diamanti

Il migliore amico delle donne può ancora esserlo di chi investe

Non è un momento facile per il mercato della pietra più preziosa del mondo. Però i prezzi sono calati di molto e, con la giusta guida, oggi si possono fare buoni affari

Il migliore amico delle donne può ancora esserlo di chi investe

No, non è un momento facile per il mercato dei diamanti. Da qualunque parte lo si voglia giudicare. Sul fronte italiano non si è ancora spenta l’eco dello scandalo che ha coinvolto come vittime centinaia di risparmiatori che, improvvisamente, si erano fidati di intermediari avidi e disinvolti alla ricerca - come ha dichiarato a verbale la segretaria di Vasco Rossi, una delle vittime più note - di “un investimento sicuro, non soggetto a oscillazione di valore e anzi in grado di garantire un rendimento molto elevato nel tempo”. Ma non al riparo, ha scoperto il Blasco, dal “rischio” di prezzi fuori mercato che, magra consolazione, non sono comunque un’esclusiva italiana. 

Sia De Beers che la concorrente russa Alros hanno, metaforicamente parlando, i magazzini pieni. Basta citare l’esempio della miniera di Argyle, nell’estremo ovest d’Australia

In India, uno dei mercati più importanti, perfino il governo ha vacillato per la truffa ai danni delle banche (complici i dirigenti, of course) perpetrata da Nirav Modi, solo omonimo del premier Narendra Modi: 40 milioni di dollari andati in fumo per aver finanziato il rampante gioielliere di Mumbai, nato ad Anversa ma erede di una dinastia indiana del settore, famoso per aver disegnato il collier da 100 carati indossati da Kate Winslet nella cerimonia degli Oscar.   

Lasciamo perdere le truffe. A complicare la sorte dei “migliori amici di una ragazza”, come Marilyn Monroe ebbe a definire le pietre preziose, ha provveduto quest’anno una lunga serie di calamità, dalla caduta della domanda, già in calo dopo la corsa spettacolare della Cina dal 2008 in poi, e bruscamente fermata dalla crisi di Hong Kong che ha momentaneamente azzerato l’attività di una delle cattedrali del lusso,  alle difficoltà incontrate dalle grandi miniere, costrette a rallentare la produzione per evitare una caduta dei prezzi.

Sia De Beers che la concorrente russa Alros hanno, metaforicamente parlando, i magazzini pieni. Basta citare l’esempio della miniera di Argyle, nell’estremo ovest d’Australia, che l’anno scorso, sui 150 milioni di carati estratti nel mondo, ha fornito 10-15 milioni di carati di pietre preziose in tonalità rosa, rosso e porpora. Pochi giorni fa il proprietario, il colosso minerario Rio Tinto, ha annunciato che nel 2020 la miniera resterà chiusa per smaltire le giacenze.   

Non vanno meglio le cose per Petra Diamonds, altro gigante del settore quotato alla City di Londra, cui fa capo la leggendaria miniera Cullinan in sud Africa da cui provengono le pietre più grandi e costose del pianeta. La società ha appena chiuso i conti a metà 2019 in perdita per 203 milioni di dollari su un fatturato in calo a 463,7 milioni (-6%).

Un dato influenzato dall’operazione pulizia decisa dal ceo Richard Duffy (in foto, credits: diamondworld.net) che ha tagliato il valore delle pietre in magazzino a poco più della metà a 247 milioni, rilevando nella relazione di bilancio che "ci vorranno tra i 12 e i 18 mesi per rivedere i prezzi di un anno fa". Concordano gli analisti di Berenberg: “I diamanti”, si legge, “vanno a mille quando funzionano tutti gli otto cilindri dell’economia mondiale. Se qualcosa s’inceppa, sono i primi a pagare il conto”.   

Petra Diamonds del ceo ceo Richard Duffy ha appena chiuso i conti a metà 2019 in perdita per 203 milioni di dollari su un fatturato in calo a 463,7 milioni (-6%)

La conferma arriva da De Beers: l’asta del 3 ottobre scorso in Botswana (lo Stato africano che è oggi il secondo azionista del gruppo) ha registrato vendite del 44% inferiori a quelle di dodici mesi prima per un totale di 280 milioni di dollari nonostante le condizioni eccezionali offerte ai “sightholders”, i commercianti che hanno il privilegio di poter partecipare alle aste.

Eppure stavolta i compratori, che in genere sono tenuti ritirare e in blocco il lotto offerto, hanno potuto rifiutare fino a metà delle gemme offerte da De Beers che per giunta si è impegnata a ricomprare un 20% del quantitativo.  

Un flop prevedibile anche perché, a complicare i destini del settore, ha largamente contribuito la novità che ha messo in crisi il celebre slogan, cioè “un diamante è per sempre” che dal 1948 ha accompagnato l’attività di De Beers. 

Non più, si potrebbe obiettare, dopo l’avvio dell’attività di Lightbox, la società creata dalla stessa De Beers per produrre e commercializzare i diamanti sintetici sfornati dai laboratori inglesi del colosso che promettono di non sfigurare al collo di una star. Per ora il costo s’aggira sui 4 mila dollari al carato ma l’obiettivo della multinazionale sudafricana è di comprimere il prezzo a soli 800 dollari.

