risponde Jean ergas

"L’Italia è rientrata nei ranghi di un’Ue che sta uscendo dai suoi"

L’economista «guru» della Tigress Financial partners traccia l’analisi, e le previsioni macro, dell’economia italiana e mondiale

"L’Italia è rientrata nei ranghi di un’Ue che sta uscendo dai suoi"

Wall Street

"Il nuovo governo italiano è armato di buona volontà, sta cercando di far qualcosa garantendo la permanenza dei saldi di bilancio entro i limiti dei Trattati. Ma non so se riusciranno, non perché siano in malafede o siano brocchi ma perché se c’è l’economia che rallenta, tutto si complica".

L’economia italiana risente della congiuntura mondiale, il rischio di recessione c’è ed è forte

Jean Ergas, capo economista della boutique finanziaria di Wall Street Tigress Financial Partners, tra i più quotati analisti macro del sistema, autore di una newsletter economica quotidiana assai ambita, guarda all’Italia con gli occhi del mondo e il cuore di chi, nel nostro Paese, ha vissuto e studiato, affezionandosi ed abituandosi a riconoscerne ed apprezzarne le numerose virtù nascoste. Al di là dei visibilissimi difetti.

Dunque Ergas lei è preoccupato nonostante la Lega, con il suo carico di promesse fiscali, non sia più nella maggioranza che sostiene il governo.

È vero che non c’è più la Lega ma la politica delle promesse fiscali, sia pure con titoli diversi, è finora confermata. Peraltro va detto che il vostro Paese è stato molto criticato per le sue velleità neo-keynesiane, ma ora questi criteri stanno vastamente ritornando, basti pensare alla linea Lagarde che oggi s’impone alla Bce. In un certo senso l’Italia è stata antesignana. 

Lei che ne pensa: vinceranno i neo-keynesiani?

Credo che bisogna trovare un saggio compromesso tra rigore e lassismo. Peraltro l’Italia è aiutata dal ribasso dei tassi indotto dalla retrocessione mondiale che le permetterà di rifinanziare il proprio debito a costi minori.

Però il rischio di recessione da noi resta grave…

Purtroppo sì, l’economia italiana risente della congiuntura mondiale, il rischio c’è ed è forte. Gli investitori sono prudentissimi. Sembra che non si muove più nulla. Se qualche tempo fa costoro non investivano perché non si capiva la politica del governo e non ci si fidava, oggi non si investe perché il problema non è più interno ma generale, almeno europeo.

Paradossale…

Siete rientrati nei ranghi di un’Europa che intanto sta uscendo dai suoi. Draghi e Lagarde l’hanno detto chiaramente. Peraltro l’Italia non è la Corea del Sud che vive di export. L’Italia e gli altri Stati dell’Unione non diventeranno mai altrettanti Singapore, non possono essere, è l’economia interna che deve ripartire. La domanda interna in specie e gli investimenti in conto capitale.

I cittadini temono per il loro lavoro e a maggior ragione per quello dei figli. E dunque si tengono strette le riserve finanziarie che hanno

Ma perché gli italiani non consumano di più e non investono, tenendo fermi sui conti correnti 1,4 miliardi di euro, a rendere zero? 

In Italia i singoli cittadini non hanno debiti, eppure non spendono. Si fanno i conti e constatano che da molto tempo gli stipendi, e dunque il loro potere d’acquisto, non aumentano più.

I prezzi delle case, che per l’80% hanno in proprietà, non aumentano più, e ciò gli dà la sensazione che il loro capitale non cresce. Hanno paura del futuro. La vecchia equiparazione automatica tra crescita economica e lavoro per tutti è saltata.

I cittadini temono per il loro lavoro e a maggior ragione per quello dei figli. E dunque si tengono strette le riserve finanziarie che hanno. Questa è una delle caratteristiche italiane molto diverse da quelle degli Stati Uniti e di molti altri Paesi sviluppati dove a diciotto anni i giovani escono di casa e iniziano a badare a se stessi.

Aggiungiamo a tutto questo che il crollo dei rendimenti obbligazionari ha distrutto la generazione bot-people, quelli che integravano bene il loro reddito con le cedole dei titoli di Stato. Chiaro? Un Paese prosperato sulla redditività dei titoli di Stato e sulla rivalutazione degli immobili si trova privo di entrambe queste prospettive.

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Che fare?

Il problema Italia va affrontato nel contesto delle politiche europee, ed è un problema sociale condiviso da tanti altri Paesi dell’Unione, non è il problema dei tassi al -0,4%. Va affrontato il problema delle disuguaglianze e quello della disoccupazione, per mitigarli se non per risolverli, e ripristinare un clima di fiducia.

E gli Stati Uniti? Cosa faranno per la loro economia e per quella mondiale?

Negli Usa c’è un’economia che va piuttosto bene ma poggia completamente sul consumatore, sta quindi in equilibrio su una gamba sola, perché non si investe o non abbastanza. Sarà pure una gamba robusta, quella dei consumi, ma… se la caviglia si storce, tutto viene meno, crolla.

