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La rivoluzione del cibo, ecco chi ci guadagnerà

Nuove tecniche produttive a basso impatto ambientale si fanno largo insieme a inediti stili alimentari. Avanzano proteine vegetali e carne di sintesi. Tutte le aziende che ne beneficeranno

La rivoluzione del cibo, ecco chi ci guadagnerà

Tutto è in rivisitazione. E la tradizione, incluso quella culinaria, è sotto attacco. Non sarà sfuggito a nessuno infatti che l’alimentazione è oggetto di un crescendo di accuse, embarghi (grassi e zuccheri in testa) e penalizzazioni (vedi la sugar tax), vuoi per combattere obesità, tumori e malattie cardiache, vuoi per limitare l’utilizzo di risorse nel ciclo produttivo agroalimentare.

Le due istanze, la salubrità del cibo e quella del pianeta, si mescolano nonostante siano spesso poco conciliabili e danno vita al tentativo di cambiare il regime alimentare soprattutto nei Paesi occidentali.

"Siamo nel bel mezzo di un cambiamento generazionale nel comportamento dei consumatori e nel modo in cui le aziende alimentari presentano i loro prodotti sul mercato", conferma Alice De Lamaze (la seconda in foto), gestore del fondo Pictet-Nutrition.

Per il gestore si possono identificare tre fattori che sostengono oggi il tema della nutrizione. Il primo è la domanda di alimenti più sani con i consumatori

Secondo l’onu la produzione di cibo è responsabile del consumo del 70% di acqua e del 40% di terreno

che chiedono la riformulazione di alimenti e bevande per ridurre i livelli di zucchero, sale e grassi saturi ("con una crescente divergenza tra alimenti sani e nutrienti e alimenti confezionati"). 

Il secondo fattore è una nuova distribuzione del cibo e della ristorazione che prevede un più facile accesso a prodotti nutrienti e sani, sia a casa sia fuori casa. L’ultimo, che è il vero pilastro della trasformazione del sistema della nutrizione, è rappresentato dai nuovi sistemi di produzione alimentare più efficienti e sostenibili. "Le attrezzature e le tecnologie che migliorano l’efficienza dell’intera catena di valore alimentare, dalla fattoria alla tavola, sono in forte crescita", conferma De Lamaze.

Allarme Onu. Da questa e da molte altre analisi sembra inevitabile che l’agricoltura, e con essa le nostre abitudini alimentari, debba cambiare e neanche tra molto tempo. Secondo le Nazioni Unite la produzione di cibo è responsabile oggi del 70% del consumo di acqua, del 40% del consumo di terreno, ed è la principale fonte di produzione di gas (30%).

Ma – si domanda Matteo Ramenghi, chief investment officer di Ubs Wm Italy, in un suo allarmante report - che cosa succederà quando la popolazione mondiale aumenterà di altri 3 miliardi di persone entro il 2050, come prevede la stessa Onu? "Le stime suggeriscono che già nel 2030 ci potrebbe essere uno sbilancio del 40% tra produzione e richiesta di acqua potabile", spiega Ramenghi.

Come fare fronte quindi alla nuova domanda? "Innanzitutto c’è un tema di sprechi: si stima che un terzo della produzione di cibo mondiale venga perduto e buttato", risponde Ramenghi. Poi ci sono aspetti legati alle abitudini alimentari e alle metodologie di produzione: fino a poco tempo fa l’agricoltura non era stata coinvolta dalla rivoluzione tecnologica quanto altri settori e si valuta che la penetrazione digitale fosse solo dello 0,3% a livello mondiale, rispetto al 12% della distribuzione retail (fonte AgFunder, n.d.r.)". 

Le stime suggeriscono che già nel 2030 ci potrebbe essere uno sbilancio del 40% tra produzione e richiesta di acqua potabile (Matteo Ramenghi, Ubs Wm Italy)

Agrotech. L’utilizzo di tecnologie - come robot, droni, sensori, controllo della produzione via satellite, ma anche catene distributive più efficienti - sta prendendo sempre più piede nelll’industria agroalimentare e si prevede che tutto il settore sia destinato a investire pesantemente in tecnologia nei prossimi anni, quintuplicando gli investimenti attuali. In questo contesto, le economie di scala potrebbero divenire sempre più determinanti.

