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Investire in tempi di guerra, ecco cosa succede ai portafogli

Un report di Schroders svela il nesso profondo tra guerre e attacchi terroristici negli ultimi 30 anni e l’andamento di tre portafogli, uno sicuro, uno rischioso e uno dinamico

Investire in tempi di guerra, ecco cosa succede ai portafogli

Chi è nato tra gli anni ’60 e gli ’80, la cosiddetta Generazione X, è cresciuto passando tra periodi di crisi internazionali, sanzioni commerciali e guerre. Non è un caso forse che il Gpr, il Geopolitcal risk index di Schroders, sia nato nel 1985 e che da quell’anno misuri su base mensile l’impatto che eventi di rischio geopolitico hanno sulla realtà economica globale

Il Gpr (Geopolitcal risk index) di Schroders, nasce nel 1985 e misura su base mensile l’impatto che eventi di rischio geopolitico hanno sulla realtà economica e finanziaria globale

La casa di investimenti londinese ha prodotto un report analitico sugli effetti che tali rischi hanno avuto sugli investimenti nel corso dei cinque principali periodi di criticità che il pianeta ha vissuto (e vive tutt’ora) dagli anni ’90 a oggi, usando il Gpr come misuratore, e come fonti, gli archivi elettronici di 11 Paesi, insieme alle informazioni giornalistiche.

L’indice prende in considerazione tre elementi che qualificano una determinata vicenda come rischio geopolitico, quelli che Keith Wade (il primo in foto), chief economist & strategist di Schroders definisce la “trinità”: l’incertezza geopolitica, l’incertezza economica e quella politica. A queste tre macro-dinamiche si affiancano alcuni settori dell’attività economico-finanziaria: quella industriale, l’occupazionale e quella commerciale

Dall’andamento di questi tre ambiti è possibile ricavare il livello di impatto che i rischi geopolitici hanno su alcuni segmenti individuati come cartina tornasole dello stato di salute globale. Parliamo del mercato dell’equity, quello dei titoli di stato statunitensi, e il flusso di capitali sia nei mercati emergenti che in quelli avanzati. 

Il report di Schroders, curato da Wade e dall’economista Irene Lauro (la seconda in foto), ha il suo centro nel comportamento che i mercati e gli investitori assumono davanti ai rischi geopolitici. 

L’analisi viene effettuata attraverso una simulazione di tre portafogli - uno sicuro, uno rischioso e uno dinamico – per valutarne l’andamento durante alcuni grandi rischi geopolitici che si sono succeduti dal 1990 a oggi

L’analisi viene effettuata attraverso una simulazione di tre portafogli - uno sicuro, uno rischioso e uno dinamico – per valutarne l’andamento durante alcuni grandi rischi geopolitici che si sono succeduti dal 1990 a oggi

"Abbiamo creato un portafoglio rischioso e uno sicuro", scrivono i due autori del testo, "e confrontando i loro ritorni in relazione all’indice Sharpe (il sistema di misura della performance in portafoglio, n.d.r.) in periodi qualificati dall’indice Gpr come fasi di elevato rischio geopolitico". 

"Il nostro portafoglio sicuro", continuano Lauro e Wade, "alloca il 50% delle sue attività al treasury decennali statunitensi e il resto,equamente distribuito tra oro, franco svizzero e yen giapponese".

Nella simulazione il portafoglio rischioso, invece, è allocato "al 50% nel S&P 500, il 25% tra Msci World Index e Msci Emerging Market e il restante 25%, nell’indice azionario.

Infine il terzo portafoglio, quello dinamico, che è un mix degli altri due. I debiti sovrani emergenti inseriti nel paniere di Schroders sono quelli di Turchia, Brasile, Messico, Russia e Sudafrica.

I rischi geopolitici scelti come parametri sono: la prima Guerra del Golfo; l’attacco alle Torri gemelle e la conseguente invasione dell’Iraq; gli attacchi terroristici di Madrid e Mosca; la guerra in Crimea e quella contro l’Isis; e la crisi tra Nord Corea e Stati Uniti

La simulazione contenuta nel report consiste nell’immergere questi tre portafogli nei cinque principali contesti di rischio geopolitico, identificati come tali avendo superato i 100 punti del Gpr.

Dai dati ricavati da questo indice viene calcolato il rendimento totale dei portafogli di investimento e il rapporto di Sharpe di ciascuno dei portafogli simulati.

I rischi geopolitici scelti come parametri sono: la prima Guerra del Golfo (1990-91); l’attacco alle Torri gemelle e la conseguente invasione dell’Iraq (2001-03); gli attacchi terroristici di Madrid e Mosca (2004); la guerra in Crimea e quella contro l’Isis (2014-2015); e la crisi tra Nord Corea e Stati Uniti (2017-2019). 