Gli Usa guardano all’Ue come a una struttura fatiscente, fossilizzata. Per questo a Trump piace tanto Boris Johnson e punta a sostituirsi nel ruolo di partner con la Gran Bretagna post-Brexit

I consumatori non fanno investimenti in conto capitale, eppure beneficiano ancora di sgravi fiscali e non s’indebitano. Per quel che riguarda i rapporti con gli altri Paesi, la politica di Trump è tutta imperniata sullo slogan “America first”, prima l’America e gli americani.

Non c’è più quell’antico pensare globale di porsi come leader mondiali, la tendenza a lavorare tutti insieme, ora si dice: “Abbiamo fatto le nostre riforme, adesso voi fatevi le vostre”. 

Poi in generale gli americani guardano all’Unione europea come a una struttura fatiscente, fossilizzata. Per questo a Trump piace tanto Boris Johnson e punta a sostituire l’Unione europea nel ruolo di partner con la Gran Bretagna post-Brexit.

Escludo che l’America si veda ancora come una locomotiva che traina l’economia estera. Non vuole minimamente fare favori a Paesi che fanno politiche protezioniste… io direi che la buona fase economica americana può ancora durare, ci sono fattori ancora interessanti, ma io comincio a non fidarmi più dei soli consumatori e delle loro spese correnti, mi fiderei di più se i grandi gruppi americani investissero in conto capitale.

Teme una frenata economica?

Siamo già in una situazione in cui il debito pubblico sta aumentando, le imprese anche a Wall Street cominciano a incontrare qualche difficoltà a trovare denaro fresco, a fare raccolta. L’economia americana resta forte, soprattutto nel confronto internazionale. Ma siamo come e dove vorremmo essere? Io dico: non più. Trump dice invece che l’economia è fortissima. Ma allora perché vuole che i tassi scendano?

Considero la dichiarazione della Business Roundtable estremamente importante. Oltretutto può avere un grande effetto-Borsa

Ancora una cosa su Wall Street: che ne pensa del buonismo dei magnati della Business Roundtable?

Considero la dichiarazione della Business Roundtable estremamente importante. Oltretutto può avere un grande effetto-Borsa. La Borsa è la vera ricchezza. Quindi credo che sì, cambiare l’approccio mentale del capitalismo nella chiave dell’utile collettivo è utile, funziona sul lungo termine ma anche sul brevissimo.

Parliamo ancora di un altro Paese protagonista dell’economia: la Germania. Coma la vede?

La prima volta che ci andai rimasi colpito dalla sua colossale ricchezza. è un Paese che sta attraversando diverse crisi tutte insieme. Dal punto di vista strutturale soffre la manifattura: -12% le vendite, -14% l’export. Deve fronteggiare due problemi: la frenata dell’export verso i Paesi in via di sviluppo e poi la transizione verso l’auto elettrica. Servirebbe più cash flow per investimenti proprio quando viene meno il cash flow.

Paradossalmente, l’industria ha bisogno di successo per investire. Ma il 50% dell’economia tedesca dipende dai Paesi in via di sviluppo. Dove i tedeschi esportavano macchinari capaci di promuoverne lo sviluppo! Ora questa fase è finita, quei Paesi sono autonomi, a chi verranno vendute quelle macchine? E’ vero che la disoccupazione è bassa, ma ci sono tantissimi poveri in Germania: lavorano, è vero, ma guadagnano poco. Il grande miracolo tedesco dov’è?

La Cina cresce meno di prima ma ha avuto l’accortezza di costruire prima le infrastrutture e poi le industrie

Infine: Cina e India?

La Cina cresce meno di prima. È una fortissima potenza industriale e ha straordinarie infrastrutture. Ha avuto l’accortezza di costruire prima le infrastrutture e poi le industrie.

Oggi dicono: siamo talmente grandi che non riusciamo più a fare il 6% all’anno di crescita, proprio per motivi di massa critica… Quindi ci avvisano: non sarà più la cuccagna di prima, ma anche se facciamo solo il 4% di crescita c’è sempre potenzialmente molta domanda dei vostri beni. 

Ma se così è, dov’è il problema? Il problema è che quella cinese è un’economia internalizzata, si sta focalizzando su prodotti e servizi creati e usati sul mercato interno, con un limitato effetto moltiplicatore per l’estero. L’India è un Paese interessantissimo ma non ha infrastrutture.

Ha ancora tantissima strada da fare, ha il 54% di analfabetismo, in molte aree non c’è elettricità… Da un lato ha una forte industria hi-tech, dall’altro una povertà gravissima, e l’hi tech non crea lavoro. C’è un gettito fiscale bassissimo rispetto al Pil e stanno avendo un’industrializzazione completamente scissa da assunzioni, salari e dalla creazione di classe media. 

*intervista pubblicata su Investire di novembre

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