L'intervista a Giovanni Tamburi

Entrare nel capitale di una non quotata non è nel Dna delle reti

Cresce il desiderio di aprire anche agli investitori privati le possibilità del private equity, venture capital e private debt. Il parere del presidente di Tamburi Investment Partners

Giovanni Tamburi, fondatore e presidente di Tamburi Investment Partners

Giovanni Tamburi, fondatore e presidente di Tamburi Investment Partners

Cresce il desiderio di alcune reti tradizionali ad aprire anche agli investitori privati la possibilità di investire in private equity, venture capital e private debt (ovviamente attraverso formule ad hoc). A questo punto quindi il coinvolgimento di chi fa fondi di private equity sembrerebbe in un certo senso uno step complementare.

Le reti stanno cercando di fare da sole, creano addirittura fondi specifici, bypassando gli specialisti del private equity e costruendo da sé operazioni di club deal

Lo abbiamo chiesto a Giovanni Tamburi, fondatore e presidente di Tamburi Investment Partners, l’investiment e merchant Bank quotata in Borsa che ha realizzato oltre 300 operazioni di merger and acquisition. 

"Si, potrebbe esserlo, anche se da almeno un paio di anni le reti stanno cercando di fare da sole, creano addirittura fondi specifici, bypassando gli specialisti del private equity e costruendo da sé operazioni di club deal, di investimenti in equity o debito diretto in medie e piccole imprese".

Cosa ne pensa di questa apertura?

Penso che in tale percorso ci sia parecchia presunzione e – senza voler togliere nulla alle capacità di consulenti e private banker – ho l’impressione che tra il vendere titoli di stato, obbligazioni od anche azioni di società quotate ed entrare nel capitale di una società non quotata ci sia una enorme differenza, che oggi viene superata dall’entusiasmo di volere proporre prodotti illiquidi a risparmiatori stanchi di performance attorno allo zero. Per domani: auguri!

È davvero una novità?

No, qualcuno ci ha sempre provato fin dall’esplosione della cosiddetta New Economy, in media con scarso successo, oggi sta diventando per loro necessario.

La corsa all’investimento illiquido potrebbe essere solo l’ennesima moda?

Il rischio c’è, come le Spac, i Pir e come in tanti altri casi.

Come il mondo del private equity e quello della consulenza finanziaria possono collaborare per portare valore al cliente finale posto che si tratta di due mestieri radicalmente diversi?

Mi fa piacere che lei sottolinea la diversità dei mestieri, anche se ho l’impressione che sia un concetto che pochi hanno voglia di razionalizzare. La realtà che anche in questi giorni stiamo cercando di spiegare agli improvvisatori di questo mondo è che chi, come noi, ha avuto il coraggio e la persistenza di fare queste operazioni da tantissimi anni sa aspettare, cerca di interagire e di seguire le vicissitudini delle società in cui investe.

Chi invece è abituato a guardare listini e rendimenti rischia di avere brutte sorprese. Noi negli ultimi anni abbiamo dato agli investitori sul titolo Tip rendimenti medi annui superiori al 30%, di recente siamo stati particolarmente cauti, per cui ci stupisce tutta questa gente che sta immaginando simili operazioni con i prezzi delle aziende più cari della storia del mondo e che sta facendo comunque prendere rischi molto elevati a persone totalmente ignare di quello che sta arrivando nei loro portafogli.  

*articolo pubblicato su Investire di dicembre

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