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Così le tigri della Silicon Valley mordono ai fianchi le banche

Le varie Alibaba, Apple, Google, Uber sono sempre più impegnate nei servizi finanziari e nei sistemi di pagamento. mentre naufragano invece i progetti di monete digitali

Così le tigri della Silicon Valley mordono ai fianchi le banche

Ormai siamo alla grande ammucchiata. Amazon, Apple, Facebook, Google, Alibaba, Uber si stanno buttando a capofitto, o lo hanno già fatto, nel settore dei servizi finanziari e dei sistemi di pagamento digitali. Tre le novità che si sono susseguite nel giro di pochi giorni. La prima è la nascita di “Uber money”, ossia un portafoglio elettronico con bancomat e carte di credito per gli utenti dell’ “app” di servizio di macchine con autista.

I recenti scandali sull’utilizzo improprio dei dati hanno acceso più di un riflettore sulle pratiche di questi gruppi e hanno portato all’introduzioni di regole più severe per social network, chat, ricerche on line

Il responsabile della nuova iniziativa, Peter Hazlehurst, ha spiegato: «c’è una nuova parte di Uber concentrata sui servizi finanziari (…) Uber scommette che creando un suo ecosistema finanziario sarà in grado di rafforzare la fedeltà di autisti e clienti alla sua piattaforma».

La seconda novità è il lancio del progetto “Cache” da parte di Google, con l’offerta di conti corrente grazie alla collaborazione con Citigroup. La terza novità è targata Facebook. Il gruppo di Mark Zuckerberg ha presentato “Facebook Pay”, sistema che permetterà agli utenti di Instagram, Whatsapp e Facebook messanger di fare acquisti e trasferire denaro sulle tre piattaforme.

Amazon e Apple dispongono già di svariati “attrezzi” finanziari, carte di credito, portafogli digitali, finanziamenti alle imprese e via dicendo. Lo stesso dicasi della cinese Alibaba. O di Telegram, alternativa made in Russia a Whatsapp, che lavora alla sua valuta digitale “gram”.

Per gli osservatori più attenti c’è poco di cui stupirsi. Già nella sua lettera agli azionisti del 2015, il numero uno di Jp Morgan, la più grande banca dell’occidente, Jamie Dimon, avvertiva: «Silicon Valley is coming». E nel mondo del web 4 anni sono quasi un’era geologica.

Quello che forse neppure Dimon si aspettava è che la calata di nuovi rivali dalla valle californiana, avrebbe rapidamente portato ad una pace di reciproca convenienza, piuttosto che a uno scontro aperto. Banche tradizionali e colossi del web infatti collaborano, a beneficio di entrambi.

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A questo punto tuttavia una domanda dovrebbe sorgere spontanea. Perché colossi del web con capitalizzazioni da centinaia di miliardi di dollari e che macinano utili hanno tutto questo interesse a entrare in un settore con redditività depressa a causa di tassi ai minimi storici che verosimilmente così resteranno a lungo? Le ragioni sono fondamentalmente due ed entrambe hanno poco a che fare con i risultati di bilancio. O meglio, vi hanno a che fare ma in via indiretta. 

La prima, la più facile da intuire, è che il conto corrente è uno strumento per ottenere un’ulteriore fidelizzazione degli utenti. Chi ha i soldi depositati presso Amazon, acquisterà prodotti e servizi presenti sulla piattaforma con ancora maggiore facilità e frequenza. La seconda e ancora più fondamentale ragione riguarda, ancora una volta, i dati.

Vale a dire la “materia prima” con cui i big di internet fanno i soldi.  Spese, gestione di un conto, acquisti, forniscono un’immensa mole di informazioni sugli utenti che permettono di capire (e orientare) i gusti targettizzare meglio le offerte. C’è anche un risvolto più subdolo.

