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In Italia Mifid 2 ha perso la battaglia per la trasparenza

Lo studio rivela chiaramente che i rendiconti non hanno raggiunto l'obiettivo di una immediata comprensione per i clienti dei costi e degli oneri sostenuti nell'acquisto dei prodotti finanziari

In Italia Mifid 2 ha perso la battaglia per la trasparenza

Esaminare la qualità delle informative ex post a consuntivo dell’anno 2018, inviate dai principali intermediari finanziari a milioni di investitori retailitaliani(ossia i rendiconti annuali su costi e oneri sostenuti effettivamente sui loro investimenti che, quest’anno per la prima volta, la direttiva MiFID II ha imposto all’industria): questo il principale obiettivo della seconda parte della ricerca commissionata dalla società di gestione del risparmio Moneyfarm alla School of Management del Politecnico di Milano

Solo 5 intermediari finanziari sui 18 presi in esame hanno rispettato integralmente tutti i requisiti minimi imposti dalla normativa

Il risultati della prima parte di ricerca avevano evidenziato in sintesi che solo il 25% della documentazione ex-ante raccolta riportava la totalità delle informazioni raccomandate dalle autorità

Per il lavoro è stato selezionato un campione di 18 fra i maggiori intermediari finanziari presenti sul territorio nazionale e focalizzati su una clientela retail (mass market e mass affluent).

L’analisi ha comportato la raccolta dell’informativa ex post per il 2018 inviata da ciascuno degli intermediari selezionati e ha visto la collaborazione di clienti che hanno reso disponibile la documentazione in forma anonima. L’analisi è stata condotta sulla base di tre distinti livelli di valutazionesu adempimenti relativi a:

1. Requisiti obbligatori minimi imposti dalla normativa primaria(direttiva Mifid 2) e dai regolamenti attuativi di secondo livello.Il rispetto di questi delinea lo sforzo minimo che gli intermediari sono chiamati a compiere per poter essere ritenuti adempienti rispetto agli obblighi di trasparenza nei confronti degli investitori. Solo 5 intermediari su 18 hanno rispettato integralmente tutti i requisiti minimi imposti dalla normativa. In dettaglio:

  • riguardo all’indicazione dell’effetto cumulativo dei costi sulla redditività dell’investimento (parametro richiesto dal legislatore per aiutare l’investitore a visualizzare la relazione tra costi e rendimenti dell’investimento): il 44% degli intermediari lo ha indicato in modo parziale(omettendo il dato sul rendimento e indicando il solo costo sostenuto); nel 6% dei casi l’informazione è del tutto assente;
  • relativamente agli oneri fiscali da riportare obbligatoriamente (imposta di bollo e Iva): nel 22% dei rendiconti la voce è presente solo parzialmente, nell’11% dei casi questi oneri non sono stati illustrati;
  • tutti gli intermediari hanno invece correttamente riportato i costi totali applicati all’investitore (in valore assoluto e in percentuale) e la ripartizione in forma aggregatadei costi in strumenti finanziari, servizi d’investimento e pagamenti di terzi riconosciuti all’intermediario finanziario.

Nessun intermediario è riuscito a seguire tutte le raccomandazioni indicate dall’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati, l'Esma e dalle associazioni di categoria

2. Indicazioni dell'Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati, Esma, contenute nel documento di Q&A (pubblicate fra ottobre 2016 e maggio 2019 anche nell’ambito del dialogo avviato con gli operatori del mercato); e, a titolo di best practice, le Linee Guida pubblicate da Ascofind nel documento “Informazioni sui costi e oneri”.

Tramite gli orientamenti (seppur non obbligatori) dell'associazione delle Società di consulenza finanziaria è possibile individuare le più virtuose prassi di mercato che gli operatori dovrebbero adottare per perseguire al meglio l’obiettivo della normativa: agire nell’interesse del cliente, mettendo a disposizione informazioni chiare, corrette e non fuorvianti per indirizzarlo in un investimento consapevole.

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Nessun intermediario è riuscito a seguire tutte le raccomandazioni indicate nelle Q&A dell’Esma e dalle associazioni di categoria. In dettaglio:

  • nessun intermediario si è distinto per tempestività nell’invio dell’informativa ai propri clienti, nonostante le indicazioni Esma fossero quelle di provvedere “il prima possibile”. Nel campione, 2 soli report sono stati inviati a maggio 2019, 2 a giugno, 11 (la maggioranza assoluta) a luglio, 2 in agosto e 1 addirittura a settembre;
  • il risultato più negativo riguarda la poca trasparenza nella comunicazione dei “pagamenti riconosciuti da terze parti”: il 94% degli intermediari utilizza termini di non immediata comprensione (come “inducements” o “incentivi”) per questa voce, relativa alle retrocessioni percepite per strumenti finanziari raccomandati o offerti ai propri clienti. Solo 1 intermediario del campione li ha definiti come tali conformemente alle indicazioni di Esma. Questa prassi potrebbe sviare il cliente facendo risultare indipendente un intermediario che invece non lo è;
  • nel 44% dei casi è mancata l’indicazione disaggregata dei costi fra le varie voci previste dalla normativa;
  • il 72% dei rendiconti riportava invece le informazioni sulla fiscalità personale sui redditi conseguiti (capital gain, ad esempio).

