il dopo voto in canada

Trudeau-2, i petrolieri tremano e solo l’immobiliare vede rosa

A Ottawa si è insediato un governo di minoranza costretto a mediare su tutti i dossier che fa della tutela dell’ambiente una delle poche bandiere comuni

Justin Pierre James Trudeau, primo ministro del Canada

Justin Pierre James Trudeau, primo ministro del Canada

Alla fine, dopo una campagna elettorale “sporca” quanto incerta, Justin Trudeau è riuscito a conservare la sua poltrona di primo ministro a Ottawa. Nonostante gli scandali, le gaffe di comunicazione e le promesse mancate (tra tutte, la riforma elettorale in senso proporzionale), la paura di un ritorno al grande freddo dell’era Harper, il tre volte premier conservatore, tutto rigore di bilancio e negazionismo ambientale, che Trudeau aveva battuto nel 2015, ha avuto la meglio sulla proposta politica “trumpiana” di Andrew Scheer, l’erede di Harper alla guida dei Conservatori.

Per Brian Belski, che si occupa di strategie di investimento per Bank of Montreal, la vittoria a metà di Trudeau è una buona notizia per il mercato azionario canadese

Il Canada continua a pendere a sinistra, anche se non in modo completamente visibile, tenuto conto che i Conservatori hanno vinto il voto popolare, ma l’elettorato progressista, che si divide tra 3 partiti, costituisce ancora una solida maggioranza nel Paese.  

Trudeau ha vinto, senza suscitare gli entusiasmi di 4 anni fa, perchè quella canadese è l’economia che è andata meglio nel G7 durante il suo quadriennio.

Justin, come lo chiama Trump, che gli ha fatto complimenti tanto calorosi quanto insinceri dopo la sua rielezione, se ne è preso i meriti in campagna elettorale: “Coi Conservatori il Pil cresceva dell’1% mentre con noi è cresciuto del 2-3%. Abbiamo creato quasi 800 mila posti di lavoro negli ultimi 3 anni e abbiamo il più basso tasso di disoccupazione della storia canadese”.  

Un impulso al Pil che è venuto in parte dal raddoppio degli investimenti in infrastrutture, e in parte dal Canada Child Benefit, un sistema di robusti assegni famigliari che hanno portato fuori dalla povertà 900 mila canadesi.

Il problema è ora quello di capire se con un governo di minoranza, sostenuto provvedimento per provvedimento dal New Democratic Party di Jagmeet Singh, Trudeau avrà ancora sotto le ali il vento della crescita economica. 

Nel caleidoscopio post-elettorale è rimasto stabile il dollaro canadese, spesso visto come una petro-valuta che beneficia delle massicce esportazioni di idrocarburi e che quest’anno ha avuto il miglior andamento nel gruppo delle principali 10 valute mondiali (+4% rispetto al dollaro americano).

Ma se una “coalizione” Liberali-Ndp dovesse tenere per almeno un biennio, con una significativa crescita della spesa pubblica (i Liberali hanno tutta l’intenzione di raddoppiare il deficit, solo nel primo anno, a 28 miliardi, mentre l’Ndp vuole investire altri 15 miliardi tra sanità e ambiente), è legittimo aspettarsi una valuta canadese più debole nel medio termine.

Un motivo in più per la banca centrale di Ottawa per mantenere la barra dritta nella riluttanza a tagliare i tassi di interesse, mentre i bond a 10 anni pagavano l’1,6 per cento di interessi il 21 ottobre, giorno delle elezioni, leggermente inferiori ai corrispondenti buoni del tesoro americani, ma di gran lunga preferibili ai rendimenti negativi dei titoli giapponesi, tedeschi e francesi.  

Per Brian Belski, che si occupa di strategie di investimento per Bank of Montreal, la vittoria a metà di Trudeau è una buona notizia per il mercato azionario canadese, visto che dal 1935 la Borsa del Paese della foglia d’acero ha ritorni annui del 12% nei 12 mesi successivi a un’elezione federale in caso di governo di minoranza, contro l’8% registrato da un governo di maggioranza. 

Liberali e Conservatori si sono trovati d’accordo sulla riduzione delle tasse personali per 6 miliardi di dollari all’anno, ma i toni della campagna elettorale non lasciano presagire nulla di buono sulla possibilità di lavorare assieme almeno su questo punto. 

