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investire today | l'intervista

Cuzzilla: "La ripresa dovrà avere la voce della managerialità"

Il presidente di Federmanager: "La ripresa deve avere la voce dei manager per un’esigenza oggettiva del Sistema Paese: serve competenza, efficienza, capacità organizzativa"

Stefano Cuzzilla, presidente di Federmanager

Stefano Cuzzilla, presidente di Federmanager

“La ripresa deve avere la voce dei manager. E non per una qualche forma di pretesa culturale, ma proprio per un’esigenza oggettiva del Sistema Paese: serve competenza, efficienza, capacità organizzativa. Servono manager”. Stefano Cuzzilla (in foto), presidente di Federmanager, lavora in smart working come tutti e non stacca mai dal computer e dallo smartphone per tenere le fila di una fitta programmazione di iniziative utili ad aggiornare i propri iscritti e rappresentati – tutti e 180 mila i dirigenti dell’industria – sull’evoluzione della crisi e sul suo impatto. “Un impatto negativo, per molti versi devastante”, osserva Cuzzilla, “che implica però anche la grande opportunità di dare un’impostazione migliore, più moderna, dinamica, efficiente e innovativa, alla ripresa che certamente inizierà, speriamo presto”.

Come vede la ripartenza ideale?

La ripartenza dovrà essere digitalizzazione, rifondazione dei valori professionali e della meritocrazia, innovazione organizzativa. Lo smart working potrà diventare una modalità frequente, in molti casi prevalente, e numerosi modelli di business potranno essere rivisti.

Quali compiti dovrebbero essere affidati ai manager, oggi?

In un contesto aziendale oggi il manager ha essenzialmente due compiti: il primo è naturalmente quello di garantire la sicurezza personale e aziendale, a cominciare dalla sicurezza ambientale. Il secondo è quello di capire se il modello di business, in questa situazione, va modificato oppure no a seconda delle infinite possibili varianti delle specifiche imprese: se esportano o se sono rivolte al mercato interno, se sono fornitrici intermedie di filiera o se hanno una clientela al dettaglio... 

In questo senso, questa crisi è anche un’opportunità per toglierci abitudini sbagliate? Indubbiamente, per quanto possa sembrare strano dirlo, è così. Del resto, tutte le crisi determinano reazioni evolutive.

E quali compiti devono essere affidati ai manager nel contesto pubblico?

Devono contribuire a dare al Paese l’opportunità di reinvetarsi, di ricostruirsi nuovo. Che si realizzino associazioni tra imprese, che si sfruttino finalmente i fondi europei, che si aiutino le piccole e medie imprese: l’importante è capire che in simili frangenti tutto il sistema richiede managerialità. Il mondo pubblico, come quello imprenditoriale.

Nell’emergenza anche le piccole e medie imprese devono fare il loro salto di qualità, hanno bisogno di managerializzarsi, di farsi aiutare da soggetti che sappiano capire e rifondare i modelli di business. Le piccole e medie imprese sono fantastiche, laboriose, ma spesso non hanno le competenze necessarie a reagire alle crisi. Sono aziende familiari, iperspecializzate. Non sono ad esempio in grado di fruire degli aiuti economici pubblici, ma senza quegli aiuti rischiano di soccombere. I manager possono aiutarle a trovare la necessaria nuova normalità. 

E il lavoro? È o non è una responsabilità dei manager salvare il lavoro?

Certamente far girare l’economia significa far girare la filiera del lavoro, dandole il giusto sostegno. Le persone avranno bisogno di nuove e diverse garanzie, e dunque anche il lavoro andrà riqualificato al massimo, in termini di sicurezza, competenza e dignità. Ognuno deve poter conservare il proprio lavoro e sapere che, svolgendolo, contribuisce alla ricostruzione del Paese. In un contesto emergenziale come quello che viviamo, ogni lavoro diventa essenziale e va fatto professionalmente, solo questo ci permetterà un vero rilanco del Paese. L’Italia deve avere la forza e il coraggio di uscire dalla crisi accelerando, superando i lacci della burocrazia. Non esiste che si debbano produrre 15 dipendenti per ottenere un prestito bancario, devono bastarne tre. 

Ci vorrebbe una sorta di maxi commissariamento manageriale del Paese?

Il grande successo del nuovo ponte di Genova è il successo di un commissaria- mento. Sì, spiace dirlo, ma è come se Italia avesse bisogno per un periodo di essere vastamente commissariata, pur salvando la necessaria attenzione preventiva contro la corruzione. Ma non possiamo fermarci. Se ci fermiamo e fermiamo le grandi opere per paura della corruzione lasciamo spa- zio ai malavitosi. Chi pensiamo che possa approfittare, ad esempio, della stasi del mercato immobiliare? Solo gli investitori speculativi, che potranno fare affari col crollo dei prezzi. Ecco, va prevenuta questa deriva, gestendola, ripensando il tessuto urbano, riqualificandolo.

Se in ogni zona ci saranno i servizi essenziali, dal supermercato alla posta alle strutture sanitarie, sarà tutto molto più fluido e forse salubre. Se, restando in modalità di smart working, si riusciranno a gestire a chilometro zero le proprie incombenze familiari, si ridurrà la mobilità inutile, costosa e inquinante. E infine una cosa. Sono sempre stato e sono ancora un fautore dell’iniziativa privata, ma ora lo Stato deve avere un ruolo fondamentale di garanzia e promozione della ripresa. Ci deve essere anzi – dico io, ma non da solo – un ritorno, sia pure temporaneo, ad una forte presenza statale nell’economia e nella società, con interventi anche a fondo perduto per il rilancio del Paese. E nello stesso tempo, proprio per questo, dobbiamo pensare a cosa lo Stato debba garantire e in che modo si debba vigilare affinchè il Paese siano forte ed efficiente.

Un esempio? 

Sono sempre stato un fautore delle privatizzazioni ma non mi pare che abbiano saputo ahimè far nascere delle grandi eccellenze imprenditoriali mondiali... 

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