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Il vecchio West dell'Aim londinese, titoli in balìa dei sospetti

Le buone opportunità di investimento si fanno sempre più rare e le azioni delle imprese di successo sono una vera àncora di salvezza. Quelle stesse aziende vittime di voci pericolose

Il vecchio West dell'Aim londinese, titoli in balìa dei sospetti

L'ingresso del London Stock Exchange

Agli investitori i mercati piacciono poco regolati e Londra si è sempre premurata di esaudire questo desiderio. L’Alternative Investment Market (AIM), una costola del London Stock Exchange, è da sempre considerata una piattaforma di successo (nonostante qualche incidente di percorso) per la quotazione di imprese giovani (non necessariamente piccole) e con buone prospettive di crescita.

Il Financial Times alla fine del 2017 aveva criticato le pratiche di governance del mercato londinese, puntando in particolare il dito sulla figura dei Nomads, gli intermediari che accompagnano le imprese nel mercato

Negli ultimi tempi si sono però inasprite le critiche sulla correttezza di molte società quotate in quel mercato. L’ultimo caso, scoppiato in piena estate è interessante perché un fondo speculativo che si vanta fin dal nome di pescare nel torbido (Muddy waters, cioè acque fangose) ha attaccato duramente una società vendendo allo scoperto e accusandola di pratiche contabili illecite e di adottare regole di corporate governance "ridicole". Ovviamente, la società interessata ha contrattaccato e il tempo deciderà chi ha ragione. 

Ma basta la notizia per capire che sono fondate le critiche da tempo ricorrenti secondo cui l’Aim è diventato una specie di West, in cui si è costretti a farsi giustizia da soli e a ricorrere a qualche pistolero per tenere l’ordine in città (sperando di sceglierne uno onesto come John Wayne).

Esattamente in questi termini il Financial Times alla fine del 2017 aveva criticato le pratiche di governance del mercato londinese, puntando in particolare il dito sulla figura dei Nomads, cioè sugli intermediari che accompagnano le giovani imprese al mercato e si fanno in qualche modo garanti delle loro buone probabilità di successo.

Ma – proprio come succede alle società di rating – il conflitto di interessi è molto forte e spesso la due diligence necessaria è troppo blanda, mentre – sempre secondo il giornale – il London Stock Exchange sembra accettare passivamente questo stato di cose. A distanza di un anno e mezzo l’ultimo scandalo è un ulteriore conferma delle critiche di allora.

È una brutta notizia per i responsabili di scelte di investimento, soprattutto in questo periodo. Siamo infatti alla fine di un lungo periodo favorevole, i tassi di interesse continuano a rimanere molto bassi e l’area dei tassi negativi addirittura si estende. Viviamo un periodo di transizione, ma per gli investitori vale la chiosa di Flaiano: “Come sempre”.

Le Ipo hanno offerto rendimenti molto interessanti nel primo giorno di negoziazione (quasi sempre a due cifre), ma il rendimento a tre anni è inferiore a quello medio del mercato

Il problema di oggi è che l’area delle buone opportunità di investimento si va facendo sempre più ristretta soprattutto per motivi ciclici. In queste condizioni, le azioni di imprese di successo (che esistono anche nelle recessioni più cupe) sono una vera àncora di salvezza.

Ma se i mercati in cui queste sono quotate sono considerati abitati da un numero elevato di aziende non sufficientemente controllate nei loro comportamenti, fatalmente l’alone del sospetto colpisce anche i “buoni” e, nel dubbio, l’investitore prudente cerca lidi migliori.

Troppe società di gestione dei mercati e anche troppi regolatori sono ancora convinti che il “tocco leggero” sia un incentivo alla quotazione di borsa e allo sviluppo dei mercati.

Invece il problema è molto più complesso, come è dimostrato dal fatto che anche prima della crisi e nonostante gli sforzi delle società di gestione dei mercati, i nuovi ingressi in borsa si andavano rarefacendo in modo preoccupante. 

Per di più, una ricerca accademica sul mercato americano conferma ad abundantiam l’esperienza degli investitori: negli ultimi venticinque anni le Ipo hanno offerto rendimenti molto interessanti nel primo giorno di negoziazione (quasi sempre a due cifre), ma il rendimento a tre anni è inferiore a quello medio del mercato.

In altre parole, l’eventuale successo delle imprese di nuova quotazione si traduce in rendimenti positivi per l’investitore solo se questo stacca il biglietto vincente della lotteria al primo giorno di quotazione. E questo underpricing, per usare un termine molto soft, è un’altra componente del costo di quotazione, che con il “tocco” leggero o pesante del regolatore non ha nulla da spartire. 

In questi giorni i responsabili delle grandi imprese si battono il petto e dichiarano la loro intenzione di superare i difetti del capitalismo che hanno accentuato la sete per i guadagni a breve termine e fatto perdere di vista la crescita di lungo termine delle imprese.

Vasto programma, come disse De Gaulle: bene, riportare le imprese al mercato di borsa e fare in modo che le imprese di quotazione siano un investimento conveniente non solo per una giornata, come un delicato virgulto di serra, può essere un ottimo punto di partenza.

*articolo pubblicato su Investire di settembre

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