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Etf sempre più superstar, arriva il sorpasso sui fondi attivi

Wall Street festeggia il primato degli indicizzati sui prodotti che cercano di battere il benchmark Ma anche nel resto del mondo, Italia compresa, gli Exchange traded fund conquistano terreno sui rivali di sempre

Etf sempre più superstar, arriva il sorpasso sui fondi attivi

Il 2019 sarà ricordato come l’anno del sorpasso di prodotti indicizzati ed Etf (Exchange traded fund) sui fondi attivi. Evento storico celebrato per il momento solo a Wall Street dove, come racconta Glauco Maggi a pagina 81 di questo numero di Investire, il volume in amministrazione dei prodotti a gestione passiva che replicano i benchmark è ora pari a 4.270 miliardi di euro, 20 miliardi in più del patrimonio complessivo dei gestori attivi che provano a battere il mercato.

Dalla nostra indagine è emerso che chi investe in Etf ha l’obiettivo di aumentare fino al 39% le proprie allocazioni su questo tipo di fondi nei portafogli gestiti (Roberta Gastaldello, J.P. Morgan Am)

“L’accelerazione verso il passivo negli Usa è arrivata dopo la crisi finanziaria del 2008 che ha evidenziato il problema della mancanza di trasparenza dei gestori”, spiega Antonio Celeste, head of distribution Southern Europe and Latin America and head of Esg business development di Ossiam.

"L’Europa ha vissuto la prima fase di espansione qualche anno dopo, nel 2011-2012. Il mercato è dominato dall’equity, però le obbligazioni stanno venendo fuori in termini di masse con valori ormai di 1000 miliardi di dollari in Etf obbligazionari a livello globale. In particolare gli Etf provider stanno orientando l’offerta su prodotti obbligazionari high yield e paesi emergenti dove i rendimenti sono più alti", aggiunge.

Negli Stati Uniti in maniera più evidente, ma in tutto il globo in maniera crescente, gli Etf e tutto il sistema dei prodotti indicizzati sono diventati strumenti che non possono mancare nella pianificazione degli investimenti finanziari per le caratteristiche di indubbia efficienza e trasparenza.

Jp Morgan ha infatti appena pubblicato uno studio sugli Etf realizzato a livello globale intervistando 240 investitori specializzati (gestori istituzionali e asset manager) da cui si evince un ulteriore potenziale di crescita di questa tipologia di strumenti finanziari, come osserva Roberta Gastaldello, head of Italian Etf distribution di J.P. Morgan Asset Management: "Gli intervistati hanno l’obiettivo di aumentare fino al 39% gli investimenti in Etf nei portafogli gestiti rispetto al 22% di tre anni fa. Sui privati siamo un passo indietro, la distribuzione tradizionale è ancora molto legata al mondo dei fondi e della gestione attiva".

Solo il 45% degli investitori istituzionali rispondenti usava Etf per investire in equity nel 2006, la percentuale è più che raddoppiata, passando al 91% nel 2019 (Vincenzo Sagone, Amundi Italia)

"C’è una ricerca che dà l’esatta misura della crescita di questo mercato", aggiunge Vincenzo Sagone, head of Etf, indexing & smart beta business unit di Amundi in Italia, riferendosi alle conclusioni della Edhec European Etf, Smart Beta and Factor Investing Survey condotta nell’ambito della cattedra di ricerca di Amundi Etf, Indexing & Smart Beta.

“Solo il 45% degli investitori istituzionali rispondenti usava Etf per investire in equity nel 2006, la percentuale è più che raddoppiata, al 91% nel 2019”. E in Italia? Anche i dati ufficiali (al 30 agosto 2019) di Borsa Italiana riferiti al mercato telematico EtfPlus, dedicato alla negoziazione degli strumenti che replicano indici (rappresentati dalla sigla Etp, che comprende Etf, Etc e Etn), attestano una crescita evidente: 78,22 miliardi masse di Etp, contro 1,64 miliardi nel 2004.

Ancora, gli Etp listati in Italia sono oggi 1.327, versus i 13 del 2003. Di fronte a dati di mercato e ricerche che mettono in luce le sorti progressive di tutto l’universo dei prodotti indicizzati, l’appetito degli operatori cresce eccome. Proprio Amundi, uno dei più grandi protagonisti dell’asset management europeo ha annunciato urbi et orbi le sue intenzioni di raddoppiare il proprio patrimonio gestito in Etf, fondi indicizzati e smart beta per raggiungere i 200 miliardi di euro entro il 2023.

