Largo ai giovani, Del Vecchio
ora vuol salvare le Generali

“Repubblica” rivela che il patron di Luxottica ha chiesto alla Banca d’italia l’autorizzazione a raddoppiare, dal 10 al 20%, la sua quota in Mediobanca, il che lo renderebbe arbitro della filiera con il colosso assicurativo di Trieste. Mentre Carlo De Benedetti ha rivelato i dettagli del suo progetto editoriale, Domani, con cui dice di voler creare una voce giornalistica indipendente. Sotto gli 80 anni il capitalismo non batte colpi.

Luxottica, il socio Lgim vuole l'allargamento del cda

Leonardo Del Vecchio, fondatore e presidente di Luxottica

Largo ai giovani. De Benedetti salverà la libertà di stampa, Del Vecchio salverà le Assicurazioni Generali. Qualcuno salvi loro due.
Strano Paese, l’Italia. Il vecchio Ingegnere, 85 anni compiuti, lancia un nuovo quotidiano, intitolato “Domani”, stanzia 10 milioni di euro e assume un ottimo (e giovane, lui) giornalista per dirigerlo: viva la faccia, significa sapere, e lui lo sa, che l’editoria costa; peccato che lo faccia unicamente in odio alla famiglia Agnelli alla quale i suoi figli hanno venduto Repubblica, come del resto ha spesso fatto nella vita, sempre in odio verso qualcuno o qualcosa. E ha costituito una fondazione che controlli il giornale “dopo la fase di start-up”, continuando a dimostrare realismo – i suoi anni se li sente. Chapeau. Peccato, davvero, che questa progettualità alberghi nel cranio di un signore così anziano e così malmostoso (“i regali non si vendono”, ha sibilato contro i suoi tre figli per biasimarne la scelta di aver venduto il gruppo); e così sfuocato nelle sue analisi politiche, che - imposte negli anni a Repubblica - le hanno molto nuociuto, e così logoro da tante discusse battaglie anche giudiziarie, dalle tangenti alle Poste alla battaglia perduta per la Sgb al disastro Olivetti, allo sperpero di Omnitel e così via…
Ma la notizia di oggi, ironia della sorte anticipata proprio da Repubblica, riguarda un altro ultraottuagenario, Leonardo Del Vecchio, anche lui 85 anni, che ha deciso di raddoppiare dal 10 al 20 per cento la sua quota in Mediobanca – ovvero, ha chiesto alla Banca d’Italia l’autorizzazione per farlo – perché… “l’azienda è rimasta piccola e forse qualcuno si è seduto sugli allori visto che a metà dei suoi profitti sono sicuri, venendo da partecipate come Generali e Compass”, aveva detto in una dichiarazione recente. Per la serie: fate largo, adesso arrivo io. Capirai.
Ovvero: da tempo, Del Vecchio mugugna contro tutto e tutti, dapprima contro la gestione delle Generali, dove s’è ritagliato una quota del 5% direttamente posseduta, e poi contro quella di Mediobanca, che pure ha toccato risultati economico-finanziari senza precedenti. Che dopo l’uscita dal capitale di Unicredit, l’assetto di controllo di Mediobanca sia precario è vero, infatti lo stesso Del Vecchio è già il maggior singolo azionista; e dunque se qualcuno, in tempi di pandemia, volesse affidare a questa Mediobanca un ruolo di custode dell’assetto italiano delle Generali, affiderebbe una debolezza a un’altra debolezza; e del resto quale forza può però essere accreditata a un pur sano 85enne? E poi non è appena stata introdotta una legge “golden power” dal governo italiano, proprio per scongiurare l’eventuale sgradito passaggio in mani straniere di aziende strategiche per il paese, come senz’altro lo sono Mediobanca e Generali?
L’unica indiscutibile verità è che il capitalismo italiano sta mostrando tutta la sua debolezza e, peggio ancora, la sua riluttanza a rilanciare le sfide strutturali che il Paese dovrebbe giocarsi. L'Italia è piena, ma proprio piena, di rigori ricchissimi che non vogliono giocarsi più nel business neanche il 5% dei loro soldi. Nessuno se non la Agnelli Corporation, azienda già sostanzialmente straniera, che investa sul serio sull’informazione nazionale, nessuno se non un discutibile anziano bilioso. Nessuno se non un vecchio ex-Martinitt che investa nella filiera Mediobanca-Generali; nessuno che si stringa attorno a Ubi, pronto a metterci soldi veri, in risposta all’Opa di Intesa, confermandone quella potenzialità di “terzo polo” dell’industria del credito in Italia che dal canto suo l’Antitrust sembra proprio voler riconfermare; nessuno che restituisca identità nazionale a Unicredit, appesa ai fili di un pugno di investitori istituzionali soprattutto stranieri, come del resto tante altre banche e banchette, ex popolari e non.
Insomma, a risaltare sono più assenza che le iniziative. E queste poche sono tutte magari ammirevoli per lo spirito che le ispira – dipende dai gusti e dalle opinioni e dal giudizio che si può dare sulla storia di ciascuno – ma hanno il respiro corto che purtroppo dopo una certa età, Covid o non Covid, accomuna tutti noi.

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