Nell’ultimo periodo (caratterizzato da test di missili balistici, di testate nucleari e minacce di intervento armato) Schroders fa rientrare le varie guerre commerciali ingaggiate in parallelo dal presidente Trump: quella con la Cina, ma anche con il Canada, con Messico e più di recente con l’Europa.

"Negli ultimi 30 anni", si legge nello studio, "tre grandi conflitti hanno scosso significativamente i mercati finanziari: la Guerra del Golfo del 1990; l’attacco terroristico dell’11 settembre e la guerra in Iraq nel 2003”. Gli elementi in comune tra questi tre eventi storici sono molti. "Sia l’indice S&P 500 che l’indice Msci World sono diminuiti bruscamente durante questi periodi", spiegano Wade e Lauro, "mentre i beni rifugio, come i bond decennali degli Stati Uniti e l’oro hanno registrato rendimenti positivi sostanziali". 

I due analisti notano come, in questi tre periodi, l’andamento delle azioni segua uno schema ben preciso: "inizialmente cadono quando i mercati prezzano il rischio, per poi registrare un brusco rialzo entro pochi mesi. Durante la guerra del Golfo il S&P 500 ha iniziato a riprendersi a cinque mesi dall’inizio del conflitto. Nei due eventi successivi, i mercati azionari rimbalzarono più rapidamente su entrambi gli indici che registrano rendimenti positivi e cioè due mesi dopo l’attacco alle Torri gemelle e dopo tre mesi della guerra in Iraq".

Di seguito la simulazione delle performance registrate dai portafogli rischiosi e da beni rifugio per i cinque periodi presi in esame dallo studio. 

Se gli investitori sono disposti o in grado di ignorare la volatilità, investire nel portafoglio rischioso rappresenta una strategia migliore rispetto al sicuro, in quanto offre un rendimento più elevato in quattro sui cinque periodi considerati

Guerra del Golfo, i beni rifugio premiano.Il primo evento significativo per i mercati finanziari è stata la guerra del Golfo all’inizio degli anni ‘90.

Sette mesi di battaglie da parte delle forze della coalizione di 35 nazioni, guidate dagli Stati Uniti contro l’Iraq durante il quale “il portafoglio rischioso ha subito una perdita del 6,3%”, al contrario del portafoglio costituito da beni rifugio che è aumentato di più dell’8%”.

9/11 e invasione dell’Iraq, il portafoglio sicuro a gonfie vele. Il report evidenzia che dieci anni dopo la fine del primo Guerra del Golfo, l’indice Gpr è aumentato vertiginosamente nel 2001, a causa del notevole impatto dell’attacco terroristico dell’11 settembre, dopo di che il livello medio di rischio geopolitico è raddoppiato.

Il 9/11 (il modo in cui gli statunitensi chiamano l’attentato terroristico al World Trade Center, n.d.r.) e l’invasione dell’Iraq hanno creato un periodo di elevate tensioni geopolitiche durate per 22 mesi, il periodo più lungo mai registrato dall’indice Gpr, durante il quale il portafoglio sicuro ha registrato guadagni del 18%, a fronte di una perdita del 16 da parte del portafoglio rischioso.

Attentati di Madrid e Mosca, il rischio non paga. “Gli attacchi terroristici hanno aumentato il rischio geopolitico nel 2004. Gli attentati ferroviari di Madrid, tre giorni prima delle elezioni generali di marzo in Spagna, costituisce l’attentato più letale nel 1988. Nel frattempo, Mosca veniva scossa da quattro separati attacchi di attentatori suicidi nell’arco di sette mesi”. In questi periodo il portafoglio sicuro, “anche in questo caso, ha prodotto prestazioni migliori rispetto alle attività rischiose, registrando un rendimento positivo del 2% contro una perdita dello 0,9%”. 

Crimea & Isis, il portafoglio spinto è vincente. Dopo un periodo di 10 anni in cui l’indice Gpr era rimasto per lo più al disotto della media post 9/11, il rischio geopolitico è aumentato ancora una volta in modo significativo nel 2014. In coincidenza con l’aumento delle tensioni tra Ucraina e Russia per l’annessione russa della Crimea, che provocò operazioni militari dell’Isis in Iraq e Siria. Durante questo periodo, si legge nel report, "il portafoglio rischioso ha registrato un rendimento +1,3%, superiore a quello del portafoglio sicuro che ha fatto segnare +0,4%". 

