epopea da dimenticare

Ma il tandem diamanti-banche ha ruote sgonfie e clienti furiosi

Procedono i rimborsi da parte degli istituti di credito che avevano collocato ai loro sportelli le pietre di Idb e Dpi a caro prezzo

Ma il tandem diamanti-banche ha ruote sgonfie e clienti furiosi

Sebbene alcune testate giornalistiche ne avessero parlato due anni prima e oltre, il merito di aver evidenziato al grande pubblico, e in particolare agli interessati, l’assurda storia dei “diamanti finanziari”, termine improprio usato per descrivere i diamanti venduti in banca come investimento è della trasmissione Report di Rai3, che la sera del 17 ottobre 2016 ha dato il via a una corsa agli sportelli da parte dei clienti. 

Capostipite della vendita di diamanti in agenzia è stata Unicredit, con la Idb. Dal 2013 in poi, si sono aggiunti Intesa Sanpaolo, Ubi Banca, Banco Popolare e Bpm e altre come Unpol Banca

Il servizio mostrava situazioni assurde, come quella di una cliente Intesa Sanpaolo cui era stato venduto per 7.016 euro (i 16 euro sono la marca da bollo che avevano la faccia tosta di addebitare al cliente) un diamante del valore di 1.700 euro.

Quella sera è partita una valanga i cui effetti sono oggi visibili nelle filiali degli istituti interessati, nei loro bilanci e nei loro uffici legali: una valanga che ha scoperchiato un meccanismo di vendita piramidale condotto dalla Intermarket Diamond Business (Idb), oggi fallita, e della Diamond Private Investment (Dpi), ancora attiva ma in situazione di stallo.

Le due società vendevano pietre a prezzi elevatissimi, giustificando la maggiorazione sul prezzo di mercato coi servizi forniti al cliente come la consulenza e l’assistenza nella fase di vendita. Ed è qui che la piramide si palesava: a comprare era un nuovo cliente, con la società che incassava nuove provvigioni.

Capostipite della vendita di diamanti in agenzia è stata Unicredit, attiva da fine anni ‘90 con la Idb. Dal 2013 in poi, altri grandi istituti come Intesa Sanpaolo, Ubi Banca, Banco Popolare e Bpm, oggi unite, si sono aggiunti collocando prodotti Idb oppure Dpi. Si sono poi accodati altri istituti come Unipol Banca e altri minori, incluse alcune banche di credito cooperativo.

Le provvigioni per l’attività di “segnalazione” dei clienti erano stratosferiche, spesso raggiungendo il 20%-25% del prezzo finale. Il motivo che ha portato le banche a vendere diamanti è stato questo: la redditività, unita ai tassi di interesse molto bassi.

Nel dicembre 2015, (come poi riportato da Plus - Il Sole 24 Ore del 29 ottobre 2016. N.d.r.)  infatti durante un incontro con tutte le sigle sindacali nell’area di Firenze, in risposta alle perplessità riguardo la vendita di un prodotto particolare e anche rischioso come i diamanti, il responsabile delle risorse umane del gruppo Intesa Sp rispondeva che “si tratta di una forma alternativa di ricavo necessaria in un lungo momento di tassi di interesse bassissimi”.

Nel novembre 2017, l’Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato (Agcm) ha considerato le modalità a mezzo delle quali veniva prospettato l’acquisto di diamanti in violazione del Codice del Consumo. Il tutto con l’aggravante che il canale bancario ha indotto in errore i consumatori relativamente a plurimi elementi tra cui:

  1. il prezzo di questi diamanti e il modo con cui veniva calcolato;
  2. l’andamento di mercato dei diamanti che veniva rappresentato come “ufficiale” dando o meglio trasmettendo la sensazione al cliente della banca, anche con l’utilizzo di materiale documentale, che si trattasse di riferimenti a indici simili a quelli di Borsa Valori quindi praticamente tipici dell’andamento di altri beni, spesso richiamati per assimilazione, come l’oro.
  3. la vantaggiosità e la redditività dell’acquisto che l’avrebbero reso un prodotto ad hoc per realizzare la diversificazione dei propri risparmi venendo spesso prospettato in comparazione con l’inflazione e altri investimenti quali i “beni rifugio”;
  4. la certezza del rapido e certo disinvestimento in termini di facile liquidabilità del bene;
  5. le esatte qualifiche del professionista venditore, cioè la società, la cui eccessiva sponsorizzazione o, addirittura, in alcuni casi di esaltazione del ruolo trasmetteva al cliente la sensazione di avere a che fare con un leader indiscusso di mercato in grado di interagire con estrema facilità su di una segmento fortemente liquido e come tale pronto a rispondere a eventuali necessità proprio di liquidità da parte del cliente.