Liberali e Ndp andranno invece a braccetto nel tassare al 10% automobili, barche e aerei con un cartellino del prezzo superiore ai 100 mila dollari, ma anche (al 3%) i guadagni dei giganti high-tech, che pure stanno trasferendo attività importanti a Toronto, il terzo hub high-tech del Nord America, dopo la Baia e la Grande Mela, oltre a essere quello che cresce di più.

Per l’industria energetica il risultato elettorale è il peggiore tra quelli possibili perchè senza un governo di maggioranza Trudeau dovrà fare i conti con l’Ndp, contrario agli oleodotti e favorevole a eliminare tutti i sussidi al settore petrolifero.

Per Micheal Hsueh, analista di Deutsche Bank, il potenziamento della Trans Mountain

Per l'analista di Deutsche Bank, Micheal Hsueh, il potenziamento della Trans Mountain Pipeline, l’oleodotto tra il Nord dell’Alberta e le coste della British Columbia, sarebbe a rischio

Pipeline, l’oleodotto che porta il petrolio dal Nord dell’Alberta alle coste della British Columbia attraverso le Montagne Rocciose, e che Trudeau ha nazionalizzato al non modico prezzo di 4,5 miliardi di dollari, è a rischio e questo non piacerà agli investitori. Di certo non semplificherà la vita ai Liberali, che già nella passata legislatura si sono ritrovati di fronte al compito impari di trovare un equilibrio tra lo sviluppo delle risorse petrolifere dell’Alberta, il Texas canadese, e la volontà di fare del Canada un leader nella battaglia sul cambiamento climatico. Una scelta politica in cui si è riconosciuto quel 65% di elettorato complessivo che ha supportato la carbon tax voluta da Trudeau.

Anche Big Pharma potrebbe pagare dazio al ritorno di Justin nel suo ufficio a Ottawa e al suo rapporto speciale con l’Ndp: il Canada è l’unico Paese avanzato con un servizio sanitario universale che non copre le medicine per tutti, elemento che invece è stato un punto qualificante della piattaforma elettorale di entrambi i partiti.

Una promessa che darà uno scossone a un mercato da 40 miliardi di dollari, dove le assicurazioni sanitarie fornite dai datori di lavoro dirottano i pazienti che costano di più verso il sistema provinciale e dove le case farmaceutiche si troveranno di fronte un soggetto federale con un potere contrattuale molto maggiore rispetto a quello delle province e che dovrebbe ridurre di 5 miliardi di dollari i loro ricavi al 2027. 

L’industria delle telecomunicazioni ha il fiato sospeso in attesa di vedere se Singh riuscirà a coinvolgere i Liberali in un altro dei “selling-point” della sua piattaforma elettorale, ovvero l’imposizione di un tetto massimo alla bolletta dei cellulari. 

Il settore immobiliare in generale dovrebbe invece ricevere un impulso attraverso gli incentivi promessi a chi acquista la prima casa per la prima volta, mentre tra i maggiori “sconfitti” delle elezioni del 21 ottobre potrebbero trovarsi i proprietari immobiliari stranieri non residenti in Canada, visto che Trudeau si è impegnato a limitare, attraverso una tassa nazionale, la speculazione estera che fa lievitare i prezzi delle case. 

Una buona notizia per il primo ministro liberale dovrebbe venire dalla probabile ratifica da parte del Congresso americano del nuovo Nafta entro fine novembre, mentre un incremento di Pil procapite perfino superiore (+4%) potrebbe scaturire, secondo il Fondo Monetario Internazionale, dall’abolizione dei dazi commerciali tra le province.

Un’impresa complicata vista la spaccatura in atto nel Paese, dove Alberta e Saskatchewan non hanno eletto nemmeno un parlamentare nelle fila dei Liberali, e dove le spinte centrifughe del Quebec, dove il Bloc Quebecois ha triplicato i suoi seggi, tenderanno ad aumentare. 

Resta anche da vedere in che direzione si muoverà l’interscambio commerciale con l’Europa, in attesa della completa ratifica del Ceta, che ha abolito il 95% dei dazi tra l’Unione e il Canada, fermo restando che le fortune di Trudeau saranno ancora una volta legate a come andrà l’economia dei cugini del sud. 

L’integrazione tra i due paesi (il 70% delle esportazioni canadesi va negli Stati Uniti) è un bene per il Canada quando l’economia americana tira. Può essere un male quando rallenta. Con un deficit pubblico americano vicino ai mille miliardi nel 2019 e un debito di 21 mila miliardi, l’abbraccio con gli Usa rischia di essere pericoloso. 

*articolo pubblicato su Investire di novembre

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