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Pitti Immagine, un formato che viene da lontano fondato su stile e lavoro

Raffaello Napoleone: "Certo, ci siamo evoluti e abbiamo moltiplicato le manifestazioni, ma il modello di Pitti Immagine è ancora quello indicato da Carlo Rivetti trent’anni fa"

Pitti Immagine, un formato che viene da lontano fondato su stile e lavoro

"Di certo ci siamo evoluti e abbiamo moltiplicato le manifestazioni, ma il modello di Pitti Immagine è ancora quello indicato da Marco Rivetti trent’anni fa, come sai", dice l’amministratore delegato Raffaello Napoleone (il primo in foto) al telefono, fermo nel traffico di Parigi dove ha presentato la nuova edizione di Pitti Uomo, in programma dall’11 al 14 di giugno a Firenze, per poi replicare a Hong Kong e in altre città di cui certamente io, ma forse anche lui, ha perso il conto. 

Le conferenze stampa e le presentazioni di Pitti Uomo durano un mese intero; un lungo tour de force che si conclude a dieci giorni dalla serata di apertura della manifestazione, nella celeberrima Sala Bianca di Palazzo Pitti restaurata grazie alla spinta decisiva del sovrintendente degli Uffizi, Eike Schmidt (che il Signore ce lo conservi, anche se temiamo che il Kunsthistorisches Museum di Vienna avrà la meglio sulle lungaggini burocratiche italiane nel bandire il nuovo concorso). 

Questa “del trentennale” sarà un’edizione unica, già festeggiata con un’emissione postale e una serie di celebrazioni a gennaio: la prima sfilata di moda italiana a Palazzo Pitti data 22 luglio 1952 (“fin dal superbo scalone, gli armigeri in giubba e braghettoni del Cinquecento, a strisce gialle e rosse, davano il tono a tutta la serata”, scriveva La Nazione nello stile cronachistico ispirato dei tempi), e si era tenuta un anno e mezzo dopo la prima, leggendaria presentazione a casa del marchese Giovan Battista “Bista” Giorgini.

Il modello attuale, con le fiere e le manifestazioni irradianti dalla Fortezza da Basso a tutta la città di Firenze, portano invece la data del 1988 e la firma geniale di Marco Rivetti, il fondatore del gruppo Gft e, in buona sostanza, del pret-à-porter italiano come lo conosciamo oggi. 

Pitti genera un fatturato di 38,2 milioni e, nel tempo, ha dato vita a una serie di manifestazioni rilevantissime nel proprio settore, come Pitti Fragranze e Taste, quest’ultima aperta anche al pubblico e davvero selezionatissima. L’unica iniziativa che continui a non decollare è Super, che si tiene a Milano ed è legata al prodotto moda donna: forse non è sufficientemente attrattivo il luogo dove viene organizzata (i sotterranei di piazza Lina Bo Bardi sono brutti forte, spiace dirlo), forse non si riesce a farvi convergere quel mix unico di intelligenze, imprenditoria e simpatia che accorre invece a Firenze cancellando tutti gli altri impegni. Chissà; galleggia, in attesa dell’evento in grado di cambiarne le sorti. 

A questo punto mi però tocca fare un endorsement: qualche anno fa, in occasione dei 60 anni dalla nascita del Centro di Firenze per la Moda Italiana, holding di Pitti Immagine, che cadevano in concomitanza con i sessant’anni della televisione italiana, la Rai, curai al Cinema Teatro Odeon una serata speciale di immagini di archivio che ritraevano Roberto Capucci alla sua prima presentazione, le modelle che si vestivano al Collegio del Poggio Imperiale, Emilio Pucci vestito per l’appunto in calze “divisate” e giustacuore e altre delizie e dunque sì, conosco bene la macchina di Pitti e la capacità organizzativa sinergica che è in grado di generare.

Il suo segreto, se così si può definire, sta tutto nella seconda definizione del logo, in quell’”Immagine”. Per capire che cosa intendesse Rivetti quando lo coniò, non pensate al suo valore semantico attuale, che può apparire superficiale e inconsistente, logorato dall’uso, ma al suo valore etimologico, e a quello che rappresentava negli Anni Ottanta del secondo boom economico italiano: “imago-ginis - Forma esteriore degli oggetti corporei” ma anche, per estensione e come specifica la Treccani “Modo, aspetto, serie di caratteristiche con cui un personaggio, un’azienda, un ente o anche un prodotto industriale si presentano o vengono presentati al pubblico, secondo certi criteri che tendono ad assecondare il più possibile i gusti e i desideri del pubblico stesso”.

