sicurezza, usa vs cina

Guerra digitale col 5G nel mirino

Non è una questione di acciaio e semi di soia: quella tra Washington e Pechino è una tech war, con tutti i crismi e senza esclusione di colpi, dagli esiti incerti

Guerra digitale col 5G nel mirino

Non è più una guerra commerciale. Non è (o non è ancora) una guerra militare. Ma senza dubbio, quella tra Washington e Pechino, è una guerra tecnologica, e digitale in particolare. Con tanto di ostaggi in carne e ossa, come Meng Wanzhou (la prima in foto, credits: South China Morning Post), chief financial officer di Huawei, nonché figlia del fondatore Ren Zhengfei, arrestata in Canada il 6 dicembre con l’accusa di violazione delle sanzioni contro l’Iran e tuttora in attesa di estradizione negli Stati Uniti.

Eoin Murray, head of investiments di Hermes Im, sostiene che le attuali tensioni nascondano una tech war, dove uno dei due contendenti è chiaramente in vantaggio

Le conseguenze politiche e giuridiche a lungo termine di qualsiasi azione, o inazione, si faranno sentire sia negli Stati Uniti sia in Cina. Da mesi però televisioni e giornali insistono sulla disputa commerciale sino-americana.

"Ma davvero", si domanda Eoin Murray, head of investment di Hermes Investment Management, "il nodo sono realmente acciaio, e semi di soia?".

Murray sostiene infatti che le attuali tensioni nascondano una tech war, dove uno dei due contendenti è chiaramente in vantaggio. E a sostegno della sua tesi ci ricorda che a fine aprile il segretario del Tesoro degli Stati Uniti, Robert Mnuchin, aveva annunciato che Stati Uniti e Cina avevano raggiunto un’intesa di massima. Ma, al posto dell’accordo, il mondo ha assistito a un’ininterrotta escalation delle tensioni.

Made in China 2025. Ma quel che più conta è che il programma Made in China 2025 è stato per lo più confermato e, sebbene mascherata sotto la nozione di “produzione avanzata”, Pechino intende continuare a perseguire la ricerca di supremazia nelle tecnologie chiave.

La Casa Bianca ha comunque già chiarito che la guerra commerciale non riguarderà solo i dazi. Il presidente Donald Trump ha incluso la riduzione delle esportazioni statunitensi di tecnologie sensibili a imprese cinesi chiave come appunto Huawei, la limitazione degli input cinesi a sistemi di telecomunicazioni critici e l’esame degli investimenti cinesi nelle imprese statunitensi.

Allo stesso tempo i cinesi potrebbero limitare le esportazioni dei principali fattori di produzione necessari alle imprese statunitensi, riscaldando ulteriormente i rapporti. "Naturalmente è molto difficile dire dove tutto ciò potrà portare o quali potrebbero essere i costi, ma ci sembra improbabile che i dazi rappresentino la battaglia finale di questa guerra", è il commento del team di analisti di Unigestion

La chiave dello scontro è che, grazie al dominio nello sviluppo della tecnologia 5G, la Cina ha preso in mano il futuro e sta correndo con esso (Eoin Murray, Hermes Im)

Terrorismo tecnologico e 5G. L’obiettivo evidente di Trump è Huawei, o meglio il suo business 5G e il suo rapporto con il governo della Repubblica Popolare cinese. "La chiave dello scontro è che, grazie al dominio nello sviluppo della tecnologia 5G, la Cina ha preso in mano il futuro e sta correndo con esso", conferma Murray.

"E anche se la guerra tecnologica può essere nascosta in bella vista con le sembianze di una guerra commerciale, le linee d’azione sono già profondamente definite e una parte sembra aver già superato l’altra", aggiunge il capo degli investimenti di Hermes Im. Quale sia questa parte è ormai evidente.

Anche se gli Stati Uniti rimangono molto divisi, sembra invece esservi concordanza sulla minaccia rappresentata dalla tecnologia cinese. Infatti, anche se nessuno ha ancora spiegato con precisione quali siano le aree di vulnerabilità, è certo che la legge nazionale cinese sull’intelligence – dove le organizzazioni “sostengono, cooperano e collaborano nel lavoro di intelligence nazionale” – renderebbe un’economia liberale come quella americana molto esposta alle controparti cinesi, anche quando hanno le sembianze di aziende quotate.

"Ai più alti livelli dei governi occidentali si teme che se le reti 5G saranno interamente realizzate o dipendenti dalla tecnologia cinese, le informazioni di natura sensibile potrebbero essere accessibili ai cinesi", spiega ancora Murray. Che aggiunge: "Pechino inoltre sarebbe semplicemente in grado di spegnere l’interruttore, qualora decidesse di farlo. In breve, gli Stati Uniti hanno paura del terrorismo tecnologico". 

Huawei intercetta una quota significativa della spesa per le infrastrutture di rete in tutta Europa, tra il 30 e il 40% per la rete 5G

L’Occidente in ritardo. Il tema del 5G non è circoscritto all’America. Come spiega Margaret Vitrano, co-portfolio manager del Legg Mason ClearBridge US Large Cap Growth Fund, Huawei ha un’esposizione molto limitata alle infrastrutture degli Stati Uniti, ma intercetta una quota significativa della spesa per le infrastrutture di rete in tutta Europa, tra il 30 e il 40% per la rete 5G.

Come ben documentato da un report del Global McKinsey Institute, l’Europa è in ritardo rispetto agli Stati Uniti e ad alcuni Paesi asiatici, Cina in testa, sulla tecnologia digitale e sull’intelligenza artificiale.

E nonostante un notevole slancio (grazie a un capitale investito in tecnologia quadruplicato rispetto a cinque anni fa), potrebbe dover accelerare gli sforzi per stare al passo. "La Cina è avanti rispetto al resto del mondo con lo sviluppo della tecnologia 5G", dice Murray.

"Gli Stati Uniti, l’Europa e altre nazioni sviluppate hanno fatto alcune incursioni in questo settore, ma sono troppo indietro e sarebbero necessari miliardi di investimenti per recuperare il ritardo". Per quanto riguarda gli Stati Uniti, come spiega Vitrano, hanno certamente sviluppato un ampio settore tecnologico, ma sono meno radicati nei settori internet e software. "La Cina rimane ancora molto dipendente dai semiconduttori statunitensi, ma ha impegnato grandi quantità di capitali per realizzare un’industria nazionale più autosufficiente", conclude Vitrano.

*articolo pubblicato su Investire di luglio

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