Per raggiungere questo obiettivo, la business line si concentrerà su tre fattori di crescita: aumentare la copertura dei clienti, arricchire l’offerta di prodotti e di soluzioni di investimento, rinforzare la propria presenza nel mercato retail (che in Italia è agli albori per quello che riguarda gli indicizzati). In linea con quest’ultimo obiettivo strategico, Amundi ha lanciato la gamma Amundi Prime Etf, offerta a un prezzo con pochi eguali sul mercato, dello 0,05% per i tutti i fondi. 

Etf poco mi costi. Quello dei costi straordinariamente bassi - negli ultimi tempi in ulteriore ribasso - è uno dei cardini del successo di mercato degli Etf. Sul taglio delle commissioni in Italia ha inciso con ogni probabilità l’avvento dell’operatore statunitense che ha fatto del ribasso costante delle fee la propria bandiera.

La pressione competitiva sui costi tra gli operatori del nostro comparto sta continuando e continuerà anche se con ritmi più lenti rispetto agli anni precedenti (Simone Rosti, Vanguard)

"È vero, si può parlare di Vanguard effect anche per il mercato italiano: ogni volta che Vanguard entra su un mercato infatti spinge la concorrenza sul terreno della riduzione dei costi. E a guadagnarci è soprattutto l’investitore", afferma Simone Rosti, responsabile per l’Italia di Vanguard, che aggiunge però come l’effetto di spinta dei costi determinato dall’avvento sul mercato nazionale della società fondata da John C. Bogle si stia normalizzando.

"La pressione competitiva sui costi tra gli operatori del nostro comparto sta continuando e continuerà anche se con ritmi più lenti rispetto agli anni precedenti perché si è arrivati ad avere un pricing molto competitivo", continua Rosti. "Ci saranno ancora aggiustamenti ma non così ampi come in passato, perché come in ogni mercato che raggiunge una certa espansione poi il prezzo tende a normalizzarsi e la competizione si sposta su altri piani, per esempio sulle aree di specializzazione".

L’effetto Vanguard è stato avvertito dagli investitori istituzionali. "Il costo medio dei nostri Etf è dello 0,12%. Questo primo anno di attività è andato molto bene, abbiamo raccolto nei primi otto mesi del 2019 diverse centinaia di milioni di euro da gestori, investitori istituzionali e intermediari", spiega il responsabile per l'Italia dell'azienda. Etf poco mi costi, ma non sempre.

"È vero che nella guerra tra fondi attivi e Etf il cliente finale oggi cerca la soluzione più efficiente al prezzo più basso», esordisce Franco Rossetti, senior Etf relationship manager di Invesco. "Ma va chiarito che i costi sono stati abbassati sui prodotti più semplici di pura replica passiva, mentre con i prodotti ad alto valore aggiunto i prezzi sono stati mantenuti mediamente stabili. Un esempio è il nostro AT1 Capital bond che mira a replicare il mercato dei subordinati bancari, asset complessa da replicare, dove il Ter di 39 basis point è necessario per rendere realizzabile l’Età".

I costi sono stati abbassati sui prodotti più semplici di pura replica passiva, mentre i prodotti ad alto valore aggiunto sono rimasti mediamente stabili (Francesco Branda, Ubs Am)

Insomma l’unicità e la qualità si pagano, anche nell’economico contesto dei prodotti indicizzati. "I nostri costi medi sono in linea con quelli dei nostri competitor, intorno ai 25 basis point, con prodotti che vanno dai 12 basis point come nel caso delle esposizioni sugli Usa, a quelli sugli emerging market sui quali applichiamo 45 basis point", rivela Francesco Branda, head of passive & Etf specialist sales Italy di Ubs Am.

"Certo se, invece di prendere un indice Msci, S&P 500 Usa o Jp Morgan, ci orientassimo su indici meno conosciuti e utilizzati forse potremmo abbassare i costi ma con il rischio concreto di una qualità del prodotto inferiore. Che intendiamo per qualità superiore? Che l’indice da replicare deve essere costruito in modo efficiente e questo emerge con chiarezza dal risultato a parità di area geografica. Perché far risparmiare tre basis point col rischio di farne perdere cinquanta di rendimento?".

