il commento

Perché no? Un miracolo economico dopo l’emergenza è possibile

l 25 aprile 2020 come all’indomani 25 aprile 1945, ma l’Italia non ripartirà da zero. La testimonianza a Investiremag.it del decano dei consulenti finanziari, Francesco Priore

Il celebre scatto di Federico Patellani nel giugno 1946, all'indomani del Referendum sulla nasciata della Repubblica Italiana

Il celebre scatto di Federico Patellani nel giugno 1946, all'indomani del Referendum sulla nasciata della Repubblica Italiana

Il 25 aprile 1945, in Italia, finì la II Guerra Mondiale: oltre mezzo milione di morti, il 50% delle industrie distrutte, ancor più le ferrovie, anche l’agricoltura aveva nel centro Italia subito gravi danni. Nel 1946 solo la produzione del grano era al 75% di quella del ’38, mentre la Lira valeva 20 volte meno. I danni di guerra furono calcolati in 3 volte il Pil del mitico 1938. L’economia era fortemente agricola. Le vendette reciproche e le spinte al separatismo accendevano lo stato d’animo politico.

Nel 1946, rispetto all’anno precedente, raddoppiarono i prezzi e il costo della vita. Dal 1945 al 1950 l’Italia però fu ricostruita, certamente un po’ dipese dal piano Marshall. I capitali assicurati che prima della guerra avrebbero garantito un buon gruzzolo, liquidati dopo la guerra consentivano di comprare un paio di scarpe, le compagnie di assicurazione che con i premi avevano acquistato immobili si ritrovarono con un patrimonio quasi azzerato dai bombardamenti.

L’Italia dal ’50 al ’70 visse il periodo del miracolo economico, nel ’61 la Lira vinse l’Oscar delle monete, perché si era rivalutata più delle poche altre. Il benessere di cui godiamo oggi è il frutto dell’istinto di sopravvivenza di quegli anni.

L’istinto di sopravvivenza da solo non sarebbe stato sufficiente, c’era una classe politica selezionata dal confino e dall’espatrio, un leader come Alcide De Gasperi e istituzioni tecniche. L’Istituto per la Ricostruzione Industriale fondato dopo la crisi del ’29, per salvare l’industria italiana, gestì attraverso varie finanziare (FinMare, FinSider, ecc.) la maggior parte delle imprese italiane, le risorse erano fornite dai risparmiatori sottoscrivendo obbligazioni (quelle di Iri, Imi, FFSS, Eni, Autostrade, Comunali, ecc.) quasi tutte le emissioni assistite dalla garanzia statale.

Lo Stato emetteva i suoi buoni per le necessità amministrative, con le garanzie favoriva la ricostruzione e garantiva i risparmiatori. La ricchezza prodotta dalla ricostruzione edilizia che nei periodi di crisi resta sempre la ricetta principe per ripartire, vedi il New Deal di F. D. Roosvelt, dette modo agli italiani di comprare casa tramite i mutui finanziati tramite la sottoscrizione delle Cartelle Fondiarie emesse dalle Casse di Risparmio, all’epoca le banche ordinarie non potevano concedere mutui se non avevano una sezione speciale di credito fondiario. 

All’iniziativa individuale si aggiungeva lo Stato con il piano Ina Casa, le case dell’Incis, quelle per i militari, i ferrovieri e altre categorie, i locali Iacp che finanziarono la ri-costruzione delle semi-periferie con centinaia di migliaia di alloggi affittati a prezzi popolari. In quegli anni l’Italia si presentò al G7 con le carte in regola, ‘45-‘70 un quarto di secolo da ricordare. Il migliore dello Stato italiano.

Oggi non sappiamo come e quando andrà a finire, ma sappiamo che quando finirà l’istinto di sopravvivenza prevarrà e si potrà ritornare a vivere dignitosamente e possibilmente bene. Si legge che ci vorrebbe un nuovo piano Marshall, ma ritengo non di contributi bensì di garanzie, le banche italiane sono piene di risparmi sterili; un’emissione di eurobond dedicata a garantire le emissioni delle imprese che rimetteranno in piedi l’Europa e l’Italia sarebbe la soluzione ideale.

L’Italia del 2020 non è quella del 1945, è una delle prime cinque nazioni al mondo più ricche, certo piuttosto che tenere tutti i risparmi fermi in banca, se un 30/50 %, fosse prestato sottoscrivendo obbligazioni assistite da una garanzia sicura, alle imprese che ricostruiscono il paese, si creerebbe ricchezza per tutti. Non dobbiamo costruire case (ce n’è troppe) ma scuole, ospedali, alta velocità, infrastrutture logore da rinnovare, interventi sull’ambiente, l’elenco è purtroppo ricco.

Certo, bisognerà rimboccarsi le maniche, piuttosto che morire di reddito di cittadinanza, sarebbe più salutare e dignitoso lavorare, qualunque lavoro, come e di più del dopoguerra, in questo modo forse quella massa di 10 milioni di poveri in Italia si assottiglierebbe, perché chi lavora produce reddito, consumi e nuova produzione, un circolo virtuoso. Politicamente inoltre il rinnovamento di mentalità richiederebbe un trattato, lo rimandiamo ad altri, quello che non va rimandata è la riforma della burocrazia. Appalti, gare vinte ma congelate, in altri Paesi sono problemi risolti: copiamo.

Tutte queste considerazioni sono un punto di vista, uno dei diversi realistici che devono essere almeno annunciati oggi, perché i cittadini hanno bisogno di capire cosa succederà quando non sarà più, un dovere sociale e civile, restare a casa. Personalmente e artigianalmente ho numerose idee in merito all’utilizzo delle risorse finanziarie reali e a quanto la finanza, con tutti i suoi addetti, potrà fare, ma non è l’argomento di queste riflessioni.

 Su questa, solo apparente, visione ottimistica c’è un grande punto interrogativo, il tempo. Se la pandemia non indurrà i cittadini dell’Africa a cercare rifugio in Europa, così come le popolazioni del Centro e Sud America in Usa, i tempi della ripresa potrebbero essere ragionevoli, diversamente si dilateranno e comunque non quanto quelli della II Guerra Mondiale. Ottobre 1939 - Maggio 1945, 55 milioni di morti solo in Europa. Germania, Italia e parte della Russia rase al suolo, però dopo aver passato tante notti nei rifugi antiaerei uscimmo. C’è più di una luce in fondo al tunnel, parliamone!

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