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Draghi, l'ombra del gigante sul futuro della Bce

"Sicuramente lo stimolo monetario ha regalato all’Eurozona e ai governi dei Paesi membri un po’ di tempo e di capitale politico in più per risolvere i suoi problemi strutturali". L'analisi di Richard Flax

"Whatever it takes": la lezione di Mario Draghi, il riformatore

"Se ci si limitasse a guardare i numeri con poca cognizione di causa, il settennato di Draghi alla guida della Bce potrebbe essere addirittura considerato in chiaroscuro: l’inflazione, il mandato principale della Banca Centrale Europea, è stata per tutto il periodo lontana dal raggiungimento del target del 2%". L'analisi di Richard Flax, Chief Investment Officer di Moneyfarm 

Se ci si limitasse a guardare i numeri con poca cognizione di causa, il settennato di Draghi alla guida della Bce potrebbe essere addirittura considerato in chiaroscuro

Spostando l’attenzione verso indicatori macroeconomici al di fuori del mandato della Bce: la crescita è stata moderata nell’area Euro e, anche nelle regioni dove essa ha fatto registrare i migliori risultati, è stata inferiore a quella registrata negli Stati Uniti (l’economia più assimilabile a quella del Vecchio Continente).

Il mercato del lavoro, pur facendo registrare livelli di crescita sostenuti negli ultimi anni, ha reagito con straordinaria lentezza alla crisi del 2008-2011 e questa difficoltà di reazione si è fatta sentire sulla dinamica salariale per la maggior parte dei cittadini dell’Eurozona. 

Queste evidenze numeriche, pur in gran parte dovute alla congiuntura in cui Draghi si è trovato ad operare, non possono non essere l’elemento di riflessione centrale il giorno in cui Draghi lascia la guida della Bce. Tuttavia, l‘eredità della politica del governatore non potrebbe essere valutata nella sua interezza senza inserirla in una prospettiva storica e contestuale. 

In una recente intervista al Financial Times, Draghi ha rivendicato il merito di aver vinto la battaglia sull’Euro. Ovviamente manca la prova controfattuale, ma ciò che è certo è che la moneta unica ha superato questa decade turbolenta - la seconda della propria storia - mantenendo a bordo tutti gli Stati membri. Questo esito non era per niente scontato. Nell’estate del 2012 l’idea che la moneta unica affondasse sotto il peso delle sue contraddizioni era un’eventualità più che concreta.

Il settennato di Draghi non era infatti iniziato secondo i migliori auspici. Nell’estate del 2011 l’Eurozona piombò in una profonda crisi economica e finanziaria. L’instabilità causata dalla crisi del debito di molti Stati dell’Europa del Sud fece emergere in maniera evidente tutte le contraddizioni politiche e strutturali proprie che minava il progetto europeo alle fondamenta. 

La capacità del braccio fiscale di reagire alla crisi era ridotta a causa della poca agibilità fiscale di molti governi. Le divergenze economiche emerse all’interno del blocco ebbero l’effetto di paralizzare la Commissione Barroso. Gli stimoli fiscali post-crisi, gestiti dai singoli stati, finirono per peggiorare la situazione finanziaria di alcuni di essi. 

La Bce che Draghi prese in mano era un’istituzione che aveva la fama di essere conservatrice, non del tutto indipendente dall’influenza dei singoli stati e per giunta accusata da molti di aver perso il controllo della politica monetaria (in seguito al contestato ultimo rialzo dei tassi messo in atto dal governatore uscente Trichet).

In questo contesto si sviluppa l’azione politica di Draghi, il cui spunto simbolico e programmatico è il celebre discorso del “whatever it takes” (“faremo tutto quello che è in nostro potere per salvare l’Euro e, fidatevi di me, sarà abbastanza). Con questa presa di posizione Draghi ha proiettato la politica monetaria in un territorio inesplorato. Quella della Bce è una promessa aperta, che mantiene un certo grado di imprevedibilità, soprattutto in tempi incerti: una prova di resilienza per un’istituzione costretta a lottare per la sua sopravvivenza. 

Difficile dire se la politica della Bce abbia effettivamente salvato l’Euro. Sicuramente lo stimolo monetario ha regalato all’Eurozona e ai governi dei Paesi membri un po’ di tempo e di capitale politico in più per risolvere i suoi problemi strutturali (sul fatto che questo tempo sia stato utilizzato in modo proficuo in molti dissentono, in un senso o in un altro).

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