"Noi non giochiamo sul terreno della replica pura e quindi ci tiriamo fuori da questa competizione sui costi al ribasso", afferma Celeste di Ossiam. "I nostri prodotti indicizzati smart beta si posizionano mediamente nella forchetta tra i 30 e i 60 basis point. Che è comunque una fee a buon mercato visti i livelli dei costi medi normalmente applicati dai gestori attivi. Non solo, abbiamo una strategia che batte lo S&P 500 normalmente di un 2-3% annuo, dove quindi l’investitore può rendimenti da gestione attiva spendendo nettamente di  meno (il riferimento è all’Ossiam Shiller Barclays Cape US Sector Value TR Ucits Etf che negli ultimi tre anni ha fatto +54,7% rispetto all’indice S&P500 che ha fatto +46,6%, n.d.r.)".

Si sta parlando addirittura di lanciare fondi passivi con costi negativi dove il cliente viene pagato per investire su questi fondi (Roberto Citarella, Hsbc Global Am)

Ma la guerra sui costi fuori dal nostro Paese sta andando avanti in modo esasperato, con potenziali rischi. "Ci sono Etf all’estero che hanno un costo di gestione pari a zero, si sta parlando addirittura di lanciare fondi passivi con costi negativi dove il cliente viene pagato per investire su questi fondi", dichiara Roberto Citarella, managing director di Hsbc Global Am.

"Come mai accade tutto questo? Perché di fatto la società di gestione guadagna attraverso il prestito titoli, erogato ad altri investitori che vendono allo scoperto i titoli come gli hedge fund", aggiunge. "L’investitore privato o istituzionale che sia potrebbe essere attirato da queste condizioni apparentemente favorevoli ma attenzione: i prodotti che fanno prestito titoli chiedono a garanzia altri titoli per la collateralizzazione del prestito sui quali non c’è visibilità. Nel malaugurato caso di uno shock di mercato, gli investitori potrebbero sperimentare sulla propria pelle il rischio di liquidità dell’investimento".

Lo scontro si sposta sull’innovazione di prodotto. La competizione dai costi si sta spostando sul terreno dell’innovazione di prodotto, è il parere quasi unanime degli operatori. "La crescente disponibilità di dati e tecnologia ha determinato significativi progressi nella definizione di soluzioni d’investimento che solo 5 anni fa erano impensabili, basti pensare a quanto avvenuto in ambito obbligazionario o in relazione a strategie fattoriali, tematiche e Esg", esordisce Ursula Marchioni, head of BlackRock portfolio analysis and solutions Emea.

Lo spazio di crescita è enorme grazie ai benefici che gli Etf offrono nell’accedere a un’asset class tipicamente poco trasparente (Ursula Marchioni, BlakRock)

"Prendiamo proprio il comparto obbligazionario che vede a livello mondiale investimenti pari a 105 triliardi di dollari ma di questi solo circa l‘1% è investito in Etf. Lo spazio di crescita è enorme grazie ai benefici che gli Etf offrono nell’accedere a un’asset class tipicamente poco trasparente - e stiamo continuando a sviluppare prodotti obbligazionari per coprire l’intero spettro con Etf specifici per curva, valuta, duration o tipologia di merito creditizio. Un ampio ventaglio di possibilità si è aperto e siamo solo agli inizi di questa evoluzione".

"Il tema dell’innovazione di prodotto è diventato centrale", riflette Gastaldello di J.P. Morgan Am. "A fronte di un aumento progressivo della domanda, è aumentata la competizione sull’offerta che si traduce nella realizzazione di strumenti sempre più all’avanguardia, pensiamo per esempio agli Etf smart beta, agli Etf Esg e agli Etf attivi. Proprio di quest’ultima tipologia siamo stati pionieri, in cosa consistono? Il veicolo rimane l’Etf ma l’expertise sottesa è attiva".

"Quindi non siamo in presenza di una replica pura e semplice di un indice ma di una gestione attiva con attività di selezione dei titoli da parte del team di gestione che si prende cura del portafoglio come se fosse un fondo, associata ai vantaggi di uno strumento quotato. Abbiamo lanciato infatti due Etf obbligazionari in Borsa Italiana per il mercato italiano e un terzo al London Stock Exchange".

Proponiamo Etf con sottostanti che siano unici, mai realizzati cioè da altri provider, così da offrire esposizioni nuove al mercato (Antonio Sidoti, WisdomTree)

Naturalmente – e questo è il bello di ogni competizione – innovare varia da caso a caso. "Noi cerchiamo di fare innovazione principalmente in due modi, da un lato proponendo Etf con sottostanti che siano unici, mai realizzati cioè da altri provider, così da offrire esposizioni nuove al mercato. Ricordo che siamo i stati tra i primi per esempio a quotare un Etf sui Cocobond", spiega Antonio Sidoti, co-head of Southern Europe Distribution di WisdomTree.

