ciò che è accaduto in Italia - ma non solo - nell’arco dell’ultima legislatura europea ha però sconvolto il quadro delle relazioni tra cittadini/risparmiatori, banche, authority e governi: difficilmente sarà possibile mantenere o appesantire severi standard prudenziali in nome di un’astratta “stabilità” e senza ritorni visibili in termini di tutela reale dei clienti delle banche per i dissesti di un lungo fine-crisi e per la gestione di quelli futuri.

È assai probabile che una stessa attenzione politica da Strasburgo accompagni l’apertura del dossier Open Banking e quindi lo sviluppo di fintech. Ma anche l’evoluzione del collaudo della direttiva Mifid 2. “2019, l’anno della verità per il risparmio gestito”: è il il titolo della monografia Specialist riservata dal primo numero di Investire alla direttiva entrata in vigore all’inizio del 2018.

Una rivoluzione imperniata su sei main driver riguardanti trasparenza e costi dell’offerta di prodotti di risparmio. Consulenza proporzionata, qualificata, non più opaca nei rischi di conflitto d’interesse: per risparmiatori più informati su contenuti e prezzi dei prodotti offerti. Separazione tra gestori e reti sul filo delle commissioni. E poteri effettivi alle authority di vigilanza nazionali e sovrannazionali di limitare o vietare il collocamento di strumenti finanziari.

L’ottimismo tra gli operatori prevale, ma il giudizio autentico sarà quello del mercato: ancora una volta il cambiamento dev’essere interamente fatto proprio dai risparmiatori, nella misura in cui coglieranno reali benefici nel mix redditività-tutela dei propri investimenti.

Questi ultimo vengono già da una lunga fase di bassa profittabilità legata sia alle politiche monetarie “tassi zero”, sia alle periodiche turbolenze di assetamento dei mercati. Su questo sfondo il rischio di una “tempesta perfetta” è basso, ma non nullo. Ed è difficile che le orecchie dei nuovi europarlamentari non siano tese al minimo rumore di motori inceppati sul mercato di fondi, gestioni e polizze.  

*Articolo pubblicato sul numero di giugno di Investire

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