"Alcune tecnologie potranno rendere più sostenibile l’agricoltura: soluzioni biologiche che consentono di migliorare le produzioni rispettando l’ambiente, innovazioni come l’agricoltura verticale per sfruttare meglio i terreni, tecniche di irrigazione che consentono di risparmiare acqua, impiego di alghe, maggiore utilizzo di proteine vegetali, fino a sperimentazioni sulla carne creata in laboratorio", prosegue Ramenghi.

"In generale le previsioni di crescita della popolazione mondiale, a eccezione dei Paesi occidentali, sposta il focus del settore verso soluzioni volte a migliorare la produttività alimentare, ad aumentare l’efficienza nel trasporto e nella lavorazione e a massimizzare il contenuto nutrizionale degli alimenti che mangiamo", conferma Alexander Roose, head of international equity di Dpam.

Le novità. Ma quali sono, più nel dettaglio, le principali novità? "Alcuni dei settori in cui abbiamo recentemente assistito a molte innovazioni sono l’agricoltura di precisione e i prodotti biologici agricoli, che valgono tre miliardi di euro", spiega Roose. "Il primo si basa sull’utilizzo dei big data e sull’osservazione meticolosa delle condizioni agricole per ottimizzare la produzione, e allo stesso tempo preservare le risorse. Il secondo abbraccia una gamma di prodotti composti da microrganismi, estratti vegetali o altri materiali organici e offre un’alternativa verde ai pesticidi convenzionali".

Come spiega Roose, a monte della catena del valore, la crescente diffusione dell’agricoltura di precisione consente di “personalizzare” i prodotti agricoli biologici secondo le condizioni specifiche del suolo. "I primi prodotti a essere commercializzati in questo senso sono i componenti biologici, seguiti dai cosiddetti inoculanti, i biopesticidi", spiega lo strategist.

Siamo nel bel mezzo di un cambiamento generazionale nel comportamento dei consumatori e nel modo in cui vengo presentati i prodotti (Alice De Lamaze, fondo Pictet-Nutrition)

E ancora: "Se si prosegue lungo la catena del valore, notiamo che il settore agroalimentare si sta allontanando sempre più dalla produzione convenzionale di carne a favore di alternative più ecocompatibili", dice Roose.

"In questo campo si possono individuare tre tendenze principali: un consumo di carne più limitato, il passaggio alla sostituzione della carne con alternative vegetali e infine il progresso di sostituti della carne a base cellulare", aggiunge.

Restano da capire le più ampie ramificazioni di quest’ultima tendenza, in quanto la sua adozione generale potrebbe forse incontrare qualche forma di avversione da parte dei consumatori"m conclude il gestore.

Doppio regime alimentare. Non è solo avversione quella verso il cibo di sintesi. Il rischio è che si possa generare un doppio regime alimentare: una sorta di cibo “bio e sano” di serie A, e un cibo “sintetico a buon mercato” di serie B. "Spero proprio di no", dice Daniele Cat Berro, investment associate di MainStreet Partners.

"È auspicabile che il cibo sintetico possa seguire la dinamica dei prezzi dei prodotti biologici, che era decisamente superiore negli anni ‘90, ma che ora – grazie all’aumento della domanda – non si discosta più di tanto dal cibo non biologico". Produrre cibo biologico, secondo Cat Berro, consente di abbattere significativamente l’inquinamento.

"Le emissioni di CO2 per ettaro di cibo biologico sono più basse di quelle dei sistemi di coltivazione tradizionale in una percentuale compresa tra il 48% e il 66%", dice l’analista. Con queste premesse, è quasi inevitabile che il comparto dell’organic cresca a vista d’occhio: le vendite globali hanno infatti superato i 100 miliardi di dollari nel 2018". 

