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Senza equità fiscale tra prodotti, educare i risparmiatori non serve

La formazione finanziaria è indispensabile ma, per rendere credibile quanto si insegna, bisogna parificare la fiscalità dei diversi strumenti finanziari

Senza equità fiscale tra prodotti, educare i risparmiatori non serve

“Chi sa fa, chi non sa insegna!” recita un popolare, irriverente quanto ingeneroso adagio. Di sicuro i comportamenti quotidiani e il buon esempio valgono almeno quanto tante lezioni teoriche. I comportamenti macro di investimento/disinvestimento, le analisi su composizione e rendimenti medi dei portafogli e le statistiche sui livelli di soddisfazione dei risparmiatori italiani suggeriscono una forte urgenza di intervenire sul livello medio di educazione finanziaria nel nostro Paese.

L’investimento diretto in fondi comuni o Etf è fiscalmente penalizzate dato che non è consentita la piena compensazione tra minus e plus come per altre forme tecniche meno efficienti o più complesse

Pertanto le iniziative di educazione finanziaria promosse da Mef, authority, associazioni e ordini professionali sono sicuramente encomiabili e condivisibili: vanno promosse, incoraggiate e finanziariamente sostenute.

Ma, come le regole pedagogiche di base insegnano, sarebbe anche auspicabile che, aldilà delle lezioni teoriche, tutti nei propri ambiti di azione e responsabilità si impegnassero per favorire comportamenti concreti delle Istituzioni più in linea con i principi teorici della finanza personale e comportamentale.

La credibilità e l’efficacia delle iniziative in corso si scontrano per esempio con alcune criticità determinate dall’incoerenza di alcune impostazioni di sistema (logiche e soprattutto fiscali) che alimentano e amplificano distorsioni nei comportamenti effettivi di intermediari, consulenti e risparmiatori da quelli finanziariamente corretti.

Alcuni esempi possono rendere chiarezza. L’home bias (eccesso di peso relativo di strumenti del Paese di residenza) è uno degli errori più frequenti e dannosi dei risparmiatori “male-educati”, ma il regime attuale di tassazione delle rendite finanziarie (con trattamento a favore dei titoli di stato) contribuisce a rafforzarlo in barba al principio di una corretta diversificazione geografica e settoriale di portafoglio. 

Sono state tollerate forme pubblicitarie che reclamizzano come “privi di rischio” strumenti emessi da Enti di emanazione governativa inducendo confusione tra il concetto di impossibilità e quello di bassa probabilità (in finanza, come in molte altre cose della vita, nessun pasto è gratis) in un sistema già fortemente afflitto da ripetuti e dolorosi casi di mala rappresentazione e gestione dei rischi finanziari.

Si concepiscono forme di risparmio agevolato come i Pir (con alcuni gradi di inefficienza già al lancio perché relativamente più cari a “bilanciamento” di vantaggi fiscali futuri) che poi di colpo vengono “bloccati” da interventi legislativi improvvidi penalizzando proprio i primi pionieri sottoscrittori aldilà dell’andamento dei mercati.

Ancora, l’investimento diretto in fondi comuni o Etf (le forme più democratiche ed efficienti di investimento) è fiscalmente penalizzate in quanto non è consentita la piena compensazione tra minus e plus come per altre forme tecniche meno efficienti (come i singoli titoli) o più complesse (come le gestioni patrimoniali o le unit linked). 

In linea di principio la fiscalità dovrebbe invece essere totalmente neutra rispetto alle diverse forme tecniche e colpire in egual misura il rendimento netto prodotto indipendentemente dalla tipologia, dalla geografia e dalla natura dell’emittente degli strumenti d’investimento autorizzati dai quali è generato. Troppo spesso invece le implicazioni fiscali possono distorcere i comportamenti finanziariamente corretti di diversificazione o di acquisto e di vendita di singoli strumenti. 

E che dire dell’articolato e complesso processo di gestazione e applicazione della Mifid 2 (già di per sé di impostazione “gattopardesca”) che ha tollerato ritardi eccessivi e pratiche a volte elusive proprio sulle rendicontazioni, vessillo di trasparenza e correttezza? E’ del tutto evidente che contemperare interessi ed esigenze (pienamente legittimi) dei diversi stakeholder comporti una complessa opera di equilibrio, gradualità e piani di azioni a più livelli.

D’altro canto un più incisivo e coordinato impegno di Mef, authority, associazioni e ordini professionali nelle opportune sedi per l’eliminazione di alcune evidenti storture del sistema di gestione del risparmio italiano rappresenterebbero un apprezzabile esempio di comportamento virtuoso e renderebbero lo sforzo per il miglioramento del livello di educazione finanziaria ancor più credibile, concreto e utile. Educare è indispensabile. Per rendere più credibili gli insegnamenti occorre anche fare, e nella giusta direzione.

* Consulente di direzione

articolo pubblica su Investire di novembre

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