"Il secondo elemento di innovazione è rappresentato dall’adozione di metodologie inedite all’interno di esposizioni di mercato già coperte", prosegue. "E’ il caso di un Etf il cui sottostante è rappresentato da un indice concepito dalla collaborazione di WisdomTree e degli esperti del mercato tecnologico di Nasdaq e della Consumer Technology Association. Le società selezionate sono classificate in 3 gruppi in base alla propria posizione nella catena di valore dell’intelligenza artificiale e alla presunta epsosizione del proprio fatturato a quest’ultima".

"Il mondo degli Etf si sta spaccando in due trend", afferma Citarella di Hsbc Global Am. "Il primo è la replica di indici tradizionali che è il nostro approccio, il secondo è quello dei prodotti a leva e degli smart beta ovvero basato sulla creazione di prodotti con indici proprietari. Sul secondo trend opero un distinguo: a noi non piace il mondo dei prodotti a leva long o short che siano, a replica sintetica, che richiedono la presenza di derivati, mentre svilupperemo in futuro gli smart beta. La filosofia attuale è di offrire prodotti semplici e trasparenti senza i rischi collegati al prestito titoli”.

I nostri Etf esposti nel settore aurifero non sono Etc, non c’è sottostante fisico ma di veri e propri Etf che replicano lo sviluppo di società aurifere quotate in Borsa (Salvatore Catalano, VanEck)

E senza perdere di vista l’innovazione di prodotto, appunto. Hsbc infatti ha lanciato recentemente un Etf su Borsa italiana studiato per replicare la performance dell’indice Msci Saudi Arabia 20/35 Capped, che traccia l’andamento delle azioni saudite presenti nell’indice Msci Emerging Markets. Ad attestare l’ampiezza delle opportunità offerte dai prodotti indicizzati contribuisce la specializzazione degli operatori.

"Tra le varie asset class e i vari settori che proponiamo agli investitori in Italia si trovano anche i nostri Etf più conosciuti con esposizione al settore aurifero. Non si tratta di Etc perchè non c’è sottostante fisico ma di veri e propri Etf che replicano lo sviluppo di società aurifere quotate in Borsa”, afferma Salvatore Catalano, responsabile per l’Italia di VanEck.

“Il primo è dedicato a società di media e grande capitalizzazione con un indice sottostante non proprietario, mentre il secondo su società più junior e di conseguenza a bassa capitalizzazione". aggiunge Catalano. "l’indice proprietario in questo caso è stato creato per mancanza di possibili indici di terzi che rispecchiassero le nostre esigenze e opportunità d’investimento a suo tempo".

Proprio VanEck dà la misura di dove può arrivare l’innovazione di prodotto nel comparto. "Gli Etf tematici sono in forte crescita e vediamo richiesta anche all’interno di gpf e unit linked. Da poco abbiamo lanciato sul mercato un prodotto unico, il primo Etf Ucits sugli eSports (si chiama VanEck Vectors Video Gaming and eSports Ucits Etf ed è quotato su Borsa Italiana, n.d.r.).

Un Etf tematico che si basa sui millennial, un pubblico cioè con una età media inferiore ai 30 anni e con reddito elevato (75mila dollari, n.d.r.). Più in dettaglio l’Etf offre al’opportunità di replicare la performance complessiva delle società attive nel segmento del video gaming e degli eSport rappresentata da un nostro indice proprietario (il MVIS® Global Video Gaming and eSports, n.d.r.). L’indice copre lo sviluppo del video gaming e degli eSport in un’ottica pure play, includendo cioè società che generano oltre il 50% dei propri ricavi da questo segmento. Il Ter annuale è dello 0,55%".

Il tasto dell’innovazione di prodotto non riscalda più di tanto il cuore di Vanguard. "Non rincorriamo trend e mode, ma puntiamo su prodotti che rappresentano dei pilastri per i risparmiatori, cioè molto diversificati, efficienti e a basso costo», aggiunge Rosti di Vanguard. «La nostra gamma? Abbiamo 19 Etf quotati su Borsa Italiana e altri 7 Etf quotati a Francoforte e a Londra che sono acquistabili dagli investitori istituzionali". 

