risponde annamaria lusardi

Educazione finanziaria: la lotta è dura ma non fa paura

La direttrice del comitato interministeriale descrive la strategia che l'organismo segue sul fronte delle iniziative per la diffusione della cultura finanziaria, previdenziale e assicurativa nel nostro Paese

Educazione finanziaria: la lotta è dura ma non fa paura

L’educazione finanziaria è diventata una cosa seria. In tempi di tassi zero o negativi, di rendimenti sempre più incerti, emerge con sempre maggiore evidenza che la mancanza diffusa di cultura finanziaria tra gli italiani non è più sostenibile se si vuole davvero tutelare il risparmio. 

Se agiamo solo sull’educazione finanziaria, e i prodotti rimarranno costosi e poco trasparenti, faremo ben poco

L’articolo 24 bis del decreto-legge 23 dicembre 2016, n. 237 (convertito in legge con modificazioni dalla Legge 17 febbraio 2017, n. 15, recante “Disposizioni urgenti per la tutela del risparmio nel settore creditizio”) ha avuto il merito di realizzare la cabina di regia dell’educazione finanziaria nel nostro Paese, assegnata al “Comitato per la programmazione e il coordinamento delle attività di educazione finanziaria”. 

Del Comitato, che ha compiuto i due anni di vita, fanno parte il direttore Annamaria Lusardi (in foto), professore di economia a The George Washington University School of Business; Roberto Basso, in rappresentanza del Ministero dell’economia e delle finanze; Alvaro Fuk, per il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca; Mario Fiorentino, in rappresentanza del ministero dello Sviluppo economico;

Concetta Ferrari, per il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali; Magda Bianco, per la Banca d’Italia; Giuseppe D’Agostino per la Consob; Elena Bellizzi di Ivass; Elisabetta Giacomel per la Covip; Antonio Tanza per il  Consiglio nazionale dei consumatori e degli utenti (Cncu) e Carla Rabitti Bedogni in rappresentanza dell’Ocf. Investire ha intervistato il direttore del Comitato, Lusardi, nel corso del Mese dell’educazione finanziaria svolto a ottobre, con tante iniziative in tutta Italia.

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Professoressa Lusardi, a quasi due anni dall’entrata in funzione del Comitato vede passi in avanti nel processo di educazione finanziaria degli italiani? 

Vedo miglioramenti nella percezione del tema. Quando abbiamo iniziato il nostro lavoro c’era indifferenza o addirittura una malcelata ostilità verso questo argomento. Tuttavia, così come ci occupiamo della nostra salute, cerchiamo di mangiare sano e di non fumare, di fare esercizio fisico e camminare il più possibile, allo stesso modo dobbiamo anche occuparci dei nostri soldi; si sta iniziando a comprendere che è opportuno impegnarsi perché i nostri soldi siano gestiti nel miglior modo possibile.

Registriamo miglioramenti, adesempio il Mese dell’educazione finanziaria l’anno scorso  registrò 350 eventi, quest’anno sono saliti a 600

Inoltre abbiamo visto miglioramenti anche sul fronte delle iniziative che vengono portate avanti. Pensiamo proprio al Mese dell’educazione finanziaria.

L’anno scorso questo appuntamento registrò 350 eventi, quest’anno l‘offerta formativa è salita a oltre 600 eventi, con esperienze di finanza a teatro, giochi, iniziative nelle scuole e sul posto di lavoro, per le donne, per i piccoli imprenditori.

Si è sviluppato una sorta di ecosistema formativo che permette al seme dell’educazione finanziaria di diffondersi tra i risparmiatori italiani. Anche i media generalisti e la stampa specializzata hanno dato più spazio al tema. Abbiamo avviato una collaborazione con Il Sole 24 Ore e Radio 24, con Donna Moderna per inserti dedicati alle donne sui temi finanziari e su Oggi. Per riassumere: le statistiche negative relative alla conoscenza finanziaria in Italia non sono il nostro destino e non devono esserlo. Il nostro impegno continuerà e crescerà. 

