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Investitori sul picco della montagna, ecco le asset class su cui puntare

Il 2019 metterà alla prova l’industria degli investimenti alternativi. fiducia negli hedge fund e nel private debt

Investitori sul picco della montagna Ecco le asset class su cui puntare

La copertina dell’ultimo studio di Preqin, dedicato all’Investor Outlook: Alternative Assets H1 2019, mostra il picco di una montagna e viene il dubbio se pensare che il private equity sia alla base o al picco del massiccio. Secondo il report, pubblicato qualche giorno fa, il 2019 potrebbe essere un anno cruciale sia per l’industria sia per il private capital.

All’interno dei mercati sviluppati, due terzi degli investitori ritengono che gli Stati Uniti rappresentino la più attraente opportunità di investimento, seguita dall’ovest Europa, escluso il Regno Unito, 49%

Dopo aver goduto di un periodo di crescita costante nell’ultimo decennio, con un record di masse in gestione pari a 9.440  miliardi di dollari (i dati mondiali sono al 30 giugno 2018), ora la rotta sembra invertita.

Annusando il cambio d’aria, a novembre 2018 Preqin ha condotto un’indagine su oltre 400 investitori per verificare il loro sentiment sulle varie asset class (private equity, hedge fund, real estate, infrastrutture, private debt e risorse naturali), e farsi anticipare sfide e piani per i prossimi 12 mesi.

In effetti dai risultati della ricerca emerge come gli investitori si sentano già sul picco della montagna e con tali livelli di attività si sono detti d’accordo sul fatto che si è al culmine del ciclo del mercato azionario e che il mercato mostra già i primi segnali di indebolimento.

Gli investimenti alternativi hanno superato gli ostacoli dell’ultima recessione e presentano numerosi elementi di attrattività: nel private equity la ricerca di rendimenti elevati nelle infrastrutture e real estate, la copertura contro l’inflazione e il flusso di entrate affidabili; nel private debt il costante flusso di reddito e negli hedge fund e nelle risorse naturali la diversificazione e la scarsa correlazione con altre categorie di investimento.

Le varie asset class hanno logiche e scopi differenti quindi non sorprende che gli investitori abbiano strutturato nel tempo portafogli più grandi e più complessi, non essendo ancora evidenti gli elementi di un cambiamento del mercato. La logica è quella di sovraperformare così da non mostrare il calo sulle altre asset class.

Gli hedge fund riescono molto bene in questo perché sono in grado di offrire una protezione del capitale durante un mercato al ribasso prevedendo un riequilibrio dei loro portafogli nell’anno successivo. Il mercato continua a essere una grande opportunità anche se le sfide da affrontare sono molte e differenti a seconda dell’investimento; per esempio nel settore delle risorse naturali queste ultime sono diventate progressivamente più care, la concorrenza è cresciuta e i gestori dei fondi sono sempre più sotto pressione nell’offrire un prodotto d’eccellenza.

L’industria degli investimenti alternativi nel suo insieme ha dimostrato  capacità di adattarsi e superare queste sfide. I gestori di fondi stanno evolvendo le loro strategie e i percorsi verso il mercato per continuare a creare valore, gli investitori stanno diventando sempre più sofisticati nel valutare le diverse opportunità e gli advisor offrono servizi a valore aggiunto per i propri clienti.

La differenza la fanno l’informazione e la capacità di reperire le conoscenze necessarie per studiare il quadro d’insieme  in cui si va a inserire l’investimento che si vuole  realizzare. Nel mondo del private equity si stanno offrendo ritorni altissimi che superano spesso le più rosee aspettative anche se, nel 2018, l’attività di raccolta dei fondi ha subito un rallentamento rispetto ai livelli record del 2017.

Questo perché gli investitori istituzionali hanno ridotto i nuovi impegni. I ritorni sono alti e gli intervistati ritengono che il trend proseguirà in tale direzione  se i gestori saranno capaci di continuare a trovare opportunità di disinvestimento adeguate. Gli alti rendimenti sono uno dei principali motivi per cui gli investitori continuano a investire nel private equity (lo dice il 51% degli intervistati).

Quasi i due terzi (65%) delle target hanno reso oltre 12%. La buona notizia è che gli investitori sono ampiamente soddisfatti di come sono andati i loro investimenti: il 64% ha dichiarato che le aspettative sono state ampiamente soddisfatte;  più di un quarto degli intervistati, il 26%, ha affermato che i rendimenti hanno decisamente superato le aspettative.

Nel periodo 2011-2015, i fondi di buyout hanno realizzato un Irr medio netto del 16-21%, seguito dai fondi di venture capital (13-21%) e da quelli di expansion (10-18%). Anche se molti sono cauti rispetto ai rendimenti futuri, gli investitori restano ancora fiduciosi sul fatto che nel 2019 si possano raggiungere obiettivi di portafoglio ambiziosi: il 68% rimane sereno sul fatto che anche per il 2019 i rendimenti resteranno in linea con quelli del 2018, quindi estremamente positivi.

Interessanti sono i dati infine sull’effetto Brexit: nel 2019, il 36% degli investitori intervistati mirerà esclusivamente agli investimenti nei mercati sviluppati, mentre il 40%, oltre a questi, potrebbe destinarne una parte sui mercati emergenti. Solo una piccola quota, 8%, investirà soprattutto in questi ultimi. All’interno dei mercati sviluppati, due terzi degli investitori ritengono che gli Stati Uniti rappresentino la più attraente opportunità di investimento, seguita dall’ovest Europa, escluso il Regno Unito, 49%.

La Gran Bretagna è vista favorevolmente dal 28% degli investitori anche se l’incertezza del mercato derivante dalla Brexit potrebbe scoraggiarli. Alcuni intervistati infatti preferiscono aspettare e verificare come si evolverà la situazione dopo la Brexit, indirizzandosi intanto verso i mercati asiatici, in forte sviluppo. Siamo sicuramente al centro dell’attenzione e dobbiamo mantenere le promesse di rendimento per consolidarci.

*articolo pubblicato su Investire di giugno

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