I recenti scandali sull’utilizzo improprio dei dati (per esempio Facebook li rivendeva a Cambridge Analytica che li riutilizzava a fini di campagne elettorali oppure Google che avrebbe indebitamente raccolto informazioni sanitarie su decine di milioni di utenti, giusto per citare alcuni dei casi più noti) hanno acceso più di un riflettore sulle pratiche di questi gruppi e hanno portato all’introduzioni di regole più severe per social network, chat, ricerche on line. Il canale bancario e finanziario consente invece di accumulare informazioni in modo più discreto e defilato, senza incorrere nelle limitazione imposte alla parte più genuinamente “web e social”. 

Facebook e Telegram hanno iniziato ad avventurarsi anche sul terreno minato delle monete digitali. Una premessa: monopolio nell’uso della forza e monopolio nella gestione della moneta sono i due aspetti che determinano la sovranità di uno Stato o di un’organizzazione di Stati come l’Unione europea. Non è un caso che il bitcoin nasca e si diffonda durante le convulsioni del sistema finanziario causate dalla crisi deflagrata nel 2007.

Una fase in cui vacilla persino la fiducia nella moneta degli Stati e nei tradizionali circuiti di pagamento e cresce l’interesse per una sorta di surrogato. Tuttavia prima che queste monete si affermino come tali, molta, molta acqua dovrà passare sotto i ponti. Sinora bitcoin e affini hanno prosperato e soprattutto sono stati lasciati prosperare, poiché di fatto non hanno mai rappresentato una reale alternativa reale alle monete tradizionali.

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Troppo volatili per conservare valore (un bitcoin valeva oltre 3000 dollari a inizio 2019, è salito fino a 12 mila in luglio, ora si scambia a circa 7.500 dollari), non completamente affidabili perché esposti a frodi, con un sistema di elaborazione delle transazioni lento ed energicamente molto dispendioso. Le monete digitali sono oggi fondamentalmente un prodotto d’ investimento altamente speculativo. Come tale vengono utilizzate e probabilmente questo rimarranno. Nulla di più lontano quindi dal propagandato asset alternativo e sicuro in fasi di turbolenza dei mercati. Lo dimostra, tra l’altro, l’inesistente correlazione con i prezzi dell’oro, che, pur con qualche acciacco, ancora resiste nel ruolo di vero bene rifugio. 

Nel momento in cui questo quadro dovesse mutare la reazione di Stati e banche centrali non si farebbe attendere.  Il caso Libra è emblematico. La moneta digitale annunciata alcuni mesi a Facebook si poneva l’obiettivo di correggere i difetti del bitcoin assicurandone la stabilità tramite l’ancoraggio a un paniere di valute reali.

A gestire e sovraintendere “l’universo Libra” un consorzio di cui avrebbero fatto parte la stessa Facebook oltre a Vodafone, Pay Pal, Iliad, Visa e Mastercard, Uber e altri. La presenza di un “consorzio di gestione” snatura di fatto la natura di moneta digitale propria di Bitcoin, Ethereum, Ripple, caratterizzate proprio dal fatto di non avere un soggetto centrale che le amministra ma di funzionare grazie a una rete diffusa. Ma il punto è un altro. Appena Facebook e soci si sono mossi, i regolatori hanno fiutato il pericolo. 

è quindi partito un fuoco di fila, prima la Bank of England, poi la Federal Reserve, la Sec e la Banca centrale europea hanno di fatto posto un veto sul progetto. Libra è stata uccisa nella culla, Mastercard, Visa e PayPal si sono già sfilate dal progetto.  Più o meno lo stesso trattamento è stato riservato a “gram” di Telegram, il cui debutto è stato rinviato a data da definirsi, dopo lo stop della Sec. 

Le banche centrali hanno anche un altro jolly da giocarsi oltre alle loro capacità di veto e in molti scommettono che presto lo faranno. Fed, Bce, Boj, Boe potrebbero lanciare delle loro valute digitali. Sottoposte al controllo dei governi e regolarmente autorizzate. La traslazione sul piano digitale delle valute tradizionali in sostanza.

Non è una mossa che affonderà vere criptovalute come il bitcoin che è basato su una struttura completamente diversa e da ciò trae la sua forza e il suo valore. Soluzioni più “ibride” come appunto “Libra” verrebbero invece completamente spiazzate da questa eventualità.  

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*articolo pubblicato su Investire di dicembre

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