Secondo lei perchè in Italia c’è ancora un gap forte in questa materia rispetto ad altri Paesi? 

Ci siamo classificati ultimi del G7, fanalino di coda del G20 e siamo generalmente nel gradino più basso in tutte le principali indagini, compresa quella di Allianz su dieci Paesi europei. Il mondo si sta evolvendo molto velocemente e noi non teniamo il passo con il cambiamento, fino a poco tempo fa fermi sulle due certezze di sempre: gli italiani hanno sempre investito nei titoli di Stato e nel mattone.

Ma, com’è noto, stiamo vivendo un periodo di rendimenti bassissimi sui titoli di Stato e la casa non è necessariamente un investimento adatto per tutti i tempi e tutti i momenti. Quindi in un contesto complesso dove i rendimenti sono azzerati - se non addirittura negativi - occorre essere ancora più informati e attenti a come conservare il nostro capitale. 

Ci sono differenze per gruppi demografici o per territorio?

In un contesto complesso dove i rendimenti sono azzerati, se non addirittura negativi, occorre essere ancora più informati e attenti a come conservare il nostro capitale

Quando si parla di educazione finanziaria emergono più somiglianze che differenze tra i vari Paesi. I gruppi vulnerabili per esempio sono sempre gli stessi: le donne, i giovani, gli anziani, chi ha bassa scolarità e basso reddito. Ci sono anche profonde differenze regionali; in Italia c’è una differenza tra Est e Ovest, a favore del primo dove c’è un reticolo di Pmi e una conoscenza finanziaria più diffusa. La differenza più grande è tra le Regioni più ricche del Nord e le più povere del Sud. Anche nelle rilevazioni Pisa dell’Ocse, che guardano alle conoscenze finanziarie dei 15enni, emerge in Italia una profonda differenza, ancora una volta, tra Nord e Sud.

Iniziative come il Mese per l’educazione finanziaria che contributo danno alla diffusione delle conoscenze? 

Il Mese è l’occasione per mobilitare tutte le risorse verso questi temi. Da soli non possiamo cambiare le conoscenze finanziarie dei cittadini italiani e quindi dobbiamo coinvolgere il maggior numero possibile di stakeholder. Del nostro Comitato fanno parte 4 ministeri (Economia e Finanza; Istruzione, Università e Ricerca; Sviluppo economico; Lavoro e Politiche sociali, n.d.r.) e a ragione.

L’obiettivo finale della politica è fare vivere bene i propri cittadini e, nel concetto di vivere bene, rientra anche l’aspetto finanziario. L’aver sbagliato un investimento o il non aver risparmiato soldi per gli imprevisti che possono presentarsi nella vita può ostacolare questo obiettivo.

Lo abbiamo osservato anche negli Usa lo scorso gennaio in occasione del blocco di tutte le attività amministrative seguito alla mancata approvazione da parte del Congresso della legge di bilancio, e la spiacevole conseguenza del mancato pagamento dello stipendio ai dipendenti pubblici per varie settimane. Un evento che ha evidenziato l’incapacità di milioni di persone di accumulare risparmio e far fronte ai problemi di sussistenza anche per periodi brevi.  Ecco perché educare al risparmio è un dovere della politica e solleva le persone dall’ansia finanziaria. 

L’obiettivo finale della politica è fare vivere bene i propri cittadini e, nel concetto di vivere bene, rientra anche l’aspetto finanziario

Il Comitato verso quali target sta lavorando di più: i ragazzi delle scuole medie e superiori, o i risparmiatori adulti? 

Siamo partiti con progetti generalisti: il portale che abbiamo creato, www.quellocheconta.gov.it, è destinato a tutti. Ma siamo consapevoli che bisogna porre particolare attenzione alla realizzazione di iniziative per i gruppi vulnerabili e stiamo lavorando anche in questa direzione.