Anche la procura di Milano, col procuratore aggiunto Riccardo Targetti e la pm Grazia Colacicco, si è interessata alla vicenda, e lo scorso 8 ottobre ha notificato la chiusura delle indagini con ben 87 persone fisiche e sette giuridiche indagate

Anche la procura di Milano, col procuratore aggiunto Riccardo Targetti e la pm Grazia Colacicco (in foto), si è interessata alla vicenda, e lo scorso 8 ottobre ha notificato la chiusura delle indagini con ben 87 persone fisiche e sette giuridiche indagate.

I reati contestati sono truffa aggravata e continuata, auto riciclaggio con omessa sorveglianza e corruzione tra privati.

Sono stati contestati anche reati amministrativi come l’ostacolo alla vigilanza. Particolarmente significativa la corruzione tra privati: le due società infatti erano solite “omaggiare” i dirigenti delle banche di oggetti d’arte, viaggi e altre utilità.

Tutto ciò è stato possibile sfruttando le maglie della normativa. La nozione di offerta al pubblico di prodotti finanziari prevede infatti la compresenza di un impiego di capitale, dell’assunzione di un rischio e di un’aspettativa di rendimento. E’ su quest’ultimo punto che i soggetti implicati sono riusciti a sviare: in nessun documento rilasciato alla clientela, infatti, si prospettano rendimenti.

I diamanti quindi non sono prodotti finanziari e non sono quindi soggetti alle norme del Testo Unico della Finanza, ma in non pochi casi si è assistito all’acquisto di diamanti effettuato col ricavato del disinvestimento di fondi comuni o altro posseduti presso la banca. Queste operazioni ricadono in pieno nella normativa sui prodotti e strumenti finanziari, specie se si è sotto regime di consulenza. Non solo. La sistematica attività di disinvestimento dei prodotti è sanzionabile dalla Consob

Più in generale la tesi che vorrebbe le banche aver agito solo da collocatori non regge, perché esse dispongono di tutti gli strumenti per accorgersi che stanno vendendo a prezzo anche triplo e quadruplo rispetto a quello di mercato. La loro presunta ignoranza quindi non è scusabile.

Intesa Sanpaolo e poco dopo anche Banca Mps hanno capito che sarebbe stato opportuno togliersi dagli impicci e rimborsare tutti i clienti che reclamano

I provvedimenti degli istituti di credito. Dopo l’esplosione del caso le banche hanno reagito in ordine sparso. Intesa Sanpaolo e poco dopo anche Banca Mps hanno capito che sarebbe stato opportuno togliersi dagli impicci e rimborsare tutti i clienti che reclamano. Unicredit, anche se non lo dichiara apertamente, sta rimborsando. 

Il Banco Bpm è rimasto l’unico tra i grandi istituti a decidere di non rimborsare tutti bensì di offrire soluzioni parziali, col diamante che resta al cliente. Le cifre offerte sono nel tempo cresciute, ma ancora non sono risolutive come dovrebbero. Banco Bpm ha due grosse problematiche.

La prima è di natura quantitativa, poiché nasce dall’unione di due gruppi in cui tutte le banche vendevano diamanti alla clientela. La seconda discende dalla prima: se rilevasse i diamanti, sarebbe poi costretto a valorizzarli al giusto prezzo di mercato, con la conseguente emersione di una notevole minusvalenza.

Anche stavolta, dietro iniziativa di Idb (ancora non fallita), si erano ipotizzati dei “tavoli di conciliazione ove le istanze dei consumatori possano essere esaminate, discusse e, se possibile, definite in via conciliativa”. Il modello è oramai consolidato: le associazioni di consumatori vengono cercate nel tentativo di rifarsi una verginità e risparmiare sui risarcimenti.

Le decisioni di Mps e Intesa hanno però fatto naufragare l’idea in partenza. Meno male: specie in questa storia non c’è bisogno di “tavoli” perché non c’è un bel niente da “conciliare”. Bisogna invece rimborsare l’intero importo investito e farlo a tutti, non solo ai coloro i quali si presentano a reclamare.

La prima cosa, come sempre, è la prevenzione. Occorre capire che in banca, come alle Poste e altrove, i suggerimenti non sono quasi mai disinteressati. Peggio ancora se si offrono strumenti “innovativi”, “alternativi”, molto allettanti specie in quest’epoca di tassi a zero e sottozero.

*articolo pubblicato su Investire di novembre

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