I campioni del cambiamento. Per gli investitori si aprono quindi molte opportunità: per esempio le proteine vegetali fanno parte di un segmento dove la crescita potrebbe avvicinarsi al 28% l’anno, e anche altri settori come l’irrigazione sostenibile e i trattamenti biologici dovrebbero crescere rapidamente.

È auspicabile che il cibo sintetico possa seguire la dinamica dei prezzi dei prodotti biologici, alti negli anni ‘90 e non tanto lontani da quelli del cibo non bio (Daniele Cat Berro, MainStreet Partners)

Secondo Dpam un buon investimento nel settore è rappresentato dalla multinazionale olandese Dsm, che ha recentemente sviluppato un additivo per ridurre significativamente le emissioni di gas metano del bestiame. Secondo Pictet la società ha attuato una transizione dal settore chimico a quello dell’alimentazione che dovrebbe comportare un aumento dei multipli.

Un’altra realtà all’avanguardia nella catena del valore agroalimentare per Dpam è l’inglese Genus, che sta sviluppando un cambiamento genetico che sta portando a suini resistenti alla sindrome respiratoria e riproduttiva, una malattia che si stima costi agli allevatori circa 3 miliardi di euro all’anno.

Nel portafoglio di Pictet ha fatto il suo ingresso anche Nomad Foods, leader europeo nel settore dei surgelati, alla luce del costante ampliamento della quota di mercato e delle innovazioni nell’area delle proteine vegetali. Sul fronte nutrizionale i titoli più interessanti, secondo MainStreet Partners, sono la multinazionale olandese Wessanen, che negli ultimi anni si è evoluta con successo in una holding quotata di produttori di cibo biologico e naturale, diventando leader in Europa in questo segmento specifico.

Tra i marchi di Wessanen c’è anche l’italiana IsolaBio, operante nel settore dei succhi naturali. “Quasi la totalità dei prodotti offerti rispetta i criteri del commercio equo-solidale, utilizza energia verde al 100% e adotta un sistema idrico a ciclo completo che azzera gli sprechi.

Tutto ciò le ha permesso di diventare una delle principali “B Corporation” in Europa”, spiega Cat Berro. Che segnala anche l’irlandese Kerry Group, che supporta le aziende produttrici di cibo nel processo di riduzione delle calorie, degli zuccheri e dei grassi saturi presenti nei loro prodotti, cercando di aggiungere valori nutrizionali positivi, e la Chr Hansen, società di bioscienza danese che tramite l’utilizzo di enzimi e batteri cerca di aumentare i valori nutrizionali dei prodotti e la loro qualità. 

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Giocare d’anticipo. Ci sono poi le multinazionali tradizionali che hanno deciso di agire in maniera attiva e con anticipo al fine di limitare i danni derivanti dall’aumento inesorabile degli interventi legislativi e regolamentari volti a limitare il consumo di sale, zucchero e grassi.

Tra queste Danone, che è oggi il primo player globale nei prodotti a base vegetale grazie all’acquisizione nel 2016 dell’americana WhiteWave, produttrice di organic food. Attualmente il 7% dei ricavi della multinazionale francese proviene dal business legato a prodotti di origine vegetale, ma ci si aspetta che arrivi al 25% entro il 2025.

Infine gli strategist segnalano Unilever, che ha sviluppato la sua strategia attraverso due linee guida: migliorare i prodotti dei brand proprietari e lanciarne nuovi sani. "Il gruppo ha come target una riduzione entro il 2020 del 25% degli zuccheri sulle sue linee di tè freddi, a partire dai valori del 2010, e punta ad acquisire brand sani, biologici o vegetali, come il portfolio di drink e cibo sano di GlaxoSmithKline", spiega Cat Berro.

"Le aziende che contribuiscono positivamente agli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu tendono a essere premiate dal mercato nel medio-lungo termine, poiché cercano di risolvere delle sfide ambientali e sociali che attireranno capitali sempre più ingenti". 

*articolo pubblicato su Investire di novembre

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