Sul fronte dei costi, secondo la “Global Investor Experience Study: Fees and Expenses” di Morningstar, l’Italia è fanalino di coda insieme a Taiwan

3. Alcuni parametri qualitativi addizionali individuati dagli autori della ricerca come rilevanti rispetto all’obiettivo di massimizzare la trasparenza e la chiarezza delle informazioni fornite (le metriche per analizzare la leggibilità e la comprensione del documento).

Si valutano qui alcune caratteristiche dei rendiconti che, al di là degli obblighi di legge e delle raccomandazioni di Esma e delle associazioni di categoria, possono sicuramente avere un ulteriore impatto positivo sull’efficacia comunicativa auspicata dal legislatore. In dettaglio:

  • i rendiconti presi in esame hanno circa 15 pagine in media(mentre i requisiti minimi potrebbero essere schematizzabili in un massimo di 4 tabelle), solo Il 28% dei documenti rimane entro le 5 pagine, il 39% si posiziona nella fascia fra 10 e 30 pagine, mentre il 17% contiene più di 30 pagine;
  • solo il 44% dei rendiconti contiene la parola “costi” o “oneri” nell’intestazione:questo significa che più della metà degli intermediari del campione (il 56%), inviando il rendiconto ai propri clienti, ha preferito non chiamarlo con il proprio nome. Se è vero che tutti clienti hanno ricevuto il documento, è anche presumibile che oltre la metà di loro potrebbe non essersi resa conto di aver ricevuto proprio il rendiconto costi e oneri 2018 voluto dalla direttiva Mifid 2;
  • solo il 28% dei documenti riporta informazioni focalizzate esclusivamente sui costi, mentre nel 72% dei casi le informazioni sono diluite in documenti più dispersiviche contengono altri messaggi, anche di tipo pubblicitario.
    (Per ulteriori dettagli sui riferimenti normativi obbligatori e indicazioni delle autorità di mercato si veda l’appendice).

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Per riassumere in un unico indicatore di valutazione le diverse variabili esaminate lungo le tre categorie di analisi (1. requisiti obbligatori, 2. linee guida ESM + best practice associazioni categoria, 3. parametri qualitativi addizionali) è stata poi elaborata una griglia di sintesi, un ranking gerarchico di merito fra i diversi intermediari, evidenziando i punti più deboli nella rendicontazione.

La griglia (facendo la media dei singoli punteggi delle 3 direttrici) assegna un ‘voto’ finale in trentesimi, fra 0 e “30 con lode”, a ciascuno dei 18 documenti analizzati:

  • complessivamente, il voto medio è pari a 21,4;
  • 4 rendiconti non raggiungono la sufficienza, a causa di lacune rilevate nella sezione delle informazioni obbligatorie;
  • solo 3 rendiconti totalizzano un punteggio superiore a 26/30.

Il rischio che la concorrenza sleale delle comunicazioni opache abbassi il livello generale dell'industria del risparmio, è concreto (Massimo Scolari, Ascofind)  

In Italia i costi associati alle gestioni finanziarie sono tra i più alti al mondo. Secondo la “Global Investor Experience Study: Fees and Expenses” di Morningstar, che ha confrontato l’incidenza dei costi dei fondi di investimento aperti che gravano sui clienti retail in 26 nazioni, L’Italia è fanalino di coda insieme a Taiwan.

Indagare sulle motivazioni di questo “spread” sfavorevole per i piccoli risparmiatori del nostro Paese esula da questa ricerca, tuttavia il fenomeno mette in evidenza la necessità di rendere maggiormente trasparenti le informazioni sui costi complessivi, che gravano sui rendimenti dei risparmi degli italiani sotto consulenza o sotto gestione.

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"È bene sottolineare che gli intermediari che scelgono modalità di comunicazione più opache, anziché subire penalizzazioni, in assenza di un intervento correttivo da parte delle Autorità, potrebbero addirittura ottenere vantaggi competitivi nei confronti degli operatori più trasparenti", nota il presidente di Ascofind, Massimo Scolari, che ha curato la prefazione della ricerca. "Il livello di qualità delle comunicazioni potrebbe quindi essere attirato verso il basso".

"Inoltre", aggiunge, "la diluizione dei dati all’interno di corposi documenti, a volte con contenuto pubblicitario, non solo non è conforme alla normativa, ma è anche contrario al rispetto del principio di agire nell’interesse dei clienti, un dovere che accomuna tutte le imprese di investimento”.

“Anche da questa seconda parte della nostra ricerca emerge che l’industria del risparmio italiana non è sempre riuscita a cogliere a pieno le potenzialità derivanti dalla Mifid 2 a beneficio di tutti", commenta Giancarlo Giudici, professore associato della School of Management del Politecnico di Milano e referente scientifico della ricerca realizzata per Moneyfarm. "Sarà interessante osservare se nei prossimi anni il mercato farà tesoro di queste informazioni". 

“Ci auguriamo che nei prossimi anni le novità introdotte dalla direttiva Miifid 2", dice Paolo Galvani, presidente e co-fondatore di Moneyfarm, "possano impattare realmente su tutto il sistema”.

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