In quella “tensione”, che non diventa mai appiattimento, adesione supina e banale, si percepisce lo spirito con cui Rivetti trasformò quella che rischiava di diventare una fiera di settore come un’altra nell’appuntamento imprescindibile per un esercito di buyer, aziende e giornalisti (oltre 60 mila all’ultima edizione di Pitti Uomo). 

Purtroppo, e lo diciamo con un certo scoramento, iniziano a essere numerosi  i cosiddetti “operatori del settore” che a giugno volano direttamente da Firenze a Parigi, saltando la men’s fashion week di Milano.

In questa stagione, il nuovo presidio di Giorgio Armani, affiancato alla tenuta di Prada e di Versace e alla presenza poliedrica di Marcelo Burlon, appare come un ultimo grande appello al ricompattamento di un sistema, quello delle “settimane della moda”, che va sgretolandosi sotto la spinta potente delle sfilate e degli eventi speciali itineranti organizzati in occasione delle pre-collezioni e delle “cruise”, significative in termini di fatturato più delle stesse collezioni stagionali, che i grandi brand organizzano nei principali mercati del loro export. Pitti ha saputo superare il problema; in un certo senso, è nata con quella struttura a stella, satellitare, per non accorgersene nemmeno.

A giorni vi sfilerà Givenchy, marchio che, sotto la guida artistica di Clare WaightKeller (la seconda in foto), è tornato nuovamente di culto. A Milano dubitiamo che sarebbe venuto per molti motivi, e uno in particolare: Firenze non rappresenta la concorrenza a Parigi, ma un’isola, un laboratorio e un momento a sé.

Si innesta su un tessuto cittadino ricettivo ed entusiasta nei riguardi della pacifica (ed elegante) invasione internazionale come a Milano non è mai accaduto, e stempera il lato commerciale insito nella sua natura con iniziative culturali di grande valore, mai al servizio degli interessi di gruppi editoriali o singole aziende come accade altrove. 

Zero “marchette” insomma, che sono diventate la peste del sistema, oppure iniziative commerciali sì, ma ben concepite e strutturate: insomma tolleranza zero per la sciatteria o la mancata congruenza del progetto al tema dato per la stagione. Sulle rive dell’Arno si è percepibilmente accolti e graditi in un contesto meraviglioso, che è facile e pure piacevole percorrere a piedi.

Il programma è variegato, e soddisfa tanto l’esegeta della moda, il “commerciale” che vuole “scrivere” ordini e il vanesio che discorre di pellami senza azzeccare un congiuntivo quanto l’intellettuale che non riesce a rassegnarsi alla natura effimera e fondamentalmente industriale della moda. A questo scopo, alla fine degli Anni Novanta nacque con una mostra di Doug Aikten Pitti Immagine Discovery, presto trasformata in Fondazione, che rappresenta il braccio culturalmente armato della rassegna.

La sua missione si trova chiaramente espressa nello statuto (“riflettere sui rapporti tra moda, arte, architettura, comunicazione e al cortocircuito che provoca la loro interazione, promuovere e valorizzare la ricerca culturale e le produzioni artistiche, approfondendo le aree nelle quali la moda trova ispirazioni creative e forme di sperimentazione”) e ha portato alla nomina di un consulente artistico super partes e di rilevanza internazionale come Olivier Saillard

Il successo di Pitti Immagine è determinato anche dalla sua natura giuridica: formalmente una srl, è però dominata dallo spirito della fondazione, e reinveste tutti i cospicui utili nella propria crescita, sostenendo il soggiorno di stampa e buyer internazionali, favorendo contatti e iniziative trasversali.

All’ufficio stampa e comunicazione, cioè all’”Immagine”, lavorano in tanti, e lavorano tantissimo. Non accade mai che una richiesta non venga evasa nell’arco della giornata, specificità non certo comune anche in molti grandi gruppi. L’ultima riguarda questo articolo. Drin drin molto lontano, chiudo precipitosamente la telefonata accingendomi a inviare un messaggio. Vengo preceduta: “Siamo a Hong Kong, ma se è urgente siamo qui”. Ecco, funziona in questo modo. 

Infatti, funziona.

*articolo pubblicato sul numero di giugno di Investire

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