Metti un Esg nel motore Etf. Il trend delle soluzioni che si riconoscono nell’acronimo Esg (Enrivoromental, social e governance) non è solo un trend di lungo termine nella gestione attiva ma sta furoreggiando anche tra gli operatori della gestione indicizzata. Sono tanti gli Etf provider infatti che stanno arricchendo la gamma sotto l’effige della sostenibilità.

La ricerca di soluzioni Etf con filtro Esg spazia anche su altre asset class e in modo sempre più sofisticato

A partire da Ubs Am, probabilmente il primo operatore in ordine di tempo ad aprire la gamma Etf agli Esg e a poter vantare anche il primo Etf sostenibile a superare in Europa la soglia di un miliardo di euro di aum.

Parliamo dell’Ubs Etf –Msci World Socially Responsible Ucits Etf che ha una quota di circa il 34% del mercato europeo (secondo Morningstar, dato giugno 2019) e che può contare precisamente su pari a circa 1,16 miliardi di euro (la fonte è Bloomberg).

Ma la ricerca di soluzioni Etf con filtro Esg spazia anche su altre asset class e in modo sempre più sofisticato, come spiega Branda di Ubs AM: "Ci siamo mossi anticipare le esigenze dei clienti è sul lato fixed income. Il nuovo Etf (Ubs Etf Lu J.P. Morgan Usd Em Ig Esg Diversified Bond Ucits Etf, n.d.r.) offre esposizione a obbligazioni sovrane, para-sovrane e societarie dei Paesi emergenti denominate in dollari di alta qualità, solo investment grade, con un filtro Esg. Il prodotto è particolarmente interessante per tutti quegli investitori sensibili alle tematiche di assorbimento di capitale come le assicurazioni, oltre che a quegli investitori particolarmente attenti agli investimenti sostenibili come i fondi pensione". 

C’è però un luogo comune che va sfatato a proposito degli Esg, tanto più abbinati agli Etf, e cioè che abbiano effetti negativi sui rendimenti. Lyxor Asset Management ha pubblicato i risultati di una nuova ricerca secondo cui una politica di esclusione basata sui punteggi Esg delle società non ha incidenza negativa sulle caratteristiche di rischio/rendimento di un portafoglio di investimento.

Per i nostri Etf azionari Leaders e Trend Leaders ci avvaliamo della ricerca Msci sugli indici geografici che dà peso alle società con più alto punteggio Esg e con rating in miglioramento (Vincenzo Saccente, LYxor Etf)

Nella maggior parte dei casi anzi l’utilizzo di un filtro Esg ha migliorato la performance corretta per il rischio dei portafogli.

Per esempio l’esclusione del 50% delle società con i punteggi Esg più deboli all’interno di un portafoglio esposto all’azionario europeo ha aggiunto il 2,3% di rendimento annuo su 10 anni, diminuendo dell’1,6% la volatilità.

E a proposto di Lyxor Am, l’etf provider del gruppo Société Générale, annuncia una decisa virata della gamma in direzione Esg, con tre pilastri: equity, tematici (relativamente a quattro filoni: acqua, energie rinnovabili, green bond e parità di genere) e fixed income.

"Con riferimento ai nostri prodotti Esg tematici siamo la casa di Etf che copre più obiettivi di sviluppo sostenibile previsti delle Nazioni Unite, quattro su diciassette", illustra Vincenzo Saccente, head of sales per i Lyxor Etf in Italia. "Per quanto riguarda gli innovativi Etf azionari Leaders e Trend Leaders ci avvaliamo della ricerca Msci sugli indici geografici che dà peso alle società con più alto punteggio Esg e con rating in miglioramento. Se da un lato quindi prendiamo le best in class dall’altro premiamo anche le società che si sforzano di migliorare costantemente".

Tutto questo sforzo, di Lyxor come degli altri operatori che stanno investendo nella sostenibilità, non è casuale: in Europa gli Etf Esg stanno conoscendo una crescita molto significativa: nel primo semestre del 2019 la raccolta totale è stata pari a 7 miliardi di euro, con un incremento del 70% rispetto alla fine del 2018.

In un settore, quello degli Etf Esg, che vale complessivamente oltre 17 miliardi di euro, a farla da padrone sono gli strumenti azionari (che pesano per l’84% sugli asset totali), ma l’ambito del reddito fisso sta recuperando terreno, grazie alla considerevole raccolta registrata nel corso degli ultimi 12 mesi e che ne ha raddoppiato gli asset, portandoli agli attuali 2,8 miliardi di euro (la fonte è Morningstar, e i dati sono a giugno 2019).