Tensioni Corea del Nord-Usa, puntare sul rischio conviene. L’ultimo periodo di incertezza geopolitica è iniziato nell’estate del 2017, quando la Corea del Nord ha condotto una serie di test missilistici per dimostrare la capacità del paese di effettuare lanci oltre i confini regionali.

I rischi geopolitici possono avere un impatto significativo ma temporaneo sui rendimenti, abbassando i prezzi delle azioni e supportando al contempo i beni rifugio

Le tensioni tra la Corea del Nord e gli Stati Uniti sono notevolmente diminuite a gennaio 2018, spiega il report, "ma il rischio geopolitico è rimasto elevato a causa delle guerre commerciali avviate da Trump con Cina, Canada, Messico ed Europa".

A chiusura di questo periodo periodo, il portafoglio rischioso ha registrato un guadagno dell’1,6% rispetto al 0,7% del portafoglio sicuro.

Cosa insegnano questi cinque casi? "In primo luogo che quando analizziamo i rendimenti sul lungo periodo, il portafoglio sicuro sottoperforma il portafoglio rischioso in tutti i casi, tranne durante l’11 settembre e l’invasione irachena”. Anche se “il portafoglio rischioso, che ha iniziato a riprendersi nel secondo trimestre del 2003, non è riuscito a compensare le perdite subite durante il conflitto”. 

Nel complesso tuttavia continua il report di Schroders, "l’analisi suggerisce che se gli investitori sono disposti o in grado di ignorare la volatilità, investire nel portafoglio rischioso, rappresenta una strategia migliore rispetto al sicuro, in quanto offre un rendimento più elevato in quattro sui cinque periodi considerati".

Inoltre l’allocazione rischiosa "performa meglio nel rapporto tra rischio e rendimento in ciascuno di questi quattro periodi". L’unica eccezione è la guerra in Crimea e quella contro l’Isis, durante le quali “le attività di rischio si comportano particolarmente bene nel semestre dopo il calo al disotto dei 100 punti del Gpr".

Riassumendo, l’analisi empirica di Schroders dimostra che “il portafoglio composto da beni rifugio sicuri offre un rendimento superiore e rendimenti adeguati al rischio migliori, rispetto al portafoglio rischioso in quattro su cinque periodi in base al rapporto dell’indice Sharpe”.

La terza simulazione riguarda il portafoglio dinamico, gestito in base all’andamento dell’indice Gpr, e risulta offrire un ritorno maggiore del portafoglio rischioso in tre dei cinque eventi e si dimostra migliore del portafoglio sicuro in quattro dei cinque periodi. "L'andamento del dinamico, inoltre, offre un indice Sharpe più elevato rispetto al portafoglio rischioso in tre delle cinque fasi di rischio geopolitico, e superiore al portafoglio sicuro in quattro su cinque".

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Insomma "un portafoglio dinamico, che detiene beni rifugio è sicuro quando le tensioni diventano elevate e passa ad attività rischiose quando si dissipano, offre un rendimento totale più elevato rispetto a un portafoglio rischioso in tre dei cinque periodi considerati e in quattro su cinque, rispetto a un portafoglio sicuro".

Wade e Lauro hanno verificato anche se un portafoglio 60/40 (60% in attività rischiose e 40% in attività rifugio) potrebbe funzionare meglio del portafoglio sicuro. "La nostra analisi suggerisce che il portafoglio diversificato non fa migliorare la performance corretta per il rischio e che gli allocatori dovrebbero investire nel portafoglio sicuro non appena le tensioni iniziano a salire e il Gpr supera 100".

L’ultimo esperimento contenuto nello studio riguarda il caso in cui il Gpr superi i 200 punti segnando un rischio geopolitico estremo, prendendo in considerazione i tre periodi in cui il portafoglio rischioso offre le migliori performance. “In questo caso abbiamo riscontrato i risultati più contrastanti".

L'analisi ha rilevano che alcuni di questi i periodi sono piuttosto brevi e che le attività rischiose iniziano a riprendersi prima che l’indice di rischio torni alla normalità”. Questi risultati possono anche stare a significare che gran parte del rischio viene scontato “prima che il Gpr raggiungesse il livello estremo di 200 punti”. 

In queste simulazioni è ricorrente una caratteristica dei rischi geopolitici: essi “possono avere un impatto significativo ma temporaneo sui rendimenti, abbassando i prezzi delle azioni e supportando al contempo i beni rifugio. Identificare i cambiamenti nel corso di un rischio geopolitico è difficile, anche perché i prezzi delle azioni spesso recuperano entro pochi mesi la fine delle tensioni. “Di conseguenza, ignorare i rischi e mantenere le posizioni di rischio significherebbe affrontare una maggiore volatilità, ma anche ottenere miglio performance sul lungo termine”. 

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