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Coronavirus, aziende in fuga dalla globalizzazione

"Le imprese hanno iniziato da tempo ad adattarsi all'aumento globale dei costi, da cui non è esclusa neanche la Cina, ri-localizzando le produzioni e diversificando la supply chain". L'analisi di Gael Combes

Il Covid-19 sta accelerando la de-globalizzazione delle imprese

"È chiaro che la crisi attuale ha condotto gli Stati, in particolare quelli che non avevano visto una guerra, in territori sconosciuti che non vivevano da decenni. La maggior parte delle nostre abitudini dovrà cambiare, almeno nel breve periodo". L'analisi di Gael Combes, head of fundamentals research, equities di Unigestion

Un altro cambiamento importante sarà la percezione delle pandemie e il modo in cui ci prepareremo in futuro al rischio di nuove ondate.

Anche la nostra libertà è stata limitata, riducendo così – almeno sotto questo profilo - le differenze tra mondo occidentale e Paesi non democratici. L'impatto a breve termine sulle nostre abitudini quotidiano è significativo, soprattutto per quegli stati che stanno limitando fortemente le attività economiche: negozi, ristoranti, bar e tutte le attività non essenziali sono chiusi.

La maggior parte degli aerei sono fermi a terra, le frontiere ricompaiono anche all'interno dell'Europa e le persone sono confinate. Le imprese si trovano ad affrontare grandi sfide a causa di un doppio shock: scomparsa della domanda e interruzioni delle catene di fornitura. L'unico vincitore al momento sembra essere il pianeta, dato che l'impatto ambientale degli esseri umani si è notevolmente ridotto.

Mentre ciò accade, ci si può chiedere come cambieranno le cose nel lungo periodo. Man mano che le persone e le aziende si adattano a questa situazione, è molto probabile che il lavoro da casa (o smartworking) venga accettato maggiormente, poiché un numero più elevato di persone avrà imparato sul campo come gestirlo. Con il passaggio al 5G, le infrastrutture tecnologiche saranno ancora più in grado di far fronte a questa nuova realtà.

Un altro cambiamento importante sarà la percezione delle pandemie e il modo in cui ci prepareremo in futuro al rischio di nuove ondate. Si tratta di una sorta di campanello d'allarme, poiché il virus non è mortale come l'Ebola. I governi (almeno questa è la speranza) si organizzeranno e si prepareranno per la prossima pandemia. Le persone, d'altra parte, non daranno per scontato che un virus rimanga in Asia o in Africa e saranno più prudenti.

Abbiamo visto Paesi come Hong Kong, Taiwan o Singapore essere in grado di contenere l'epidemia di Covid-19 attraverso una rapida risposta dello Stato e un comportamento adeguato dei singoli. D'altra parte, è poco probabile che ridurremo le nostre abitudini e desideri di consumo e viaggio. Forse andare in crociera su grandi navi sarà fuori moda per un po' di tempo (ma rimarrà un modo economico di andare in vacanza), ma difficilmente le persone che se lo possono permettere rinunceranno al week-end lungo a Barcellona.

Per le aziende, è invece in gioco qualcosa di un po' diverso e che potrebbe venire acuito dalla situazione attuale. La "de-globalizzazione", come talvolta la chiamiamo, non è iniziata ieri, ma già qualche anno fa (la quota % dell’export sul totale del Pil ha raggiunto il suo picco dieci anni fa). Molti anni di crescita dei salari a due cifre in Cina hanno reso il Paese meno attraente per le esportazioni. Più recentemente, mentre la Cina continua a rappresentare una sfida per l'ordine globale, sembrano apparire dei cluster, le frizioni tra confini di stato sono in aumento e la sfida alla leadership tecnologica è tutt’ora in corso.

Per queste ragioni, le aziende hanno iniziato da tempo (20 anni fa nel caso del Giappone a causa della fluttuazione dello Yen) ad adattarsi. Stanno ri-localizzando le produzioni e diversificando la supply chain. Questa tendenza continuerà, ma dobbiamo essere consapevoli dei limiti. Come detto da un grande produttore di calzature, non è facile spostare la produzione quando una fabbrica in Cina ha migliaia di lavoratori. E ciò non tiene conto dei vincoli infrastrutturali (porti, elettricità, ecc.) in località più economiche, come il Bangladesh.

Spostare la produzione in Europa, negli Stati Uniti o in Giappone rende questi beni più costosi, al netto di avere disponibilità di lavoratori. In effetti, la manodopera è ancora necessaria per molte fasi della produzione, ma le cose stanno cambiando con l'automazione e i robot. Con il crescere dell'automazione, per le aziende rilocalizzare da un’altra parte sarà più facile. E i Paesi con manodopera a basso costo si troveranno in difficoltà.

In sintesi, le nostre abitudini di consumo non cambieranno molto nel medio termine, almeno finché potremo permettercele. La speranza è quella di essere preparati all’arrivo della prossima pandemia globale. I cambiamenti e i trend che osserviamo nell'attività economica sono iniziati prima dell'epidemia.

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