Una scelta, almeno all’apparenza, da kamikaze che ha comunque scoraggiato la concorrenza di altri produttori e creato uno spazio per nuove attività. Ma che lascia aperto più di un quesito. “Vedremo a Natale”, commenta un report di Morgan Stanley, “sarà un test decisivo. Non è un mistero che la domanda è debole, perciò tutti attendono le festività come l’occasione per rilanciare i prezzi e così strappare in banca le condizioni per rinnovare i prestiti sugli stock”. 

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Insomma non mancano le ragioni per spiegare la crisi e convincere i dubbiosi a star lontani dalle pietre. A torto, probabilmente. Almeno questa è l’opinione di mister Duffy che, basandosi sull’esperienza del passato, la vede così: "E’ un mercato tosto, che stenta a cambiare tendenza. Ma quando lo fa, l’inversione di rotta è rapidissima".

"Io prevedo che per i prossimi 12-18 mesi i prezzi resteranno bassi, poco sopra i tassi di inflazione Usa. Poi riprenderanno la corsa interrotta nel 2017", quando la domanda globale diamanti aveva toccato, secondo il report annuale di De Beers, il record assoluto di 82 miliardi di dollari.

All’epoca l’indice del lusso, l’americano Knight Frank, aveva messo i diamanti in testa alla classifica dei beni rifugio per rendimento nell’ultimo decennio davanti all’oro, all’immobiliare di lusso e al mercato azionario Usa. Da allora l’indice dei diamanti è sceso del 5% mentre, segnala il Financial Times, il giro d’affari complessivo del settore è sceso sotto un miliardo a 922 milioni di sterline. 

Per chi ha pazienza (e capitali) può essere il momento giusto per acquistare sfruttando, tra l’altro, le qualità di un investimento fisico che consente di diversificare il resto e di creare valore nel tempo senza correre il rischio di deterioramento o di altri svantaggi perché:

  • i diamanti garantiscono l’anonimato;
  • non hanno praticamente costi di manutenzione;
  • non prevedono carichi fiscali (una volta pagata l’Iva). 

Ma è necessario evitare alcuni rischi, a partire dalla scarsa trasparenza dei prezzi. Non è facile muoversi tra le 16 mila varietà catalogate da De Beers, peraltro trattate in 28 Borse sparse per il pianeta anche perché non esistono due diamanti eguali identici, bensì tante pietre classificate con il criterio delle quattro 4C: carat (peso); cut (taglio); clarity (purezza) e colour (colore).

È perciò d’obbligo appoggiarsi al parere di esperti affidabili acquistando diamanti che dispongano di un certificato rilasciato da un laboratorio di gemmologia riconosciuto che, dopo aver identificato la pietra, enumerato le sue caratteristiche prendendo in considerazione le 4 C (che determinano anche il prezzo stesso del diamante) e descritto le qualità e gli eventuali difetti per garantirne la tracciabilità, utilizzerà un laser per incidere il numero di certificato.

Per avere un’indicazione affidabile sui prezzi occorre affidarsi all’indice messo a punto nel 1970 da Martin Rapaport, che viene aggiornato ogni giovedì pomeriggio, ora di New York, sulla base delle transazioni sulle varie piazze. Si tratta di un listino riservato agli addetti ai lavori, ma è possibile seguire le quotazioni pubblicate sui vari siti specializzati.

Non mancano iniziative sulla rete, come il sistema B Forever della  Investment Diamonds di Anversa, guidata da Marcello Manna, che consentono di vendere le pietre secondo il meccanismo d’asta

In realtà non è semplice orientarsi tra le molte voci presenti nel listino. Per avere la garanzia di acquistare una pietra dal taglio “excellent” o “very good” è senz’altro utile far riferimento ad organizzazioni come il Gia (Istituto gemmologico americano), l’Igi (Istituto gemmologico italiano) o l’Igi di Anversa (Istituto gemmologico internazionale), magari avvalendosi delle opportunità in materia di trasparenza rese possibili dal web. 

Ibm, per esempio, ha messo a punto una blockchain che garantisce la provenienza dei prodotti. E non mancano iniziative sulla rete, come il sistema B Forever messo a punto dalla Investment Diamonds di Anversa - guidata da Marcello Manna (il secondo in foto), figlio d’arte e grande appassionato del settore - che consentono di vendere le pietre secondo il meccanismo d’asta, tipo eBay.

Non mancano dunque le opportunità per sfuggire alle truffe investendo in un settore dall’appeal irresistibile, che ci riporta alle origini del tempo. Come ha rivelato una straordinaria scoperta di un geologo italiano dell’università di Padova, Fabrizio Nestola, pubblicata su Nature: la fabbrica dei diamanti, naturali, mica sintetici, individuata nelle viscere della miniera Cullinan a 780 chilometri sotto la crosta terrestre: da lì arriva un piccolo cristallo inglobato all’interno di un diamante 40 volte più grande. È il Casio 3, che emerge dal mantello inferiore della Terra, un composto cristallino con enormi potenzialità tecnologiche, quasi una risposta di Madre Natura ai laboratori di De Beers: il diamante è davvero per sempre.      

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*articolo pubblicato su Investire di novembre

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