La liquidità non è più un problema. Un tempo tra i temi che consigliavano prudenza all’atto dell’acquisto di Etf e fondi indicizzati era il tema della loro scarsa liquidità. Che però alla luce dell’evoluzione del mercato appare un problema superato, a detta degli operatori.

"La liquidità ormai non è più un grosso problema perché il mercato è veramente esteso. Naturalmente la liquidità dell’Etf è collegata alla liquidità del sottostante. Più il mercato di riferimento è liquido, più l’Etf è liquido", sottolinea Rossetti di Invesco.

"Come casa abbiamo un Etf sul Nasdaq 100 quotato negli Usa dal 2000, con oltre 70 miliardi di dollari di asset, uno dei titoli più liquidi a livello globale. La liquidità quindi non è più un problema, anche perché ci sono diversi soggetti che intervengono a rendere il mercato liquido. Soggetti quali i market maker, i liquidity provider e gli authorized participant forniscono liquidità al mercato creando o riscattando azioni dell’Etf a seconda dei bisogni della domanda e dell’offerta".

La liquidità non dà pensieri anche per Ishares, "Nella gamma europea abbiamo 70 fondi indicizzati, su oltre 300, che hanno una dimensione superiore al miliardo di euro di masse", sottolinea Andrea Favero, head of iShares Italy Wealth. "Inoltre se guardiamo all’asset class più in crescita da inizio anno, quella obbligazionaria, due dei nostri Etf fixed income hanno scambiato nel corso dell’estate oltre un miliardo di  dollari  in una sola giornata di negoziazione".

Sono i fund selector oggi a rappresentare il collante professionale tra società emittenti di Etf e intermediari

Consulenti e fund selector. Da alcuni anni la relazione tra gli Etf provider e le reti distributive del settore finanziario (banche e consulenti finanziari) è diventata più intensa e a beneficiarne è anche l’investitore finale retail. "Nel corso degli ultimi tempi sta crescendo l’interesse verso gli Etf da parte dei cf ma anche delle direzioni centrali, per realizzare portafogli modello che sempre più spesso abbinino strumenti attivi e indicizzati", spiega Favero di iShares. Ma sono i fund selector oggi a rappresentare il collante professionale tra società emittenti di Etf e intermediari.

"I fund selector sono sempre più attenti alle dinamiche degli Etf per ragioni di costo e di ampiezza del perimetro delle asset class replicate", afferma Sidoti di WisdomTree. "Ora che hanno imparato ad apprezzare lo strumento, i fund manager stanno incominciando a utilizzare Etf che offrono esposizioni specifiche per esempio sui mercati emergenti oppure settoriali o tematici, come per esempio information technology". 

Anche Sagone di Amundi Etf rileva un ruolo accresciuto del fund selector. "Mentre prima la figura del selezionatore degli Etf spesso non era prevista oggi compare tra i maggiori asset manager in Italia. L’analisi e la selezione degli Etf è diventata molto importante, si fanno delle due diligence, si va a osservare l’indice e il tipo di replica. Ma il punto di attenzione più rilevante riguarda la casa emittente degli Etf, di cui si va a osservare la solidità e l’esperienza".

L’aspetto della corretta selezione degli strumenti indicizzati da parte dei fund selector è fondamentale anche per la Marchioni di BlackRock. "Il fund selector ha un compito complesso perché il mondo della gestione indicizzata può fare leva su oltre 3,2 milioni di indici, non tutti costruiti a regola d’arte".

"Pertanto", prosegue la responsabile di BlackRock in Italia, "il primo aspetto a da valutare riguarda la qualità dell’indice e la precisione dell’esposizione che rappresenta"; il secondo aspetto attiene alla capacità di replica del gestore. Mentre il terzo si riferisce alla dimensione del patrimonio dell’Etf che, più è grande in termini di masse gestite, più assicura una profonda liquidità secondaria".

"La liquidità primaria è collegata al sottostante - con il conseguente efficientamento delle operazioni di compravendita. Infine il quarto elemento di valutazione è legato alla tipologia di strutturazione dell’Etf da inserire nella fund selection, se a replica fisica o sintetica: entrambe possono essere valide, ma devono essere fatte in modo opportuno".

*articolo pubblicato su Investire di ottobre 

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