Vogliamo inoltre lavorare molto nelle scuole, investendo nei giovani, che hanno una risorsa da mettere a frutto: il tempo. Se un giovane inizia a investire a 20 anni ha davanti a sé almeno 40-45 per accumulare il proprio capitale. Tra i compiti che ci sono stati assegnati, oltre all’educazione finanziaria, c’è anche lo sviluppo e la diffusione delle informazioni in materia previdenziale e assicurativa.

E quest’anno, il 9 ottobre, abbiamo lanciato il Giorno dell’educazione assicurativa. Dobbiamo lavorare per trasferire al pubblico più ampio possibile i concetti base sui vantaggi della stipula di un’assicurazione, sulla diversificazione del rischio e sul tasso d’interesse composto. Concetti che la gente prima imparerà a conoscere e prima potrà utilizzare a proprio favore.  

In un Paese come il nostro dove le conoscenze in materia finanziaria non sono così diffuse c’è un problema docenti? Chi sono e che caratteristiche devono avere i docenti in materia di educazione finanziaria?

L’educazione finanziaria a scuola potrebbe avere un effetto positivo anche sui genitori. Mi vengono in mente quei papà e quelle mamme che hanno appreso l’importanza del riciclo grazie alle attività seguite dai figli piccoli

Credo che al momento sia saggio lasciare l’educazione finanziaria alle istituzioni accademiche; i mercati finanziari sono sofisticati e complessi e vanno capiti e spiegati bene, dobbiamo quindi elevare la qualità dell’insegnamento. In finanza l’ignoranza non è mai una fortuna e ci si può fare male: conosce una persona che non occupandosi di denaro è diventata ricca?

Tutti dobbiamo occuparci dei nostri soldi e per questo credo che la materia finanziaria debba essere insegnata a scuola, ed essere obbligatoria già a partire dalle elementari. Le abitudini sul denaro iniziano molto presto, i bambini sono interessati ai soldi e quindi prima si abituano a gestirli in modo corretto, meglio è.

L’educazione finanziaria a scuola potrebbe avere un effetto positivo anche sui genitori. Mi vengono in mente quei papà e quelle mamme che hanno appreso l’importanza del riciclo grazie alle lezioni e alle attività sul tema seguite dai figli piccoli. Tutta questa premessa è fatta per dirle che sul tema dei docenti non vogliamo diventare dei certificatori dell’educazione finanziaria, dei notai, prima di regolarla dobbiamo farla crescere. Per il Mese dell’Educazione finanziaria certo abbiamo dato delle regole, non è materia che possono insegnare tutti e comunque deve essere sempre gratuita.

Come vede il ruolo dei professionisti del settore finanziario, quali bancari e consulenti finanziari, come docenti di corsi d’educazione finanziaria? Non c’è un rischio di conflitto d’interesse nella loro scelta?

Il rischio c’è, anche per questo siamo cauti ma riconosciamo agli intermediari comunque una funzione di supporto che può rivelarsi utile.

Di cosa ha bisogno a suo giudizio il Comitato per essere ancora più efficace? 

Sicuramente servono più soldi e più risorse umane, con le poche che abbiamo, sia sul versante economico e che su quello dell’organico, non possiamo certo risolvere i nodi strutturali della scarsa educazione finanziaria nel Paese. Ci riuniamo una volta al mese e dobbiamo muoverci per costruire un ecosistema che funzioni bene. 

Per questo sarebbe necessario davvero lavorare tutti assieme: abbiamo bisogno di erogare una buona educazione finanziaria ai risparmiatori, che presuppone una regolamentazione adeguata; servono buoni prodotti finanziari che soddisfino le necessità delle persone assistite, così come una struttura di intermediari finanziari che offra il necessario sostegno.

Una struttura in cui le figure indipendenti potrebbero rivelarsi un ulteriore aiuto, in vista di questo obiettivo. Se agiamo solo sulla leva dell’educazione finanziaria, mentre gli operatori continuano a proporre ai risparmiatori prodotti costosi e poco trasparenti potremo fare ben poco. Quindi il primo tassello è che istituzioni e operatori lavorino assieme affinché il sistema finanziario funzioni bene nell’interesse dei cittadini. 

*intervista pubblicata su Investire di novembre

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